«The Good Intentions» di Segolini Film e psico-viaggio da premio

Una scena del documentario «The Good Intentions» di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber
Una scena del documentario «The Good Intentions» di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber
Una scena del documentario «The Good Intentions» di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber
Una scena del documentario «The Good Intentions» di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber

Stefano Malosso Un ritratto di gruppo con assenza. Tratteggiato attorno a un vuoto sempre più pesante, che si nutre di quelle «buone intenzioni» che spesso avvolgono i legami familiari fino quasi a soffocarli. Simile a un'intricata selva di relazioni umane, il documentario «The Good Intentions» (2016, 85 min) della bresciana Beatrice Segolini ha recentemente trionfato alla XI edizione del Docunder30 Festival di Bologna aggiudicandosi i premi delle giurie Docunder30, Kinodromo e Doc/it, anch'esse immerse nella personalissima seduta psicanalitica condotta dalla giovane regista con la co-regìa di Maximillian Schlehuber. FRA RIMANDI al passato e scenari dell'oggi, «The Good Intentions» assume le sembianze di un criptico viaggio dentro la storia familiare della regista stessa perché «la vita va compresa all'indietro, ma si vive in avanti». Un racconto reso possibile dall'occhio esterno di Schlehuber: «Beatrice ha sempre provato interesse per questo tema, e fare un documentario è come giocare a ping-pong con un compagno: le idee vengono passate da una parte all'altra» spiega il co-regista. «Ho avuto il ruolo di un arbitro, di un punto di vista esterno: ero un testimone». Ma il romanzo familiare è soprattutto una storia di fantasmi. Ad aleggiare sull'opera è infatti la figura paterna, tabù e spettro rimosso, rievocato dalla seduta spiritica dell'immagine cinematografica. «Inizialmente Beatrice voleva fare un film su un cowboy immerso nella sua solitudine: era chiaramente suo padre» ricorda Schlehuber. Da queste prime premesse è nato alla fine un lavoro costruito sull'osservazione della madre e dei due fratelli che, come nel teatrino di finzione rappresentato nella scena iniziale, si muovono tra ricordi e frammenti. «Prima delle riprese, abbiamo passato due mesi di ricerca. La scrittura è stata soprattutto osservazione» spiega Segolini. «Inizialmente i miei familiari hanno accettato la videocamera, ma lentamente il tema è diventato pesante. Mio padre invece ha subito capito quale sarebbe diventato il centro del film». LA MEMORIA della famiglia, fra metodi educativi e affetti avviluppati, scorre e si riavvolge come il nastro delle VHS dei momenti felici, poi sovra-impresse dalle partite di basket; la verità può riaffiorare soltanto fra uno spazio e l'altro, in un sorriso o una smorfia, in un frammento perduto di un'educazione sentimentale tutta da rifondare. «Abbiamo organizzato una proiezione con mia madre e i miei fratelli, sentivo un forte peso» confessa la regista. «Durante il film si sono commossi, abbiamo dovuto interromperlo più volte. Al termine hanno iniziato a parlare, si sono ascoltati. Il film è diventato l'occasione di riguardare se stessi e il proprio passato». E il padre? «Grazie al film abbiamo iniziato a parlare, è una persona molto fragile. Si sente il cattivo, ma non è un vero cattivo, e anzi gli spettatori si emozionano per lui». Ma senza il bisogno di un happy end: «Sarebbe stato ipocrita chiudere il film con una morale. Le persone non si cambiano, e la vita è qualcosa che si fa, non servono lezioni. Ho dovuto accettare che la realtà era abbastanza». Dopo i premi di Bologna, che si aggiungono a quelli di altri importanti festival, il documentario continua il suo tour puntando l'attenzione su un tema importante. «Credo sia stato terapeutico per tutti noi, anche se è stata una terapia difficile» conclude la regista. «Ma ciò che è più importante è che ha lasciato un piccolo seme, perché di relazioni familiari, segnate dall'amore ma anche dal dolore, bisogna parlare senza paure». •