Dove va la crisi

Tassi e Bce l’alternativa ai rialzi

di Ernesto Auci

La presidente della Bce, Christine Lagarde, non perde occasione per lanciare messaggi un po’ confusi che hanno l’unico effetto di aumentare l’incertezza dei mercati. Anche ieri, intervenendo al Parlamento europeo, ha affermato che l’inflazione potrebbe tornare a salire e che quindi la politica monetaria dovrà rimanere molto vigile, non escludendo che possono esserci ancora ritocchi all’insù dei tassi d’interesse. Ovvio che la politica monetaria deve essere vigile, specie dopo che lo scorso anno aveva inizialmente sottovalutato il fenomeno inflazionistico, ed è naturale che tutte le decisioni dovranno essere prese sia in base ai più recenti dati dell’andamento economico, sia in relazione alle previsioni aggiornate sull’evoluzione della congiuntura per i prossimi mesi. Previsioni ci si augura accurate e affidabili. Ed è anche possibile che Lagarde abbia voluto lanciare un messaggio ai governi sul fatto che non siamo fuori del tutto dal tunnel della crisi e che quindi non è ancora il momento di riaprire i cordoni della borsa per aumentare le spesa pubbliche. Tuttavia appare evidente che la politica monetaria, portando in un anno i tassi d’interesse da zero all’attuale 4,5%, ha già fatto la propria parte. Infatti la crescita della zona euro è zero o sotto zero, mentre l’inflazione a ottobre è scesa al 2,9%. In Italia è stata addirittura dell’1,9%. Certo, si tratta in parte di un mero effetto statistico e in parte della conseguenza del forte calo dei prezzi dell’energia rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. E tuttavia, a parte qualche piccola variazione, non sembra che i prezzi dell’energia stiano risalendo. Il petrolio è fermo sugli 80 dollari e nemmeno la guerra il Medio Oriente sembra provocare rialzi. Invece è ormai chiaro che una parte rilevante dell’aumento dei prezzi sia da collegarsi a una insufficiente concorrenza in molti Paesi europei, alle strozzature nelle catene produttive provocate dal regresso della globalizzazione, e dalle inefficienze del settore pubblico che viaggia a una produttività molto bassa. Si è capito che la sola spesa pubblica non porta a una crescita alta e stabile. Infatti l’Italia, che è campione di spesa pubblica e di deficit, non cresce da oltre vent’anni. Il problema quindi è di politica economica nel senso che occorre liberalizzare l’economia, ridurre la presenza pubblica nelle attività che meglio possono essere gestite da operatori privati, riformare la scuola, dare impulso alla ricerca, dare un assetto al mercato del lavoro per facilitare l’incontro tra domanda e offerta, dato che oggi quasi il 50% dei posti offerti dalle imprese non trovano sul mercato le persone che hanno una preparazione adatta. Insomma ci vogliono le tante invocate riforme e ci vorrà un po’ di tempo perché abbiano effetto. Certo bisognerà scomodare qualche persona che ha trovato una comoda nicchia per godere di una rendita, ma l’alternativa è quella di lasciare a Lagarde tutto il peso di mantenere in equilibrio il sistema. E con la politica monetaria ritrovare l’equilibrio e vincere l’inflazione, vuol dire spingere tutta l’Europa in profonda recessione.

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