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Louis Armstrong e Sidney Poitiers, eroi «in black». Le vite parallele di due giganti

di Luca Canini
luca.canini@bresciaoggi.it
Il trombettista che inventò il jazz e l'attore che infranse tutte le regole e i tabù di Hollywood nei due documentari sbarcati in contemporanea sulla piattaforma streaming
Louis Armstrong: «Black and Blues» è basato in gran parte sui nastri inediti del trombettista di New Orleans
Louis Armstrong: «Black and Blues» è basato in gran parte sui nastri inediti del trombettista di New Orleans
Louis Armstrong: «Black and Blues» è basato in gran parte sui nastri inediti del trombettista di New Orleans
Louis Armstrong: «Black and Blues» è basato in gran parte sui nastri inediti del trombettista di New Orleans

Che sia stato il caso a metterci lo zampino, come spesso capita anche quando in ballo ci sono milioni di dollari, o che la scelta di Apple di distribuire in coppia «Black and Blues» e «Sidney» sia figlia di una strategia ponderata, ha poca importanza: riaccendere i riflettori praticamente in contemporanea su Louis Armstrong e Sidney Poitier, eroi «in black» di un Novecento così lontano eppure così vicino, non poteva che gettare una luce nuova e diversa - più pervasiva, più intensa - sul percorso umano e artistico di entrambi.

Sidney Poitier: nel documentario «Sidney» è l’attore, scomparso nel gennaio scorso, a raccontare la sua vita
Sidney Poitier: nel documentario «Sidney» è l’attore, scomparso nel gennaio scorso, a raccontare la sua vita

Questione di vicinanza storica e ideologica (mi si passi il termine che fa molto Novecento), di rimandi e richiami, di profonde assonanze; lungo la strada maestra della coscienza nera, il trombettista che inventò il jazz e l’attore che ebbe il coraggio di prendere a schiaffi un bianco in un film («La calda notte dell’ispettore Tibbs») hanno recitato due parti molto, molto simili.

La medesima, folgorante ascesa; l’entusiastica identificazione con le attese di un intero popolo (una croce pesantissima da portare); le critiche feroci al mutare repentino delle regole di ingaggio con l’oppressore e delle forme della lotta. In epoche diverse, certo, all’interno di contesti che presentavano condizioni di partenza radicalmente differenti, ma con la stessa capacità di trasformarsi in simboli sempiterni dell’incompiuta marcia per i diritti civili.

«Black and Blues» di Sacha Jenkins, oltre (quasi tutti) i luoghi comuni

Di Louis Armstrong si racconta nel bellissimo «Black and Blues» di Sacha Jenkins, che ha il grande merito di andare oltre (quasi tutti) i luoghi comuni che ancora si porta appresso la figura del più influente solista e cantante della storia del jazz (siete liberi di provare a farmi cambiare idea al riguardo, ma non credo che ci riuscirete).

Ovviamente si parla anche di musica: degli anni della formazione nel crogiolo etnico di New Orleans, dell’incontro determinante con il mentore King Oliver, della risalita del grande fiume verso Chicago, della nascita degli Hot Five, di pietre miliari come «West End Blues» e «Potato Head Blues». Ma il fulcro della narrazione è un altro: l’uomo più che l’artista; dentro la storia, nel suo tempo. Un tempo fatto di oppressione e di segregazione, in un sistema basato sulla violenza. Che Armstrong ha combattuto infrangendo centinaia di tabù, abbattendo decine di steccati e di barriere. Suo il primo nome di un afroamericano sulla locandina di un film di Hollywood, ad esempio; sua la prima tromba non bianca nei locali e nelle sale da ballo all’epoca off limits per gli avventori di colore; sua la prima freccia scagliata nella durissima battaglia per un trattamento equo degli artisti.

Non a caso il documentario, che si basa in gran parte sulle confessioni a cuore aperto che Armstrong aveva l’abitudine di affidare a un registratore casalingo, mette in fila gli elogi e i ringraziamenti di personaggi come Miles Davis, Amiri Baraka e Wynton Marsalis: la comunità riabbraccia uno dei suoi grandi eroi, ristabilendo la giusta prospettiva dopo gli anni delle facili critiche. Essenziale.

«Sidney» di Reginald Hudlin: Poitiers racconta la sua storia

Non meno necessario «Sidney» di Reginald Hudlin. Con la sostanziale differenza che a raccontare la sua storia è Poitier in persona, scomparso a gennaio pochi mesi dopo la fine delle riprese.

Anche qui c’è tutto quello che ci deve essere a livello di mitologia cinematografica: dall’infanzia tormentata e caraibica alla fuga verso Miami; dall’approdo nella Mecca di Harlem agli inizi nell’American Negro Theater; dall’amicizia con Harry Belafonte all’Oscar vinto con «Lilies of the Field» nel 1964; da «Indovina chi viene a cena?» agli esordi come regista. L’attore, l’uomo e il simbolo: estasi e tormenti. Con Denzel Washington, Spike Lee, Halle Berry, Morgan Freeman, Greg Tate, Barbra Streisand e Oprah Winfrey (produttrice e protagonista delle uniche cadute di stile) tra le fila del coro greco. Sidney e Louis: due giganti.•. © RIPRODUZIONE RISERVATA