29 novembre 2020

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08.11.2020

Interviste

«Aiutiamoci fra
noi. La lotta al
Covid ci farà rinascere»

Medico e scrittrice, Antonella Bertolotti tiene in braccio un bambino durante uno dei suoi viaggi per volontariato in AfricaPer le sue missioni la psichiatra castenedolese ha girato il mondoDalla sua esperienza 11 libri: l’ultimo è «#Covid - Il cuore nelle mani»La dottoressa bresciana ha portato le sue competenze riguardo ai traumi di guerra in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Kosovo e Ruanda
Medico e scrittrice, Antonella Bertolotti tiene in braccio un bambino durante uno dei suoi viaggi per volontariato in AfricaPer le sue missioni la psichiatra castenedolese ha girato il mondoDalla sua esperienza 11 libri: l’ultimo è «#Covid - Il cuore nelle mani»La dottoressa bresciana ha portato le sue competenze riguardo ai traumi di guerra in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Kosovo e Ruanda

Probabilmente non invecchia perché è nata il 29 febbraio. «Negli anni non bisestili il compleanno non lo festeggio mai», dice Antonella Bertolotti con il suo sorriso radioso da eterna ragazza. «O meglio, fino ai 18 anni festeggiavo il giorno prima, il 28, perché così volevano gli altri. Ma da quando sono maggiorenne ho avuto meno tempo». Nel suo caso non è un modo di dire. Antonella si divide tra Castenedolo e l’Africa, tra Brescia e Manerbio. Affianca le suore camilliane nelle loro missioni, veste un camice come impegno costante e scelta di vita che si trovi in Senegal o in via Milano. Medico, psichiatra di guerra e scrittrice, sempre in campo per sfidare un’emergenza: ha girato il mondo zone estreme comprese spaziando fra Africa e Siria, Pakistan e Madagascar, India e Haiti, Romania e Nepal; ha fondato nel 1999 Intermed Onlus, organizzazione umanitaria impegnata nel supportare sia in Lombardia che in alcuni dispensari del territorio subsahariano la lotta al Covid; adesso si muove dalla città alla Bassa per assistere i pazienti affetti da Covid 19. Un’esperienza da cui è nato «#Covid - Il cuore nelle mani», libro-verità scritto con Roberto Farfaglia.

«Dedicato a tutti i nostri pazienti», è scritto sulla prima pagina. E fin dal principio si capisce che non è il solito instant book scritto al volo nella scia della pandemia. Per citare l’introduzione di Irene Panighetti, è un volume popolato da «donne e uomini reali, in carne, sangue (e quanto!), ossa».
L’idea è nata nella quotidianità, maturata nel primo periodo del Coronavirus. È un momento particolarmente difficile, abbiamo deciso di dare un supporto soprattutto psicologico ai pazienti Covid perché avvertiamo una grande necessità di parlare.

In questo libro c’è la testimonianza e la poesia, un dialogo immaginario tra la Lodoiga e i Macc de le ure come un susseguirsi di carri funebri. Fantasia e verità, con un imperativo categorico: «Dobbiamo imparare a vivere e a non stancarci di lottare per i nostri malati».
Mi sono offerta come volontaria all’ospedale di Manerbio perché mancavano medici. Ho avuto la fortuna di riunirmi a colleghi che hanno fatto con me l’università, compreso il coautore. È stato molto bello ritrovarsi, ma è stata anche dura. Roberto si è ammalato a sua volta e ha perso entrambi i genitori: per lui scrivere è stato catartico.

Com’è stato relazionarsi con i pazienti, trattandosi di un virus di cui tutti sanno poco?
Abbiamo intrecciato relazioni splendide che resistono con il passare dei mesi. Il lavoro prevede un’indagine sul post-Covid: cosa lascia una simile esperienza? Verifichiamo se le tracce non sono solo fisiche. L’analisi parte da spirometria, radiografia e visita pneumologica, ma contempla anche un test psicologico.

Il Covid è diventato post-Covid ma ora ridiventa Covid.
E chi aveva metabolizzato deve reagire a un secondo stress. Ci sono meccanismi di compensazione potenti per tamponare lo stress. Per tanti è fondamentale essere tornati al lavoro. Chi può lo fa, chi è pensionato fa terapia occupazionale, volontariato magari anche per esorcizzare ciò che si è vissuto sulla propria pelle. Tanti vogliono mettere a disposizione un’esperienza forte di sé che serve anche da insegnamento.

Chi dovrebbe leggere questo libro prima di tutti: i negazionisti?
Beh, sì. Senz’altro loro. Il libro è stato presentato a SuperTV da Manerbio, nella sala del Politeama vuota ma non muta, con una musica suggestiva, e adesso è in vendita in via Achille Papa alla libreria Il Giullare, grazie anche all’interessamento di Irene Panighetti. I negazionisti farebbero bene a leggerlo, ma se ci penso mi preme di più che sia letto nelle scuole. Ci sono pezzi di vita nostri e dei pazienti mischiati nei mesi in una quotidianità anche affettiva. Può essere d’insegnamento.

Il Coronavirus è ancora un mistero.
Tutto è nuovo, anche il post-trauma. Ho iniziato ad occuparmene in Africa, quando ho capito che sopravvivere a Ebola non è troppo diverso dall’essere reduci da un genocidio. Lo stress è comunque enorme; l’aiuto dev’essere sia medico che psicologico.

Il carattere conta?
Certo. Io mi sento sempre stimolata a essere fiduciosa perché in ogni persona, anche malata, vedo la possibilità di andare oltre e faccio di tutto per incoraggiarla. Far sorridere qualcuno ti fa credere nella professione. Non parlo di professionalità, quella la do per scontata. Parlo di passione, di vocazione.

Ha un metodo?
Il mio lavoro prevede l’ozonoterapia. In guerra curo le piaghe, le ferite; c’è sempre la parte pratica, ma quella psicologica si accompagna in modo armonioso. Non sono scisse.

Ha girato il mondo, ma le sue radici rimangono qui.
Sono nata in città, poi mi sono trasferita a Castenedolo. Ho fatto il classico all’Arnaldo, l’università in parte a Brescia in parte a Milano. Mio marito Carlo era con me al liceo. Dirige la parte di ricerca di un’azienda alimentare, è un inventore e un creativo. Mia figlia Camilla insegna danza, è specializzata in tecnica riabilitativa, ha uno studio-palestra. Mio figlio Luca è laureato all’University of Arts of London, ha la cittadinanza inglese e fa la spola dall’Inghilterra. Quando non siamo in lockdown.

Cosa voleva fare da ragazza?
O il medico o il veterinario. Abbiamo gli stessi obiettivi. Io ho scelto di fare il medico perché mi piacciono le persone più degli animali.

La materia preferita al liceo?
Italiano e greco.

Il suo maestro, di professione e/o di vita?
Eugenio Borgna, psichiatra. Mi ha trasmesso l’impulso vitale che tuttora conserva, pur essendo molto anziano. Mi ha fatto un regalo molto raro.

Entusiasta e vitale: come impiega il poco tempo libero?
Mi piacciono molte cose. Amo fare scialpinismo con il mio cane Frida. «Balla coi lupi» è il mio film preferito. Pensi che quando posso vado anche a vedere i lupi veri con il cannocchiale. Frida è un pastore tedesco: un po’ lupo lo è.

Sul suo film preferito dunque non ci sono dubbi.
«Balla coi lupi» è inarrivabile. Ma mi è rimasto nel cuore anche «Manhattan».

Il libro sempre sul comodino?
«L'isola di Arturo» di Elsa Morante.

La canzone che le viene in mente per prima?
«In my secret life», di Leonard Cohen. In Italia, «Cara» di Lucio Dalla.

Quanti libri ha scritto?
Undici. Sono legata a «Polvere rossa», il mio primo. Scrivere non è un bisogno intellettuale, ma fisico. Mi fa star bene, è terapia. Le parole sono più di una fotografia, sono l’espressione di un pensiero che può diventare forte. Aiutano nei momenti più duri.

Come procede a Manerbio, in questi giorni?
Non siamo in affanno perché abbiamo imparato molto dall’ondata precedente. Ci sono letti in più in rianimazione e in questo ospedale siamo una grande famiglia, interagiamo supportandoci a vicenda: non so in quanti posti di lavoro succeda. Succede con le suore camilliane, con cui collaboro da trent’anni. Lavoro nelle loro missioni sia in Africa che in India. Abbiamo tanti progetti: un dispensario, allestire i servizi... Mi diverto.

Come ne usciremo?
Impariamo ad aiutarci: questa situazione ci darà l’opportunità di rinascere fisicamente e anche mentalmente. Un mese fa sono stata in Senegal: tutti con la mascherina bimbi compresi, anche nella savana, nelle zone meno urbanizzate. Mi ha stupito l’attenzione che mettevano pur avendo a livello sanitario presidi molto scarsi e la preoccupazione nei miei confronti: volevano che non mi ammalassi, che rischiassi nulla. Quando ti preoccupi degli altri, che non si ammalino, vuol dire che sei capace di amare davvero. Questo virus ci farà rivedere il nostro concetto di amore.

Gian Paolo Laffranchi
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