Toghe in politica, arriva una svolta

Il rapporto fra magistratura e politica è stato uno dei temi conduttori della Seconda Repubblica. Ieri il plenum del Csm ha approvato una delibera che chiede al Parlamento una «stretta» al rientro in ruolo dei magistrati che hanno ricoperto cariche elettive. In altre parole, il Consiglio superiore propone di evitare che l'ingresso e il ritorno dei singoli dalla politica possano mettere in qualche modo in dubbio l'indipendenza dell'intera Magistratura. È un passo importante. Come ha affermato il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, «nessuno da oggi potrà dire che la commistione impropria tra politica e magistratura dipende dalla volontà di non intervenire dell'organo di autogoverno». L'intervento non era urgente, ma sicuramente è opportuno, per chiudere una fase storica nella quale, da un lato, la conflittualità ha raggiunto livelli molto elevati e, dall'altro, non pochi magistrati hanno intrapreso carriere politiche di rilievo. La proposta del Csm di far rientrare il magistrato ex politico in servizio ma inquadrandolo nell'Avvocatura dello Stato o nella dirigenza pubblica dovrebbe evitare che un giudice, ormai caratterizzato da una personale connotazione partitica, torni alle mansioni che svolgeva in precedenza. Non è chiaro, però, cosa si intenda per «prolungata» attività politica. In effetti, il fatto che l'iniziativa venga dal Csm è un ramoscello d'ulivo nei confronti dei partiti. Un gesto, in realtà, poco più che simbolico, perché ora l'onere è tutto sul legislatore, che sicuramente non risponderà all'appello in tempi brevi e dovrà affrontare il tema stando molto attento a non fare poco, lasciando la situazione com'è, o troppo, cedendo alla tentazione di bloccare l'ingresso dei magistrati in politica. È difficile prevedere, dunque, se questa proposta possa avere un seguito, ma almeno alcune conseguenze sono immediate. Si vuole dare «dopo 70 anni, una parola chiara al legislatore su questa controversia materia», ma soprattutto archiviare le contrapposizioni con la politica; nel contempo, si pongono i magistrati che vogliono ricoprire o ricoprono cariche elettive di fronte a una riflessione. Passare da una situazione nella quale il giudice (per semplificare) riveste una posizione di «terzietà» rispetto alle parti a un'altra nella quale è eletto nei ranghi di una forza politica è già un salto notevole; il percorso di ritorno poi può essere ancora più difficoltoso, e fonte di qualche imbarazzo.