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16.06.2019

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«A ottant’anni, so: è la vita a rendere migliore l’artista»

Massimo Zuppelli: bresciano, nato il 3 giugno 1939, per 15 anni titolare della cattedra di nudo all’Accademia di Belle Arti a Brera
Massimo Zuppelli: bresciano, nato il 3 giugno 1939, per 15 anni titolare della cattedra di nudo all’Accademia di Belle Arti a Brera

Ogni essere umano è tante cose in una. Massimo Zuppelli incarna la massima zigzagando fra gli steccati che abbondano in ogni dove, persino nell’arte che per sua natura vorrebbe solo praterie. Ottant’anni appena compiuti, magnificamente portati. Uno sguardo serio e fiero che concede in tralice lampi di sagacia, a volerli cogliere. Il pittore bresciano è uno spirito estetico, dal gusto lirico, per niente criptico, nei fatti poliedrico. Troppi aggettivi? Una mappa, in verità, delle tappe di una carriera «fra realtà e sogno» (titolo di una sua mostra). Una strada che ha portato alcune sue acqueforti in Vaticano («La vigna del Signore», con la figura del Papa collegata al monumento al Redentore sul Monte Guglielmo). Che gli è valsa l’incarico di realizzare una tela enorme (tre metri per quattro) per un’aula del Palazzo di Giustizia di Milano (raffigurando un gruppo di cavalli in libertà: tema svolto anche nelle opere esposte alla Galleria della City Bank di Piazza Duomo). Che gli ha spalancato l’universo sgargiante del Carnevale di Venezia, dove lui, per 15 anni titolare della libera cattedra di nudo all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha dipinto dal vivo su un grande «teler» una scena erotica a sfondo mitologico, mentre 10 suoi allievi realizzavano su cavalletto opere sempre a tema erotico. «Non sono rimasto con le mani in mano», sottolinea Zuppelli. Nato nella Bassa, a Orzivecchi. Cresciuto in Valtrompia, a Gardone. Fiorentino adottivo, per studi e vocazione. Cittadino del mondo: con un’allegoria a olio della sua valle è approdato in Polonia; grazie all’interessamento di una sua allieva giapponese collaboratrice di Picasso, Ritsuko «Niko» Negishi, ha visto le sue incisioni esposte a Nagasaki.

Per il suo maestro Giuseppe Tonna la brescianità è «realtà morale. Un modo di vita. Una dura severa affannata religione del lavoro». Quanto si sente bresciano, nel suo percorso?
Al cento per cento. E sono felice che a Brescia si pensi di organizzare una mia personale prima di Natale.

Fra i suoi quadri emergerà anche un Leonardo da Vinci?
Raffigurato fra industriali, madonne e santuari, mentre studia il corso del Mella per prevenire inondazioni. Perché no? Nelle mie opere deve scorrere la storia della Valtrompia.

Anche quando ha giocato in casa, da Villa Glisenti al forno fusorio di Tavernole sul Mella, ha seguito una coerenza d'ispirazione prima che formale: il mondo contadino, i luoghi della memoria, ma anche paesaggi rivisitati con il brivido della lontananza nel cuore. Nella sua arte ci sono le suggestioni della poesia.
La mia ispirazione è questione di istinto. Che si tratti di nudo o di terra, di arte erotica o sociale, sono votato ad un realismo che è una corrente della vita, non della moda. L’arte migliora col tempo, quando regge la salute. Si arricchisce con la vita. Ho abbracciato la tecnica chiaroscurale da ragazzo, l’ho imparata in Toscana e riportata ad Inzino. Firenze è meravigliosa, ma anche la Valtrompia in primavera è incantevole. Io nell’arte sono partito devoto a Rosai e sono arrivato ad una mia autonomia, nel disegno e nelle incisioni, riconosciuta da tanta critica. Ho partecipato alle mostre di «Bresciaoggi», regalando le mie opere perché ho sempre avuto Brescia nel cuore. Orgoglioso di averne portato un pezzetto alla Biennale di Venezia, quando sono stato invitato. Era il 1976: allora era una roba seria, molto più di adesso.

Come sono stati gli inizi?
La mia svolta, la mia culla è stata a Firenze. Lì ho studiato dal 1954 al 1960. Lì ho iniziato a raffigurare statue, a ritrarre modelle. Capendo subito che il mio moto, il mio spunto era realistico. Prima era stato il mio insegnante alle medie, Tommaso Gatti, persona buona e intelligente, a convincere i miei genitori a lasciarmi andare. Mio padre conosceva monsignor Virgilio Casnici, che mi mandò ospite dagli Scolopi, da padre Baldacci. Una grande fortuna.

I suoi scalini?
Mi sono specializzato in affresco a Padova, ho iniziato a insegnare al Foppa, al Calini, al Tartaglia. Mi hanno chiamato a Milano, alla cattedra di nudo, dove sono rimasto fino al 2014. Ma se ripenso agli anni della mia formazione... A Firenze ho passato un periodo stupendo a dir poco. Per la città e per gli insegnanti. Ho conosciuto Guido Peyron, cui Eugenio Montale dedicò «Il gallo cedrone». Era un maestro, e anche un fior di cuoco. Indimenticabili le cene nel suo studio in Via degli Artisti. Eravamo tre ragazzi, un bresciano un livornese un catanese. Facevamo i camerieri, apprendevamo. Una sua ricetta firmata l’ho poi trovata qui fra i documenti de La Sosta. Una particolare crepe suzette.

Aneddoto fiorentino. Episodio bresciano?
«Rivista Madre», giornalisti come il mio amico Luciano Costa, che scrive ancora su «Bresciaoggi», e come Rosario Rotolo. Mi divertivo con i fumetti a china. Arrivo e propongo un fumetto sui paracadutisti alpini.

Bella fantasia.
Ma io lo ero stato, paracadutista alpino! E niente, vengo pubblicato da «Hobby», rivista per ragazzi, su espresso desiderio di don Pasini.

Quando L’Accademia di Brera ha chiuso dopo 129 anni la Libera scuola del nudo, che ha visto passare artisti come Hayez, fra gli iscritti c’è stata una mezza rivolta.
Gli studenti di Brera, così appassionati. Ero partito dai liceali, poi sono passato ai geometri. Un insegnante deve essere preparato, certo, come gli studenti stessi devono studiare tanto, ma deve anche regolarsi in base all’esperienza. E, soprattutto, dedicarsi individualmente agli allievi. Serve passione. Non è facile, con gli stipendi che girano ora. Alla mia generazione è andata meglio.

Quale artista le piace in particolare? C’è una figura che considera un esempio da seguire?
Se devo indicare un modello, scelgo Lucian Freud. Il nipote del grande psichiatra. Mi piace molto. Ho visto mostre con le sue opere a Milano, ne ho apprezzato il realismo, mi ha colpito lo stile. E la sua vicenda personale: ha fatto 25 figli sparsi per il mondo, e io che credevo fosse gay... Io di figli ne ho 3: Luca è avvocato, Pilar è traduttrice, Marco insegna e dipinge. Mi sono sposato con Gigliola, che era psichiatra. È morta nel 1991. Da allora... Solo qualche amica.

La vita è dolorosa, complessa. L’arte, pure: a un ragazzo che volesse seguire la sua strada cosa consiglierebbe?
Se vuoi fare il pittore, devi studiare tecnica pittorica. Lo studio da portare avanti tramite il disegno e il colore è enorme.

Qual è il segreto del bravo pittore?
Deve saper vedere, capire la forma, dare concretezza al contenuto. Un conto è il pittore, un altro il disegnatore: un mestiere diverso, in cui ho ammirato per esempio Romolo Romani e Antonio Stagnoli.

Quanto è cambiata l’arte con la tecnologia?
Negli anni ’60 c’è stato il vero spartiacque. L’ultimo combattente del realismo, Renato Guttuso, lo diceva chiaramente: la tecnologia è sicuramente un handicap per chi ha qualche numero dato da madre natura. Il talento non si ricopia, non si riproduce in serie, è oppure non è. Magari la tecnologia può aiutare, ma non aiuterà me: non ho neanche il telefonino. Eppure sto benissimo.

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