LE CLASSIFICHE

Quando i risultati spingono all'azione

di Maurizio Tira

Quando scorriamo una classifica, come quella della qualità della vita compilata ogni anno dal Sole 24 Ore, la prima tentazione, spesso l’unico interesse, sta nello scorgere il vincitore, i migliori piazzamenti e – magari per autocompiacimento – i peggiori in graduatoria. Di rado ci si sofferma nell’indagare a fondo gli indicatori utilizzati per stilare la classifica. Se si parla di qualità della vita o qualità ambientale, finanche di qualità dell’aria, non si tratta - come nello sport - di sommare risultati semplici ottenuti da vincite o perdite, ma di combinare indicatori anche molto diversi tra loro e spesso basati su dati non facili da rilevare. Non è immediato intersecare, per esempio, il tasso di impiego femminile con gli indicatori ambientali, o quelli legati alla giustizia. Indagando a fondo, si trovano i risultati parziali per i singoli indicatori, che possono dare immagini molto più sfumate delle realtà descritte da indici di sintesi.

La domanda più rilevante è però: a che cosa servono le classifiche che misurano le performance di città, imprese, università e così via? Primo: sono importanti perché obbligano a costruire basi di dati confrontabili nel tempo e possibilmente scalabili per area geografica. L’informazione è preziosa quanto più a lungo viene raccolta con lo stesso metodo, consentendo così confronti su scale temporali lunghe. Non è banale, basta cambiare il modo di misurare o la grandezza misurata e il confronto non è più possibile. Secondo: le classifiche servono anche a misurare il tasso di raggiungimento di un target, di un obiettivo, sia esso imposto dall’esterno (per esempio da una direttiva, come per i limiti ad alcune sostanze inquinanti), sia esso auto-definito, a livello locale, dal basso. Ebbene, misurare il grado di raggiungimento di un obiettivo serve innanzitutto a spingere all’azione. Spesso si constaterà il non raggiungimento dell’obiettivo stesso nell’arco temporale prefissato, ma la cosa più importante è la perseveranza nella direzione positiva assunta. Terzo, ma non per importanza: le classifiche servono a confrontarsi per migliorare, il cosiddetto benchmarking. Si prende un riferimento altro da noi e si cerca di capire cosa ha funzionato in quel caso, al fine di copiare le «best practices». Imitare quanto di buono altri hanno fatto consentendo di arrivare a risultati importanti: non è sbagliato, anzi, è un metodo virtuoso. In realtà talvolta esiste anche un quarto aspetto non trascurabile nelle classifiche, ovvero la premialità. Non di rado i ranking servono a premiare, non necessariamente in maniera diretta, ma più spesso indiretta, l’ente che ha raggiunto la posizione, ma su questo non è così importante soffermarsi. Dovremmo dunque leggere in questo modo le classifiche, come uno strumento che non ha come finalità il conseguimento di un podio o di un premio, ma che serve a misurare l’andamento, la tensione a migliorare. Gioire quando si avanza è legittimo e sano, scoraggiarsi quando si retrocede è pericoloso. Ogni retrocessione dovrebbe essere occasione di ripartenza con rinnovato slancio.

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