Cannizzaro insegue il sogno Paralimpiadi

Simone Cannizzaro, 24 anni, judoka ipovedente del Club CapellettiCannizzaro con lo judogi di colore blu durante un combattimento
Simone Cannizzaro, 24 anni, judoka ipovedente del Club CapellettiCannizzaro con lo judogi di colore blu durante un combattimento
Simone Cannizzaro, 24 anni, judoka ipovedente del Club CapellettiCannizzaro con lo judogi di colore blu durante un combattimento
Simone Cannizzaro, 24 anni, judoka ipovedente del Club CapellettiCannizzaro con lo judogi di colore blu durante un combattimento

Il judo è uno sport dalle mille sfaccettature, ma è anche una delle pochissime discipline sportive ad avere nella squadra paralimpica un divisione dedicata ai ciechi e agli ipovedenti. Uno dei rappresentati della nazionale italiana Fispic (Federazione italiana sport paralimpici per ipovedenti e ciechi) sezione judo è Simone Cannizzaro, del Club Capelletti: «Per me essere ipovedente è la normalità - spiega -. Vedo un decimo per occhio, sono miope e astigmatico, il tutto dovuto all’albinismo». La storia nel judo del bresciano, 24 anni, è iniziata quasi per caso quando a 5 anni ha provato per la prima volta: «Ovviamente non capivo cosa fosse il judo, per me era il gioco - racconta Cannizzaro -: mi piaceva correre, fare le capriole, combattere con gli altri». Fu a una gara nel 2012 che venne notato da Roberto Tamanti, ex direttore della Nazionale paralimpica: «È stato un caso e una fortuna, avevo 12 anni - dice Simone -. Roberto ha spiegato ai miei genitori di questa specialità e gli ha detto che se avessi preso il judo più seriamente avrei potuto arrivare anche alle Paralimpiadi». Comincia così la carriera agonistica del judoka, che entra a far parte della squadra Capelletti dove, con allenamenti sempre più seri e continui, sono arrivate anche le prime convocazioni in Nazionale: «Mi sono sempre allenato come gli altri atleti, tanto che faccio anche le gare non dedicate agli ipovedenti - prosegue -. Certo alcune accortezze mi permettono di imparare meglio, ad esempio quando in palestra vengono spiegate nuove tecniche io sono spesso scelto come uke (sparring partner) così che possa sentire la tecnica e comprenderla al meglio». Le difficoltà per Simone stanno sia nel cambio di ambiente che nelle varie tipologie di competizione. Nelle gare per normodotati i 2 avversari partono divisi, «qui il grande lavoro sta nell’avvicinamento dell’avversario, devo portarlo ad afferrarmi il bavero anziché la manica, – spiega Cannizzaro -, così da non dargli vantaggio e poter approntare una strategia cercando anche di adattarmi alle prese che mi propone». Nelle gare paralimpiche invece i contendenti cominciano il match già con la presa di partenza, realizzando un judo molto meno tecnico, ma più statico e fisico: «Dopo Tokyo è cambiato il regolamento e ora ciechi e ipovedenti gareggiano in due categorie separate – dice ancora Simone -. Così facendo la mai categoria si avvicina molto di più a quella normale». Il sogno più vicino è l’Europeo paralimpico a Cagliari in settembre. •. G.F. © RIPRODUZIONE RISERVATA