l'intervista

Linus, un racconto di vita fatta di musica e parole: da Radio Deejay a Radio Linetti, tra Beatles, Bowie, Battisti e De Gregori

di Gian Paolo Laffranchi
Dalla sua prima trasmissione nella primavera del 1976 non ha più smesso
Linus (al secolo Pasquale Di Molfetta)  dal 29 aprile porterà sul palco del Teatro Alcione per 9 date lo spettacolo «Radio Linetti»
Linus (al secolo Pasquale Di Molfetta) dal 29 aprile porterà sul palco del Teatro Alcione per 9 date lo spettacolo «Radio Linetti»
Linus (al secolo Pasquale Di Molfetta)  dal 29 aprile porterà sul palco del Teatro Alcione per 9 date lo spettacolo «Radio Linetti»
Linus (al secolo Pasquale Di Molfetta) dal 29 aprile porterà sul palco del Teatro Alcione per 9 date lo spettacolo «Radio Linetti»

Mezzo secolo di fedeltà alla linea: «Era il 1974 e il soul mi ha cambiato la vita». L’alta fedeltà di Linus, che dalla prima trasmissione nella primavera del 1976 non ha più smesso: «Era un mercoledì, la mattina dopo sarei andato in gita con la scuola». E negli anni a venire sarebbe diventato un’istituzione della radio in Italia. Dalla passione alla professione, dalle dirette mattutine al palcoscenico serale: all’orizzonte c’è una nuova dimensione artistica per il direttore editoriale del polo radiofonico del gruppo Gedi, ai nastri di partenza con Radio Linetti Live. Uno spettacolo sotto le insegne di Key Frame e Alveare Produzioni, sotto le luci della ribalta con l’obiettivo di «divertirsi, riflettere ed emozionarsi tra spaccati di vita vera, ricordi personali e aneddoti mai raccontati».

Il debutto lunedì 29 aprile nello storico Teatro Alcione, a Milano, poi altre 8 date fino al 3 maggio e dall’8 all’11, sempre alle 21. Il format assomiglierà a quello visto nelle dirette e nei post Instagram?
Lo spunto è quello, poi sul palco il discorso inevitabilmente varia. La narrazione sarà scandita dal ritmo delle canzoni in un contesto di vicinanza con il pubblico: a teatro c’è interazione, partecipazione attiva. Il pubblico lo vedi, lo vivi.

Musica, parole e one man show: non avrà la chitarra né la voce di Bruce Springsteen, ma volendo può disporre di tutte le canzoni del mondo.
L’idea mi è venuta 5-6 anni fa quando ha saputo che il Boss avrebbe fatto una residence in un piccolo teatro di Broadway, da solo sul palco con un pubblico di 300-400 persone, per raccontarsi ogni sera per 2-3 mesi di fila. 'Quanto piacerebbe anche a me, anche se non so cantare', mi sono detto. Poi è arrivata Radio Linetti. Progetto nato durante la pandemia e destinato a durare, visti i riscontri immediati. Difatti poi ho messo insieme le due cose: incontrare gli amici e ogni tanto mettere una canzone. Non sarà una serata didascalica, i brani saranno come appigli durante un’arrampicata, i chiodi a cui aggrapparsi per passare da un argomento all’altro, da un aneddoto all’altro. Di ogni canzone sentiremo un minuto, non di più.

Cosa possiamo anticipare, senza spoilerare troppo?
La scaletta è già fatta. Posso dire che non potranno mancare Beatles, Bowie e Springsteen, Battisti e De Gregori. Non per beatificarli, ma perché partendo da ognuno di loro ci sarà qualcosa di divertente da raccontare.

Direttore artistico e simbolo di Radio Deejay, si sa. Ma il suo background è più sfaccettato, ha un passato anche rock in consolle. Attraverso la formula aperta di Radio Linetti potrà esprimere pienamente la sua versatilità?
Sono una persona estremamente curiosa, per fortuna ancora con una buona memoria. Questa mia curiosità alla fine si traduce in una cultura non specialistica: non sono un esperto com’era il mio amico Ernesto Assante o come sono Gino Castaldo e Luca De Gennaro, però di musica ne conosco tanta e ho avuto la fortuna di incontrare tanti protagonisti, potendoli anche intervistare.

Da Kubrick ai Beatles, la storia insegna che la qualità paga e che l’eclettismo è un ottimo modo di esprimerla. Eppure nelle radio mainstream pochi o nessuno la seguono su questa strada. Fra Deejay, Capital e m2o si passa dall’infotainment con Nicola Savino alla dance di Albertino, da conduttori e attori di successo come Ambra Angiolini e Fabio Volo alle scelte musicali raffinate di Mixo e De Gennaro, Bertallot e Paletta... Cose che non si trovano nelle altre stazioni. Coraggio suo o immobilismo altrui?
Non è una scelta strategica, la mia. È istinto. Faccio così perché sono così, non potrei essere altrimenti. Ho imparato che alla fine nella vita uno fa quello che è, quello che gli piace. Che tipo di radio posso fare? Non riesco ad allontanarmi dalla mia idea di professionalità, che non a caso trovi anche al cinema nei blockbuster: pure in quelli apparentemente stupidi troverai quella cura del dettaglio che per me è fondamentale. La base da cui non si può prescindere. C’è un solo modo per fare le cose, uno solo quello che ritengo giusto. Radio Capital si è data e sempre più si darà una credibilità musicale, pur non essendo affatto ostica da ascoltare. Albertino ha deciso di essere coerente col suo mondo dance e ci ha costruito intorno tutta una radio. C’è stato in un momento in cui abbiamo capito che il suo mondo e quello di Deejay non coincidevano più, i due binari stavano cominciando ad allontanarsi, quindi abbiamo colto l’occasione per sviluppare uno spin-off.  

E i risultati di m2o sono stati lusinghieri. A proposito di dance: com’è cambiato in questi anni il modo di fare clubbing?
Essere psicologi resta la cosa fondamentale: puoi essere più o meno bravo, più o meno famoso, ma se svuoti la pista vuol dire che non hai capito cos’hai davanti. Credo che il mondo della dance e dei club in Italia stia attraversando un periodo difficile. La gente è distratta, va nei locali con l’idea di fare qualcosa che solo marginalmente ha a che fare con la musica e col concetto del ballo. Le serate così si riducono a sequenze di ritornelli più o meno noti. Io non frequento come una volta, quando mi capita spesso mi annoio, mi pare tutto ripetitivo, sempre gli stessi groove. Anche il guest alla fine si ritrova a mettere Gala per riempire la pista. Si salvano i posti più coerenti, che si costruiscono il proprio pubblico.

Un problema molto italiano.
Purtroppo sì. Mio figlio, a Londra per ragioni di studio, mette i dischi in un paio di locali; è riuscito a infilarsi in posti interessanti nel giro di pochi mesi perché è bravo e perché è simpatico, di certo non per merito mio visto che a Londra non mi conoscono. Tutta farina del suo sacco. Spesso mi dice «Papà, non sai che bello vedere la gente apprezzare delle cose che in Italia non potrei neanche mettere».

Ha avuto un maestro?
Un esempio da seguire per me è stato Renzo Arbore. Solo una volta, per pochi minuti, ho pensato di lasciare Radio Deejay: è successo a fine anni ’90 quando Arbore stava per diventare direttore di Radio Rai. Renzo mi chiese di entrare a far parte della sua squadra: quella chiamata è la più grande onorificenza che io abbia mai ricevuto. Per fortuna poi ha deciso di non assumere quella direzione, così non ho avuto il problema di dirgli «Non posso».

In chi si rivede, invece?
Quelli che lavorano con me sono in sintonia col mio modo d’intendere la radio: Cattelan è sicuramente fra i più svegli, ma ha uno stile diverso; invece c’è qualcosa di mio in Nikki quando è di buon umore, anche se all’apparenza siamo lontanissimi. Abbiamo in comune l’attenzione alla musicalità delle parole, caratteristica della vecchia scuola, e la grande curiosità, l’aneddotica che per chi fa il nostro mestiere è fondamentale. Lui è molto più rock di me, comunque.

La radio è un po’ come Rocky Balboa?
Ha preso un sacco di pugni, ma è sempre in piedi. Importante capire che la radio non è più l’apparecchio che faceva bella mostra di sé nelle case, le voci senza video ormai ci arrivano soprattutto dagli smartphone, ma anche da computer e tv. Apriamo le app, ascoltiamo i podcast. I mezzi cambiano, la radio resta.

E la radio diventa spesso una comunità: da questo concetto di famiglia allargata sono nate le corse della Deejay Ten?
A me piace questo tipo di rapporto con la gente. Chi mi saluta per la strada lo fa come farebbe con un buon vicino da casa. Questo voglio essere e questo sarà Radio Linetti: tutte le persone che incontro singolarmente, e con cui non ho mai tempo di fermarmi un po’ più a lungo per due chiacchiere, se lo vogliono potranno passare un paio d’ore con me a teatro. Non vedo l’ora.

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