NOMINE VATICANE

Meno curia e più mondo. La chiesa di Bergoglio

di Gerolamo Fazzini

Ekwulobia, Wa, Goa e Damao. Per la stragrande maggioranza dei fedeli sono totalmente sconosciuti i nomi di queste tre diocesi (rispettivamente in Nigeria, Ghana e India), che dal 27 agosto vedranno i loro pastori indossare la berretta cardinalizia. Papa Francesco, con l’annuncio di domenica scorsa, ancora una volta ha sorpreso il mondo elencando i nomi dei vescovi che verranno creati cardinali nel prossimo Concistoro. In realtà, man mano che le nomine di Bergoglio si susseguono, appare chiaro il disegno complessivo: un collegio cardinalizio sempre più internazionale, «cattolico» nel senso pieno del termine. Espressione concreta di una Chiesa che via via perde il suo storico baricentro europeo e ridimensiona la componente italiana, per guardare sempre più alle periferie e a quell’Asia che già Giovanni Paolo II aveva indicato come il continente del terzo millennio. Nonostante in Oriente il cattolicesimo sia ancora religione largamente minoritaria – poche le eccezioni: Filippine e Timor Est (che adesso, per la prima, volta «ottiene» un neo-cardinale per la capitale Dili) – ben sei tra i totali 16 nuovi elettori vengono dall’Asia. È come se Papa Francesco stia modellando un collegio di cardinali più aderente al dinamismo attuale della Chiesa, che perde terreno in Occidente, ma cresce in Africa e, seppur in misura minore, in Oriente. L’altro elemento distintivo delle nomine di Francesco è la rinnovata volontà di ridimensionare il peso degli uomini di Curia a tutto vantaggio dei pastori, per di più non necessariamente provenienti da diocesi abituate ad avere un vescovo che fosse anche porporato (anche stavolta Milano e Venezia rimangono a bocca asciutta). Vero è che in quest'ultima tornata verranno insigniti della porpora il prefetto del dicastero del Culto divino e quello del Clero, più il governatore dello Stato della Città del Vaticano. Tuttavia, nonostante queste nomine, i cardinali elettori con incarichi romani passeranno a 33 su 132 a fine agosto, per calare ulteriormente poi. Papa Francesco preferisce i vescovi con esperienza sul campo, i «pastori con l'odore delle pecore» a persone con altisonanti titoli accademici o che hanno svolto incarichi prestigiosi. Del resto, lo conferma la recentissima nomina a presidente della Cei del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, con una lunga esperienza pastorale accanto agli ultimi. Gli italiani, si diceva, sono destinati a pesare sempre meno nel collegio dei cardinali. Ma non possiamo non gioire per la nomina sorprendente (anche per l'interessato) di Giorgio Marengo, cuneese, dal 2020 vescovo e prefetto apostolico di Ulan Bator, in Mongolia, periferia delle periferie. In quel Paese i cattolici sono davvero «piccolo gregge»: meno di 1400 fedeli su oltre tre milioni di abitanti. Ebbene: in agosto Marengo diventerà non solo il cardinale più giovane del mondo, ma anche il primo padre della Consolata a vestire la porpora. Segno visibile di una Chiesa italiana (in particolare Piemonte, Lombardia e Veneto) dalla lunga tradizione missionaria.