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08.11.2019

Enrico Giovannini:
«Sviluppo sostenibile,
l'Italia passi dalle parole ai fatti»

Enrico Giovanni
Enrico Giovanni

La crisi climatica e il riscaldamento globale non sono fenomeni che possono essere affrontati singolarmente: serve un approccio sistemico per lo sviluppo sostenibile, che incida sulle grandi trasformazioni sociali ed economiche e che coinvolga istituzioni e reti della società civile ad ogni livello. Il percorso è stato tracciato dall’Agenda 2030, un programma d’azione approvato dalle Nazioni Unite nel 2015, al quale tutti i Paesi sono chiamati a contribuire. 

Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile), docente di statistica economica all'Università di Roma Tor Vergata e di Public Management presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università LUISS, già presidente dell’ISTAT e Ministro del lavoro nel Governo Letta, interverrà su questi temi nel corso del Festival del Futuro nella sessione dal titolo «La sfida planetaria: clima, ambiente, energia, migrazioni, risorse» il 16 novembre alle 11.30.

 

Professor Giovannini, come nasce, e con quali intenti, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile di cui lei è portavoce?

L’ASviS nasce dopo che fui coinvolto dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon nella preparazione dell’Agenda 2030. Proposi all’Università di Tor Vergata e alla Fondazione Unipolis di fondare l’ASviS per far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitarli allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Nel 2016 avevamo 60 aderenti, ora siamo più di 230: si tratta della più grande rete della società civile mai creata in Italia.

 

Cosa l'ha spinta a prendere parte al Festival del Futuro?

Come ASviS abbiamo seguito da vicino la nascita del Festival, che si lega ad iniziative da noi promosse per aiutare il Paese a pensare al futuro in un’ottica sistemica.

 

Può darci qualche anticipazione rispetto ai temi della sessione a cui lei parteciperà, in particolare alla sua visione sulle sfide che l'uomo ha di fronte nell'attuale contesto politico, sociale ed economico?

Le questioni ambientali, sociali, economiche o istituzionali (cioè i quattro pilastri dello sviluppo sostenibile), sono strettamente correlate. È necessario quindi un approccio integrato per affrontarle. L’Agenda 2030 obbliga a questa visione complessa, una visione ripresa anche da Papa Francesco nella sua Enciclica “Laudato si’” quando si scaglia contro la “cultura dello scarto”. Purtroppo non è detto che si riesca a cooperare in questa direzione e il rischio è che ci si affidi a chi promette di tornare indietro, a quella che Zygmunt Bauman definisce la “retrotopia”. È chiara l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, che distrugge l’ambiente ma non riesce allo stesso tempo a fornire i beni di base a tutti i cittadini, e in cui le disuguaglianze sono sempre più forti. Servono dunque trasformazioni di natura tecnologica ma soprattutto di innovazione culturale e di governance, cioè nel modo in cui le politiche vengono realizzate.

 

Come giudica l’approccio che l’Italia e l’Europa stanno adottando nei confronti di queste sfide epocali?

La nuova commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha fatto segnare un positivo cambio di passo, mettendo l’Agenda 2030 al centro dei mandati assegnati ai commissari. In Italia, come evidenziato dal nostro Rapporto ASviS 2019, presentato a ottobre, c’è un grave ritardo nell’affrontare questi temi in modo sistemico. Nelle enunciazioni del nuovo Governo ci sono alcune delle nostre proposte, come l’inserimento in Costituzione del principio dello sviluppo sostenibile. Si tratta di passare dalle enunciazioni agli atti concreti ed è per questo che il Rapporto indica le azioni – sia sistemiche che relative a specifici settori - da avviare quanto prima.

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