L’EDITORIALE

Uccisa a 16 anni si sentiva una preda

La ragazza uccisa e il ragazzo che ha confessato il delitto hanno ambedue 16 anni. Chi l’ha uccisa non sa cosa vuol dire uccidere, a quell’età non si può ancora sapere, dunque lui ha fatto una cosa spropositata, però l’ha fatta con preparazione, con metodo, con violenza, con tenacia: è andato all’incontro con il coltello, l’ha portata in un angolo del bosco, qui l’ha colpita e abbandonata e nascosta, tanto che c’è voluto un po’ di tempo per trovarla. Questi omicidi volontari e crudeli, con abbandono e spregio del cadavere, sono cose da zone degradate. Ma qui siamo alla periferia di Bologna, non ci può essere un sottofondo sociale o culturale che giustifica, qui il delitto dovremo spiegarcelo con la psicologia individuale: la genesi dell’omicidio è nella psiche dell’omicida. È lui stesso ad ammetterlo: «Ho sentito una spinta superiore». Ma quando? Nel momento dell’omicidio? Ma in quel momento aveva già il coltello in tasca con sé, era già nella fase dell’attuazione dell’omicidio, l’omicidio comincia quando lui va all’incontro con la ragazza e uscendo di casa arraffa un coltello e se lo mette in tasca. Se ha sentito un ordine superiore, l’ha sentito in quel momento. E ha obbedito. Scriviamo «ragazza», «ragazzo», ma sentiamo forte la tentazione di scrivere «ragazzina», «ragazzino», perché tali sono. Se sono fidanzati, sono fidanzati alle prime armi. Lei esce di casa dicendo: «Dieci minuti e torno», e nessuno dei suoi può dubitare, andrà così. La ragazzina e il ragazzino si conoscevano, ma non avevano una relazione sentimentale. È l’età dell’esplorazione ogni giovane si guarda intorno, e scruta tutte le ragazzine dei paraggi. Lei si sente scrutata e osservata, e lo annota nel suo diario: «Mi dicono che ho un bel corpo e che sono intelligente, ma quando dicono così è per approfittarsi del mio corpo e della mia intelligenza». Lei si sente una possibile «preda». E sente bene. È così che comincia una storia. Tutto sta a stare in guardia, lui sta con te e tu con lui, ma ognuno nei suoi limiti. Infinite coppiette stanno fuori la sera, non sapremo mai dove stanno né cosa fanno. Qui però c'era un problema: i due non erano due, ma tre. C'era anche «la voce superiore». Toccava a noi sentire quella voce, e impedire che il ragazzo la seguisse. Ma noi sappiamo come vanno le cose nei cieli, tra astro e astro. Come vanno nel nostro cervello, tra cellula e cellula, sappiamo ancora poco, troppo poco. Siamo sempre colti di sorpresa. Anche stavolta.

Ferdinando Camon

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