Il pusher del Carmine e la profezia di Tosh

È passato tempo e non poco da quando Peter Tosh cantando e Pannella parlando ci spiegarono per primi che, secondo loro, le sostanze stupefacenti sarebbe stato meglio legalizzarle. Poi, che è successo: una mentalità generalmente conservatrice che è tipica dell’Italia impedì che il sogno artistico del giamaicano Tosh e quello normativo del radicale Pannella si concretizzassero in un Paese, il nostro, dove di droghe legali, o sotto controllo sanitario, si parla ancora poco e sottovoce. Ma in fin dei conti: che differenza fa? Nel Carmine, cuore storico e popolare di Brescia, c’è uno spacciatore («una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine», anzi vecchissima) che è stato arrestato 25 volte e 25 volte scarcerato quasi subito, pur essendo a ogni occasione stato beccato con le mani nella marmellata diciamo: hashish e cocaina. Ripetiamo ad alta voce: 25 volte arrestato per spaccio, 25 volte rilasciato quasi subito, per tornare in Carmine ad applicarsi instancabile e con professionalità al suo poco commendevole ruolo sociale. E allora che bisogno c’è di legalizzarle, le sostanze? Se ti beccano a spacciare in flagranza per due dozzine e passa di volte, ma in galera non ci resti, non c’è bisogno di legalizzare niente. O forse sì. Ma non è questo il punto. Perché il tizio è a casa sua?