Renzi ostaggio della sua sinistra

Quando i partiti erano ancora forti, il dissenso era impensabile. Nel Pci vigeva la regola del centralismo democratico, per cui si discuteva anche animatamente, ma al momento del voto in Parlamento ciascuno era tenuto a rispettare la linea decisa dal Capo. Chi trasgrediva, come accadde nel '54 a Mauro Melloni, corsivista dell'Unità con il nome di Fortebraccio, veniva inopinatamente cacciato sia dal gruppo parlamentare sia dal partito. Anno dopo anno, la regola s'è persa. Ma il problema della tenuta dei gruppi parlamentari non riguarda solo l'Italia. Nelle scorse settimane, in Germania la Merkel ha dovuto accettare il dissenso di più di 60 deputati di maggioranza sulla Grecia, in Gran Bretagna Cameron di 48 laburisti sulla riforma del welfare, mentre in Francia Hollande ha dovuto ricorrere al voto di fiducia per frenare la ribellione della sinistra sull'apertura domenicale di negozi e supermercati. Solo in Italia, però, la minoranza del maggior partito di governo si mette di traverso sistematicamente su tutto. In attesa del voto settembrino sul Senato, la sinistra del Pd ha già fatto sapere che la ricetta fiscale di Matteo Renzi non le piace. Propone una riforma radicalmente diversa, e nel farlo minaccia di non votare quella cara al premier. Nel Pd si arzigogola su regole più stringenti per i gruppi parlamentari, ma la verità è che già oggi gli statuti dei gruppi consentono a chi li guida di esercitare il massimo controllo possibile. Per chi vota in maniera difforme sono previste, in ordine di gravità, l'ammonizione, la sospensione e la radiazione. Ma per paura di una scissione le sanzioni non vengono mai applicate. Dopo aver sciaguratamente rovesciato il tavolo del Nazareno con Berlusconi, Renzi è dunque ostaggio della propria minoranza. Ed è chiaro che i capi della minoranza non intendono aspettare il congresso del 2017 per regolare i conti con il segretario. Preferiscono logorarne la leadership giorno dopo giorno. Trovandosi in una situazione per certi aspetti simile, il premier greco Alexis Tsipras ha deciso di tornare alle urne per rilegittimarsi e per poter contare su una maggioranza parlamentare a lui fedele. La minoranza del Pd ritiene che Renzi non avrà il coraggio di fare altrettanto. E pensa probabilmente che il presidente Mattarella non scioglierebbe le Camere. Sciocchezza: senza il consenso di Renzi e dei due terzi degli eletti democratici un'altra maggioranza non potrebbe nascere. Sta dunque al premier decidere se lasciarsi logorare o tornare al voto.