«Corsa, triathlon e cuore: così vinco sul Parkinson»

Stefano Ghidotti al termine della maratona di New York nel 2019
Stefano Ghidotti al termine della maratona di New York nel 2019
Stefano Ghidotti al termine della maratona di New York nel 2019
Stefano Ghidotti al termine della maratona di New York nel 2019

Si può scrivere «da sfiga a sfida»? Certo che si può, perché questo è il motto di Stefano Ghidotti. Trasformare un problema come la diagnosi di Parkinson, arrivata per lui quattro anni fa, in un’opportunità per stare meglio ed essere felici. Ecco la sfida del poliedrico sportivo di Palazzolo sull’Oglio, 59 anni e una serie infinita di progetti e sogni. Da quelli agonistici a quelli associativi: Ghidotti ha infatti capito l’importanza del fare squadra per dimenticare il disagio della diagnosi e trovare invece l’orgoglio di sentirsi atleti. Lo sport è sempre stato l’asso nella manica del bresciano, che proprio nell’attività fisica ha trovato la medicina naturale per risollevare anima e corpo quando gli è stata accertata la patologia neurodegenerativa. Ma Ghidotti ha praticato le più disparate discipline sin da ragazzo e anche a livello agonistico, come il tennis, il basket e la pallavolo. Un capitolo a parte lo merita la vela, che l’ha portato al successo nella Centomiglia del Garda insieme a una squadra di amici: «Per 12 anni la navigazione è stata al centro delle mie passioni e mi ha insegnato a lavorare in team - ricorda -. Poi è arrivata la corsa». Il running è entrato nella vita del palazzolese in vista dei suoi 50 anni, giusto in tempo per debuttare sui 42 chilometri e brindare al compleanno da cifra tonda: «Nizza, Londra e Valencia. Queste sono state le mie prime tre maratone, ma in quel periodo ho disputato anche tante mezze», racconta Ghidotti, odontotecnico e oggi presidente dell’associazione Parkinson&Sport. Scritta la pagina conclusiva degli anni interamente dedicati alla corsa, ecco il momento del ciclismo e del nuoto, premessa per l’ultimo capitolo: «Il triathlon racchiude queste tre specialità ed è molto divertente», sintetizza. Nel periodo della «triplice», Ghidotti comincia ad avvertire alcuni sintomi anomali: una strana depressione e quel braccio sinistro pesante, meno sensibile del solito. Poi, è l’aprile del 2017, la diagnosi che potrebbe sgretolare una persona: «Invece ho reagito subito affidandomi al mio alleato più forte, lo sport - sottolinea -. Allenarsi dà elasticità e, insieme ai farmaci, permette di controllare il Parkinson per tanti anni». Ghidotti ha perciò continuato a fare ciò che amava. Le gare di triathlon con la divisa delle nuova squadra dedicata al progetto, il Parkinsonauti Team, «perché è così che ci piace definirci, come esploratori spaziali alla ricerca di nuovi metodi per affrontare la malattia», spiega l’ideatore dell’associazione. Poi ancora di corsa per la maratona di New York del 2019, portata a compimento grazie al supporto del dottor Gabriele Rosa. Infine il ciclismo e una sorta di Giro d’Italia denominato «Bike riding for Parkinson», andato in scena la scorsa estate: 17 tappe in sella, dieci viaggiatori a pedali guidati dallo stesso Ghidotti e un traguardo speciale. Cioè Roma, dopo essere partiti da Pavia e aver percorso la via Francigena, con tanto di saluto finale e benedizione di papa Francesco. «Non siamo malati di, ma atleti con Parkinson - riflette il numero uno del team -. Questo è il punto di vista per cambiare la propria vita in meglio, per diventare uno stimolo per gli altri ed essere davvero felici. È successo a me, quindi è per tutti».•.

Luca Regonaschi

Suggerimenti