L’EDITORIALE

Ora la verità è doverosa

di Nello Scarpa
Il disastro lasciato dal maltempo in Valcamonica
Il disastro lasciato dal maltempo in Valcamonica
Il disastro lasciato dal maltempo in Valcamonica
Il disastro lasciato dal maltempo in Valcamonica

 

 

È bastato un temporale, e l’alluvione di risorse finanziarie spese in Valcamonica si sono trasformate nella classica goccia dispersa nel mare. In meno di tre anni la Regione ha investito nel comprensorio camuno quasi 17 milioni per fronteggiare macigni che rotolano a valle, scongiurare le scorribande di torrenti e risanare le pareti di roccia instabili. Un campionario di minacce che da sempre tiene in apprensione un bacino di 50 mila abitanti. Eppure alla prima bomba d’acqua estiva a Niardo e Braone si è scatenata l’apocalisse. Di fronte al fango e ai detriti che hanno squarciato la serena routine estiva di due paesi, anzi di una valle, viene spontaneo chiedersi: è stato un disastro annunciato, quindi evitabile, o una fatalità a cui si può reagire solo alzando gli occhi al cielo per ringraziare che non ci siano state vittime come nel 1987? La risposta è doverosa per gli imprenditori che, dopo essere stati messi in ginocchio dalla siccità, sono stati travolti dall'alluvione. Doverosa per le famiglie che saranno costrette a trascorrere le notte fuori casa per chissà quanto tempo. Doverosa per chi ha perso tutto, comprese speranza e ricordi, nello tsunami di fango. Doverosa per una valle resiliente che in questi anni ha reagito con grande orgoglio allo spopolamento. Ci sarà tempo e modo di stabilire eventuali responsabilità, peraltro rimaste nel limbo dei se e dei forse anche 35 anni fa quando l'acqua inghiottì una coppia di anziani, il rischio tuttavia è che da oggi, cancellate dagli occhi e dalle coscienze le immagini di devastazione di Niardo e Braone, riparta la rumba delle giustificazioni preconfezionate.

Tipo: per mettere in sicurezza la Valcamonica servirebbero 120 milioni di euro, soldi che non ci sono. E ancora: bisogna investire sulla prevenzione e sui piani urbanistici. Tutto vero, ma allora per i camuni non c'è davvero speranza e futuro se non migrare? La risposta stavolta non può essere un sì rassegnato come in passato perchè forse l'euforia del fondi del Pnrr ha fatto dimenticare i reali bisogni del territorio. E ad una poco accattivante messa in sicurezza degli argini di un torrente, gli amministratori e in parte il Governo, hanno privilegiato progetti d'immagine come palazzetti dello sport moderni, musei di tendenza. Belli, a patto che prima o poi non vengano spazzati via come un castello di sabbia dall'ennesima esondazione di un fiume..