FUGA DALLA CRISI

Ripresa e tassi: economia alla svolta

di Ernesto Auci

I profeti di sventura sono stati battuti: le economie occidentali stanno mostrando segni di resistenza alla crisi più corposi del previsto. Dai dibattiti che si stanno svolgendo al consueto Forum annuale di Davos, emergono elementi rassicuranti circa la possibilità che sia evitata una profonda recessione. Il presidente della Confindustria italiana, Carlo Bonomi, ha dichiarato che nelle seconda metà dell’anno potremo vedere una forte frenata dell’inflazione e contemporaneamente registrare una buona ripresa dell’attività economica. Il Fondo monetario internazionale, così come molti centri di ricerca privati, hanno rivisto al rialzo le previsioni di crescita per il 2023. Er altro lato, però, non mancano gli inviti alla cautela. Il più deciso è stato quello della presidente della Bce, Christine Lagarde, la quale ha affermato che l’inflazione è ancora troppo elevata, che siamo vicini alla piena occupazione con rischi di spinte eccessive sui salari e che i segnali sulla riduzione dei consumi di energia e sui prezzi dei petrolio e gas non sono ancora interamente affidabili. Di conseguenza la Banca centrale europea continuerà la propria politica di restrizione monetaria ritoccando i tassi d’interesse e vendendo titoli per rastrellare la liquidità. Siamo quindi in bilico sulla cima di una montagna. Alcuni pensano che abbiamo toccato il picco massimo di inflazione e stiamo scendendo a valle. Altri ritengono che pur essendoci segnali confortanti, non possiamo ancora mollare le redini e che molto rimane da fare sia a livello europeo, sia in ogni singolo Paese. Non a caso i mercati azionari sono in altalena. Sono saliti nelle prime settimane dell’anno sulla scia del forte calo dei prezzi del gas, che lasciano ben sperare in un calo delle bollette per famiglie e imprese, ma poi le parole dei banchieri centrali (sia negli Usa sia in Europa) che annunciano la prosecuzione della stretta creditizia hanno raffreddato gli entusiasmi. Continua invece a interessare l’investimento nelle obbligazioni, soprattutto nelle scadenze più lunghe che offrono rendimenti superiori al 3,5%, buoni se si pensa che l’inflazione potrebbe presto scendere verso l’obiettivo del 2%. Non a caso il presidente della Confindustria ha invitato il governo italiano a non distrarsi. Occorre sostenere gli investimenti, sia quelli pubblici legati al Pnrr sia quelli privati, con misure opportune non solo finanziarie, ma anche di semplificazione burocratica. Bisogna evitare di fare politiche frammentate come quelle sulle pensioni o quelle riguardanti gli sgravi fiscali, ma procedere con coraggio a una revisione della spesa pubblica per ridurre il costo del lavoro a vantaggio soprattutto dei dipendenti con salari più bassi. Occorre varare al più presto una politica industriale europea, anche in risposta a quanto stanno facendo gli Usa, evitando di allargare le maglie della normativa sugli aiuti di Stato per i singoli Paesi, perché questo avvantaggerebbe solo quelli che hanno bilanci pubblici più robusti, mettendo in crisi lo stesso mercato unico europeo. Infine bisogna che i ministri evitino di scaricare tutte le colpe sulla Bce: queste polemiche finiscono per essere controproducenti, in quanto diffondono incertezza tra gli operatori. Non si tratta di questioni di scarso rilievo. Bonomi ha attaccato la riforma delle pensioni voluta da M atteo Salvini perché così si creano disparità, non si aiutano i giovani e non si spinge la crescita complessiva dell’economia. Allo stesso tempo ha chiesto di tagliare la spesa pubblica attraverso il disboscamento delle 3.900 società a proprietà pubblica, molte delle quali in perdita, per destinare quelle risorse agli investimenti e alla riduzione del carico fiscale sul lavoro. In conclusione, a meno di drammat ici sviluppi della guerra in Ucraina e di ripercussioni sui prezzi petroliferi, l’economia europea e quella italiana stanno reagendo alle difficoltà. Per evitare ricadute e tornare su tassi di crescita robusti, occorre che la politica - a Bruxelles e a Roma - faccia scelte. In Europa ci vuole una politica industriale comune, mentre in Italia bisogna evitare di perdere tempo con riforme non centrali come l’autonomia differenziata o il presidenzialismo, e concentrare invece tutta l’attenzione e tutta l’energia sulle riforme che servono davvero a migliorare il mercato.

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