SCENARI EUROPEI

SE SALTA SUPERMARIO SALTA PURE LO SCUDO

di Francesco Morosini

Il 21 luglio, quando la Banca centrale europea discuterà di scudo anti-spread, Mario Draghi sarà ancora al timone del governo? Forse se lo chiedono pure a Francoforte, ben sapendo che con Palazzo Chigi in sede vacante (un esecutivo limitato agli affari correnti) sarebbe più difficile superare le obiezioni tedesche su quella misura così importante per l’Italia. Magari il provvedimento verrebbe lo stesso approvato, con più condizionalità, perché senza l’Unione monetaria europea (Ume), per come fatta, salterebbe. Il punto è che Draghi è il garante del rischio zero sul nostro debito pubblico. Qual è il problema che divide le varie opinioni nel contesto della Bce e nell’ambito dell’Unione monetaria? Il nodo è l’idea della «condivisione del rischio» fiscale, sebbene in teoria (non al momento) mitigata da politiche di bilancio convergenti, secondo gli accordi di Maastricht. Due forze spingono in direzione opposta: da un lato i «Paesi formica», restii a partecipare all’onere finanziario dei «Paesi cicala» e, dall’altro, il costo/paura dell’euro/break. È senz’altro vero che tutta l’Ume rischia condizioni di finanza di guerra, con politiche di bilancio più espansive. Ma questo, invece che stimolare solidarietà (più attinente alla retorica che alla pratica della politica) può spingere i più forti a tirare i remi in barca. Ed è proprio qui che lo «scudo Draghi» potrebbe essere decisivo. Per la Bce lo scudo ha lo scopo d’imbrigliare lo spread per salvaguardare la corretta trasmissione della politica monetaria. Altrimenti questa, ora antinflattiva anche per allinearsi alla Federal Reserve degli Usa, potrebbe agire asimmetricamente dentro l’Ume: ossia divenire più restrittiva - via spread e, dunque, più alti premi di rischio e maggiori interessi a prescindere dall’inflazione – nelle aree di Eurolandia percepite dai mercati fiscalmente più fragili. Sarebbe la fine, con l’euro, della Bce stessa. Ciononostante, le resistenze, magari rincorrendo il mito dell’euro del Nord, sono forti. L’Ume si regge su un equilibrio instabile in emergenza al limite della tenuta. Il ruolo di Draghi, al timone o meno, peserà. Cosa temono a Nord i cosiddetti «austeri», di cui la Bundesbank è voce? Temono la cosiddetta «dominanza fiscale» sull’euro: sostanzialmente il via libera ai deficit di bilancio e l’assunzione di parte del rischio fiscale dei «mediterranei« per scongiurare (difficile spiegarlo ai loro contribuenti /elettori) quello dell’euroexit. Insomma, nell’immediato lo scudo anti-spread, fattore di condivisione fiscale, è un punto d’equilibrio politico necessario all’Euroarea per avere un futuro. Questo spiega l’insistenza della classe politica per ancorare Draghi a Palazzo Chigi: abbattere il rischio sul debito sovrano italiano. Al di là delle necessità immediate del Paese, è proprio certo che la condivisione del rischio sia condizione necessaria di sviluppo dell’Ume? Il caso Usa, ad esempio, parrebbe diverso. La questione dello scudo anti-spread va affrontata prima che si radichi in conflitti distributivi fonte rigetto dell’Unione monetaria continentale. Ora c’è Draghi? Ma dopo?