28 ottobre 2020

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11.10.2020 Tags: Musica

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«Da Bearzot e Trap a Platini: il mio sport preferito è suonare»

Antonio Pedersoli: maestro di chitarra, cantautore camuno, è originario di Angone di Darfo Boario. Il 27 dicembre compirà 68 anni
Antonio Pedersoli: maestro di chitarra, cantautore camuno, è originario di Angone di Darfo Boario. Il 27 dicembre compirà 68 anni

Zoff, Gentile, Cabrini... La Nazionale di tutti gli italiani. La fidanzata di tutti gli juventini ieri oggi per sempre. «La squadra del mio cuore», esclama Antonio Pedersoli. Cantore del calcio oltre che della Valle Camonica; chitarrista capace di far cantare gli eroi azzurri del Mundial come il pubblico neroverde del Darfo Boario che ogni domenica intona il suo inno. «La vita è bella e lo sport fa bene all’anima» esclama l’aedo di Angone. Nato il 27 dicembre del 1952 «da Giuseppe e da Antonietta Belinghieri, famiglia modesta con 7 fratelli, papà operaio alla Dalmine, mamma casalinga e bravissima cuoca: così brava che cucinava torte anche per venderle e arrotondare».

Chitarrista da?

Fin da bambino. Anche a scuola pensavo alla musica. Ho ripetuto la quinta elementare perché ero piccolo di statura, ho ripetuto la terza media perché ho dovuto. Ma alle medie un signore di Darfo, Giuseppe Negrini, mi regalò una chitarra. Come faceva quel signore a sapere che le piaceva la musica? Mi portava a casa anche quando le mie lezioni finivano prima: a volte venivo buttato fuori per cattiva condotta. A 8 anni però già cantavo al parco delle Terme davanti al mago Zurlì. Un pezzo di Rita Pavone, se non ricordo male.

Primo amore la chitarra?

Mi esercitavo così tanto che un po’ alla volta mi si era rotto il manico. Allora mio fratello maggiore Giovanni, 4 anni più di me, con il primo stipendio della Dalmine mi ha comprato una Eko da 8 mila lire. Sono stato mandato anche a scuola di pianoforte, dai 10 ai 14 anni all’Accademia Tadini di Lovere. Avevo un harmonium e con gli amici ci trovavamo a cantare le canzoni degli anni ’60. Ma la mia predilezione era per la chitarra classica.

La vita riusciva a distrarla dalla musica?

Ogni tanto. Prima ho fatto l’apprendista lattoniere alla Rebaioli. Poi, nel 1971, il servizio militare all’aeroporto di Villafranca di Verona nel corpo dell’Aeronautica. Per un Figlio dei Fiori come me è stata dura.

Hippy della prima ora?

Assolutamente. Sono andato ad Amsterdam in autostop, con i miei capelli lunghi e la mia camicia floreale, a suonare in piazza Dam con altri spensierati come me. Sembrava tutto un grande ostello della gioventù in Olanda, all’inizio dei ’70. Tornare in Valle fu traumatico. All’aeroporto c’era il nonnismo, fortuna che il generale Amalio Righetti si è affezionato, mi ha capito, mi ha fatto portare una chitarra in guardina e da lì sono stato lasciato in pace. Almeno fino alle ultime settimane, quando è cambiato il generale e gli invidiosi me l’hanno fatta nuovamente pagare. Tornato a casa, non volevo più lavorare. Mi ha aiutato il destino.

Come?

Una coppia di Genova mi ha sentito suonare, si è presentata, mi ha detto che aveva una pizzeria in Liguria e infine mi ha assunto. Avevo solo i vestiti da lavoro, mi hanno comprato i pantaloni e quant’altro. Ho iniziato a suonare lì e poi un po’ ovunque.

Germania, Stati Uniti, Austria, Svezia, Russia, Turchia e Brasile.

E naturalmente in tutta Italia. Dalla Costa Azzurra ad Albenga. Nel 1976 conobbi Ermanno Spadoni, un signore di Milano che mi portò a suonare in Costa Smeralda, a Porto Rotondo.

Fra i vip. Repertorio?

Per Gianni Agnelli e compagnia suonavo De Gregori, Battisti... E il flamenco, perché con la chitarra classica me la cavavo. Devo riconoscere che un po’ di talento c’era.

Dalla Spagna musicale a España 82.

Prima del Mundial ero ad Alassio, dove si trovava in ritiro l’Italia di Bearzot. Vennero a sentirmi il commissario tecnico, il dottor Vecchiet, il capodelegazione De Gaudio. E mi chiesero di seguirli all’hotel Puerta del Sol, per intrattenerli nei momenti di relax.

Ha portato fortuna: «Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo».

Sì. Cabrini e soci poi mi vollero anche a Villar Perosa, a casa Juventus che frequento ancora. Tre-quattro volte l’anno vado a trovare Valerio Remino, storico massaggiatore bianconero. Allora mi chiesero per che squadra tenessi e risposi che ero juventino su indicazione materna. «Le mamme hanno sempre ragione», commentò l’Avvocato. Cantavano tutti abbastanza bene, compreso Michel Platini che un giorno mi regalò una sterlina d’oro. «Tienila stretta: taccagno com’è magari la rivuole indietro», scherzò Giovanni Trapattoni.

Oggi ad allenare la Juve è un bresciano, Andrea Pirlo.

Mi fa piacere. E sono amico anche del bresciano che l’ha allenata prima di lui, Gigi Maifredi. Il padrino di Maifer era Giorgio Sbaraini, grande firma di voi di «Bresciaoggi». Suonavo per lui, per un altro grande giornalista vostro come Salvatore Spatola e per l’altrettanto grande Egidio Bonomi. L’unico problema è che Jos era un baritono, Egidio è un tenorino, far cantare insieme entrambi non era facile! Intanto Salvatore si metteva a ballare, e ballava bene.

Cosa cantavate?

Canzoni di Jannacci, per esempio.

Quando è arrivato alla composizione?

Tardi, nel 1995, 4 anni dopo aver formato I Musici. Venticinque anni fa ho realizzato «Montisola». Nel 2000 è arrivato «Cielo, terra e mare», nel 2010 «Montecerconi» dedicato all’agriturismo di 40 ettari di un amico in Toscana. E proprio in questi giorni pubblico «Via del pozzo».

Le sue influenze?

Vivaldi, la musica barocca e Bach come Joan Baez e John Denver, il nostro De André, poi De Gregori e Battisti di cui dicevo prima.

Un posto in particolare in cui è stato bello suonare?

Al Monte Amiata, tante volte. Ad Arcidosso ho conosciuto il sindaco Emilio Landi, amico del professore di educazione fisica romano Rolando Bardelli che a sua volta mi aveva presentato un compositore di livello mondiale come Vangelis. Landi non mi faceva più finire di suonare, la prima volta che mi ha sentito. E con I Musici sono tornato spesso e volentieri all’Amiata.

Come sta convivendo con la pandemia?

Non mi ferma neanche il lockdown, ho sempre suonato, ma sono triste per tutti gli amici che ho perso. La musica consola e fa bene sempre. Ho allevato come un figlio mio nipote Massimiliano, primo violino della formazione, e quando non suono ascolto: i concerti su Rai5, i cantautori come George Moustaki. Fatico con i pezzi che trasmettono in radio oggi perché c’è troppa batteria a fronte dei soliti 4 accordi.

Cosa vuol fare ora?

Suonare. Aspetto l’occasione di nuovi concerti. Non mi pongo limiti: nei 3 dischi precedenti cantava Silvana Ducoli, nell’ultimo invece ci sono le sorelle di Bienno Camilla e Serena Rizzieri, che conosco da 3 anni ormai, e ci sono 3 brani dedicati al Sud. Io sono un apolitico: ho le mie idee, ma sono convinto che ci sia del buono dappertutto nel mondo. E lo amo, questo mondo.

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