16 novembre 2019

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06.01.2019

Interviste

«Da Muti a Mehta
con il mandolino
ho girato il mondo»

Dorina Frati: anima dell’orchestra Claudio e Mauro Terroni, insegna al Conservatorio e ha ideato la rassegna Fuori Luogo TIZIANA ARICI
Dorina Frati: anima dell’orchestra Claudio e Mauro Terroni, insegna al Conservatorio e ha ideato la rassegna Fuori Luogo TIZIANA ARICI

Kildare o Turandot? Bisturi o plettro? Dorina Frati sognava di diventare cardiochirurgo infantile. «Volevo seguire l’esempio del dottor Parenzan, sulle orme di Barnard, e salvare tanti bimbi», ricorda oggi la donna che ricopre il ruolo di primo mandolino dell’Orchestra del Teatro alla Scala. La dimostrazione vivente che il talento può tutto: anche ricavare una musicista di livello mondiale da una classe di liceo scientifico, realizzando il desiderio mai espresso da una ragazza che s’immaginava una carriera in sala operatoria.

Com’era, Dorina, da piccola?

Curiosa. Un po’ rompiballe. Sognavo di essere utile al prossimo. Mio papà Mario, che purtroppo non c’è più, aveva un’elettromeccanica e una visione illuminata: presidente del consorzio avvolgitori, aveva capito che farsi la guerra non era la strada giusta. Mia mamma Silvana era sarta. Mi ha sempre fatto lei gli abiti da concerto. I miei genitori non mi hanno mai ostacolato. Anzi. Mi hanno dato le opportunità, senza mai far pesare niente. A 5 anni sapevo a memoria il libretto della Turandot perché eravamo stati all’Arena a sentirla, a 6 ero in prima fila alla Settimana Mandolinistica del Teatro Grande. In quell’occasione ho sentito per la prima volta Giuseppe Anedda: un mattatore. La sua figura mi ha affascinato. Poi è stato mio maestro. Mi ha insegnato tanto.

Una cosa fra tutte?

La tecnica.

Com’è arrivata alla musica suonata?

Grazie a mio fratello Giovanni detto Giancarlo, chitarrista. Andava a lezione da una signora, io lo accompagnavo e qualcosa dovevano pur farmi fare. Il marito dell’insegnante aveva un mandolino, io a casa avevo lo strumento del nonno...

Colpo di fulmine?

Tutt’altro! Abitando a Nave, speravo sempre nello sciopero delle corriere per saltare le lezioni. Non ho amato il mandolino per anni.

Adesso sì, immagino.

Io amo la musica. Il mandolino è lo strumento che mi consente di farla. Da piccola ascoltavo brani di Vivaldi che poi ho inciso con i Solisti Veneti, con la direzione di Claudio Scimone. La musica è il mio mezzo per comunicare. Lo è anche per mio figlio Sebastiano, che ha 23 anni ed è all’ultimo anno di Nam a Milano. Suona il contrabbasso. Lo capisco: mi piacciono i suoni gravi, anche se il mio strumento è acutissimo, ho iniziato a suonare grazie all’orchestra a plettro Costantino Quaranta e sono felice di essere poi arrivata perfino in Giappone, con l’orchestra Terroni.

Quarant’anni di orchestra Terroni. Lei ne è l’anima dal principio, quando l’associazione nacque in memoria dei compagni di corso Mauro e Claudio Terroni. Tante iniziative, tanti concerti. Che avventura è stata?

Sono orgogliosa di essere riuscita a tenere insieme il gruppo. Abbiamo celebrato il 40° nelle settimane scorse. Le tesi degli allievi sono diventate conferenze-concerti nel Salone Da Cemmo e poi in San Giorgio. Davide Ferella ha trattato i Concerti per clavicembalo di Bach trascritti per il mandolino. Quindi siamo passati ai compositori bresciani: Bartolomeo Bortolazzi, Franco Margola, fino agli attuali Mauro Montalbetti, Claudio Mandonico e Paolo Ugoletti. Abbiamo approfondito la figura femminile nella storia del repertorio mandolinistico, con Annalisa Desiata, Deborah Kora e Monica Baronio. Si sono esibiti il Quintetto Anedda, il quartetto a plettro e l’orchestra a plettro Mauro e Claudio Terroni con la partecipazione di Paolo Pollastri e Davide Vendramin e Piera Dadomo, che è bresciana.

I suoi pupilli?

Felicissimi. Anche nel sentire il disco uscito per Dynamic l’anno scorso in filodiffusione da Feltrinelli. Li ho sempre fatto lavorare tanto e adesso suonano in Fenice e alla Scala. Ho sempre amato insegnare. Dopo gli inizi al Centro Musicale Terroni, il primo incarico è stato a Napoli. Ho viaggiato tanto: treno, aereo, autobus, mi manca la barca.

A Napoli fu un caso clamoroso: prima donna ad avere la cattedra di mandolino.

Una donna, e pure del Nord… Era il 1997, con Roberto De Simone direttore. Mi intervistò anche la Rai. Mio figlio, piccolo, si svegliava al mattino e mi chiedeva «oggi con chi sto?». Lo portavo da mia mamma, andavo a Verona in treno, a Capodichino in aereo, al Conservatorio sul bus e alle 9.30 ero pronta a fare lezione. «È arrivato il sole», mi dicevano. Eppure ero stanchissima! Poi ho insegnato a L’Aquila. E a Brescia.

Difficile, tornare a casa?

Sì. A Brescia la classe di mandolino è stata aperta pochi anni fa. Ora la mia è cosmopolita. Mi han seguito anche allievi da L’Aquila.

Da musicista ha girato il mondo.

Con I Solisti Veneti sono passata da Buenos Aires a Tokyo, da New York a Vienna, e in Vaticano.

Come si definirebbe?

Un osso duro. Quando frequentavo il liceo Calini avevo sempre la febbre, smisi e mi dedicai al Conservatorio a Padova. Fui ammessa nel ’77 anche se la classe era completa: fu Anedda ad accettare di avermi comunque come allieva. Ho ripreso gli studi nel 2005, al Gambara, alle serali. Quindi mi sono iscritta a Filosofia a Verona. Sono stata la prima ad arrivare al diploma di mandolino in Italia, salvo poi scoprire che non era riconosciuto. Per fortuna era presente il Gazzettino, quando ho sostenuto l’esame a Padova, presentata da Scimone; c’era la prova che non mi ero inventata tutto! L’ho ottenuto, il riconoscimento, 11 anni dopo. Mi fu chiesto il Don Giovanni a bruciapelo, quando fui esaminata: oggi credo di essere la musicista al mondo che ha suonato il maggior numero di Don Giovanni.

Quali sono le tappe di cui va più fiera?

È vivido il ricordo della prima tournée in Spagna con l’Orchestra Terroni, a Logroño, nel 1985. Acustica pessima, dissi ai ragazzi «Guardatemi o andiamo a rane». Filò tutto liscio. Che bellezza, sentire 30 musicisti che respiravano con me… Poi, non posso dimenticare la prima con Muti e la regìa di Strehler alla Scala. Era l’87. E Otello con Muti e Domingo: la Scala sarebbe stata chiusa per restauri, l’affetto dei milanesi fu emozionante. Fu l’ultimo Otello di Placido Domingo.

Ha lavorato con altri grandi artisti. Kleiber, Sinopoli, Mehta, Chailly…

E ho avuto la fortuna di collaborare con l’Accademia di Santa Cecilia e l’Orchestra Nazionale della Rai.

Quando non suona?

Fino ai 17 anni pattinavo: smisi di botto. Amo cucinare. Mi piace leggere ma mi addormento. E già dormo soltanto 4 ore per notte.

Cosa farà nel 2019?

Il 2018 è stato intenso, sono stata in Cina, in Giappone, anche in California per un master al convegno di Santa Rosa. Nel 2019… Rifarò il Don Giovanni a Verona, dal 27 gennaio. Farò concerti. Proseguiranno i discorsi con l’Orchestra Terroni e da direttrice artistica della rassegna Fuori Luogo a Nave: abbiamo portato Giovanni Sollima in fabbrica, vogliamo shakerare un po’ il paese. E ho tanti progetti nuovi da realizzare.

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