«La politica, la fede, i libri: così ho visto Brescia cambiare»

Alberto Panighetti: scrittore camuno, classe 1946, laureato in Filosofia e Giurisprudenza, ex insegnante, una lunga militanza nel PciA 22 anni, davanti all'Università Statale di Milano occupata nel 1968In un incontro di presentazione alla Nuova Libreria Rinascita«Siamo tutti divini»: l’illustrazione dell’ultimo volume pubblicato
Alberto Panighetti: scrittore camuno, classe 1946, laureato in Filosofia e Giurisprudenza, ex insegnante, una lunga militanza nel PciA 22 anni, davanti all'Università Statale di Milano occupata nel 1968In un incontro di presentazione alla Nuova Libreria Rinascita«Siamo tutti divini»: l’illustrazione dell’ultimo volume pubblicato

Due lauree, una bandiera, un credo. Filosofia e diritto, la politica, la religione. Uomo di solidi princìpi, si diceva una volta. Quando ce n’erano davvero (di uomini così, di princìpi autentici). Alberto Panighetti viene da lì. Ha maturato la sua essenza nel secolo breve e può squadrare questi strani giorni con la visuale ampia dei suoi valori duraturi. In profondità. «Sono tornato alla fede attraverso la riflessione sulla mia esperienza di vita», spiega l’autore di «Siamo tutti divini», un «Dialogo sull’incarnazione, il pluralismo religioso e la salvezza universale» fresco di stampa per i tipi di Calibano Editore. «Adesso la religione è di moda, la Rai sta per fare una fiction su Benedetto XVI. La mia ipotesi è che le sue dimissioni volessero prevenire l’esplosione della contraddizione in seno alla chiesa sul tema dell’eternità dell’inferno. Evitando lo scontro ha mantenuto la partita teologica aperta, come lo è tuttora». Questo libro arriva dopo «Il Novecento di Tirda e Batistì» del 2015, «Gli occhi su Brescia» del 2016 e «Ogni persona è un Cristo» del 2018. La passione per la scrittura nasce dalla voglia di raccontarsi dopo aver vissuto più vite in una? Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di ricostruire la mia storia. Ha radici montane. Sì, io sono nato a Esine e l’altipiano di Borno è casa mia, con il convento dell’Annunciata. Mio papà Batistì era operaio tessile. Perse l’uso della mano sinistra e divenne portinaio, prima all’Olcese e poi alla Breda in città. La mamma Tirda era originaria di Bassiano, provincia di Latina. Mio padre scese per la bonifica pontina, la sorella di mia madre aveva sposato uno di Esine: era destino. La mia famiglia ha fatto la Resistenza dando ospitalità ai partigiani e il coraggio di chi è morto per non tradire i compagni di battaglia rivelandone i nomi mi ha salvato la vita. Concepito a Bassiano nell’autunno del ’45, sono nato in Valcamonica nel ’46. Da Esine alla città, per studiare. A Breno dalla prima media alla quarta ginnasio, dalla quinta passai all’Arnaldo. A Brescia c’era profumo d’elite, diciamo così, e per me che venivo da fuori non è stato semplicissimo. Ma ho avuto la fortuna di incontrare grandi maestri: i professori Cheula, Cova, Tonna... Figure meravigliose. E nel 1961 conobbi padre Manziana e padre Bevilacqua che collaborò ai lavori del concilio ecumenico Vaticano II. Morì prima dell’approvazione del documento per cui si era adoperato. Mi ha trasmesso la passione per la libertà, il senso della coscienza. All’Arnaldo ho preso la maturità nel ’65, dopo aver partecipato a manifestazioni per la pace e aver fatto amicizia con Ugo Calzoni, delfino dell’onorevole Ghislandi che è stato sindaco della Liberazione a Brescia. Nel ’69 mi sono laureato in Filosofia a Milano e nel ’70, in un comizio a Esine, è iniziata la mia esperienza politica. Dal 1970 al 1985 è stato consigliere comunale di Brescia. Nel Partito Comunista Italiano. Io credo nell’amore, nella fede, e non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici: questo è il significato della politica per me. Ho ritrovato Dio, attraverso la politica, e mi risulta particolarmente faticoso sopportare la deriva di questi ultimi anni in Italia e non solo. Quando a Milano discutevo la tesi su «Un intellettuale italiano del Settecento: Francesco Maria Zanotti» con i professori Dal Pra e Geymonat ero già parte attiva da tempo del movimento studentesco. Per questo dopo un anno di insegnamento ho fatto per due anni il funzionario del Pci in città, come membro della segreteria provinciale. Sono diventato capogruppo in consiglio comunale nel 1979 e commissario dell'azienda municipalizzata nei cinque anni seguenti. Dal 1972 avevo ripreso l’insegnamento e ho proseguito per 15 anni. Binari paralleli, ma non le bastavano visto che nel 1984 si è laureato anche in Giurisprudenza e per trent’anni è stato avvocato giuslavorista e penalista. Ho scelto diritto del lavoro, presentando una tesi su «L’infortunio in itinere» discussa col professor Peschiera, perché volevo cambiare strada: le elezioni amministrative dell’80, con la trasformazione dei quartieri in circoscrizioni, erano state per me una delusione cocente. Seguivo con passione sfegatata i consigli di quartiere, come i consigli di fabbrica una grande realizzazione di democrazia: sentivo i miei ideali traditi da una concezione verticistica della politica che non mi appartiene. Avevo insegnato a Montichiari, a Concesio, all’Abba in città, e mi piaceva, ma abbandonai la scuola per poter sostenere l’esame. Per 10 anni sono stato avvocato all’ufficio legale delle Camere del Lavoro Cgil di Brescia e Darfo Boario Terme e per altre 10 anni allo stesso ufficio della Cisl di Darfo Boario Terme. Adesso che sono pensionato mi sono cancellato dall'Albo degli Avvocati. Cosa le suscita il centenario della nascita del Partito Comunista Italiano? Penso che li stiamo pagando, questi ultimi trent’anni senza Pci, e che Brescia è stata a lungo al centro della politica nazionale. L’autunno caldo, il movimento cattolico che qui era molto più forte che altrove, le prime iniziative che vedevano la nostra città laboratorio delle larghe intese fin dal settembre 1973. Stavamo già costruendo il compromesso storico e la strage di piazza Loggia del ’74 voleva fermare il cambiamento. Dopo l’involuzione antidemocratica, l’errore di Berlinguer secondo me fu non capire nel ’78 che Moro andava salvato a tutti i costi, anche al prezzo di una trattativa con le Br. Con il Pci al governo insieme alla Dc la storia dell’Italia sarebbe cambiata. A Brescia nel ’79 abbiamo anticipato la scelta di Berlinguer di lanciare una nuova prospettiva dell’alternativa democratica, sulle ceneri del compromesso storico, e a Brescia nell’84 ci siamo impegnati a contrastare l’attacco alle buste-paga dei lavoratori da parte del governo Craxi. Se non fosse morto Berlinguer sono convinto che avremmo ottenuto ancora più voti per quella sacrosanta battaglia. Purtroppo poi è iniziato il triennio nero. Il rinnovamento non aveva toccato un punto cruciale all’interno del Pci: la dirigenza veniva cooptata, non c’era una corrispondenza diretta con la base. Io mi opposi allo scioglimento e per un breve periodo ho fatto parte di Rifondazione. Pensare che eravamo il partito di sinistra più forte nel mondo occidentale... E Brescia, in questa storia, è stata un punto di riferimento fondamentale nel paese. Per questo ha scritto «Gli occhi su Brescia»? La mia idea è più ampia e difficilmente contestabile: dal Concilio Vaticano II ai primi anni ’90 la nostra città è stata protagonista. Paolo VI, Lucchini, Martinazzoli sono stati determinanti nelle vicende italiane. A chi s’ispira come scrittore? Ai grandi autori: Moravia, Sciascia. A Concesio con gli studenti avevo drammatizzato «Il giorno della civetta». Cosa le piace fare, oggi che è pensionato? Camminare in montagna. E la priorità è la famiglia: sono stato sposato per trent’anni con Emilia Ghidinelli, da 10 sono il marito di Terry Melotti. Ho due figli già grandi, Irene che fa la giornalista e scrive su Bresciaoggi, Leonardo che è personal trainer, vive in Toscana e mi ha dato due nipoti. Brescia si prepara a diventare Capitale della Cultura nel 2023. L’avrebbe immaginato? Certo: è un riconoscimento meritato. Brescia ha compiuto passi avanti giganteschi nel tempo e la mia speranza è che continui a compierne. Sono fiducioso. Come sempre.