08 luglio 2020

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29.12.2019

Interviste

«Dall’Arma all’arte
Nelle opere cerco
la scintilla divina»

Umberto Sbaraini: carabiniere, collezionista, artista. Ama disegnare, scrivere, dipingere. La sua prossima mostra sarà a Vestone in febbraio
Umberto Sbaraini: carabiniere, collezionista, artista. Ama disegnare, scrivere, dipingere. La sua prossima mostra sarà a Vestone in febbraio

Di vita, può bastarne una sola. Sicuro. Soprattutto se ne contiene mille. Una vita può diventare come la borsa di Eta Beta, se ad abitarla è il Daimon di cui parlavano gli antichi e che mai è passato di moda; mai stanco di creare completandosi, ricreare reinventandosi. La teoria si fa pratica (anche) grazie a Umberto Sbaraini, esempio di quanti talenti possano albergare, e fiorire, in un uomo solo al comando (letteralmente). Sbaraini è stato carabiniere, maresciallo, comandante (appunto). È collezionista, disegnatore, pittore. In quest’ultima veste esporrà nelle prime tre settimane di febbraio a Vestone, con l’associazione culturale Via Glisenti 43. Non una prima volta per un artista che ha saputo farsi apprezzare quando molti si considerano ormai fuori tempo massimo, coerentemente con un percorso che passo dopo passo l’ha portato ad esprimere la sua fantasia ludica, il suo estro indomito. Opere, le sue, che sono «tappeti devozionali», con il grande mistero che s’annida tra forme di linguaggio incrociate. Una vocazione dichiarata, da sempre, per forme di espressione artistica che non cozzano con la disciplina militare. «Anzi: la propensione alla precisione anima un ambito come l’altro», sottolinea Sbaraini, che in pensione ha finalmente tutto il tempo di far fruttare il suo metodico entusiasmo.

Quand’era bambino cosa sognava di fare da adulto?

Sinceramente, niente di tutto questo. Io volevo fare il designer di auto. Ho ancora questa passione, disegno sempre vetture per conto mio. Sono affascinato dal lavoro di Pininfarina, di Bertone a cui avevo scritto una lettera negli anni ’70, quando ero quindicenne. Ma la scuola specialistica era a Torino e soltanto lì. Sarebbe stato difficile, per me, fare un salto del genere. Quindi mi sono dato all’arte.

Le sue radici?

Nella ristorazione. I miei genitori erano ristoratori, negli anni del boom economico erano riusciti a costruire qualcosa di solido nella Bassa bresciana. Mia moglie Angela è vicentina. Abbiamo quattro figli: Massimo è sacerdote alla Diocesi di Verona; Daniele e Stefano, gemelli, sono ristoratori, e Daniele si è appassionato all’arte moderna come me; Federico è chef all’Antica Cascina San Zago. Io sono nato a Orzivecchi, ma il mio paese adottivo è Scarpizzolo di San Paolo, dove mio papà con la sua trattoria sponsorizzava la squadra di calcio nel ’73/74.

Le piaceva il calcio?

Mai amato. Ho seguito un’altra strada. Dopo le scuole professionali all’istituto Moretto sono partito per il servizio militare. Ho fatto il carabiniere. Luogotenente, poi comandante. Un’esperienza molto bella che mi ha condotto al lago di Garda, a Gardone Riviera, dove risiedo tuttora.

Comandante, ma anche pubblico ministero onorario per il Tribunale di Salò.

Dove il senso del dovere è diventato qualcosa di ancora meno generico. Un conto è fare il maresciallo, un altro impostare l’accusa studiando fascicoli. Auguro di cimentarsi con un lavoro del genere a chiunque indossi la divisa: dimezzeremmo le spese di giustizia, ne sono certo.

Lei ha combattuto il terrorismo.

A Padova davo la caccia alla banda di Felice Maniero. Sono stato guardia del corpo di un magistrato del Tribunale durante gli arresti del 7 aprile. E impiegato come tiratore scelto al primo G6 nel 1980.

Esistono attinenze fra quella vita e questa da artista?

Sì. Sia il modellismo che il tiro, per esempio, insegnano l’arte della precisione a cui alludevo prima. La concentrazione diventa creativa quando ci si focalizza sugli obiettivi. La vita militare mi ha formato e deve far riflettere il fatto che il calendario dei carabinieri sia sempre una pubblicazione di alto livello artistico. Non è un caso, è una scelta precisa.

Quando ha iniziato a dipingere seriamente?

Nel 2006. Ho iniziato a fare mostre, dall’Ucai a Gavardo e Vestone.

Colleghi presenti?

Non tanti. Ma in generale non conosco troppi appassionati.

Dall’Arma all’arte. La sua, di arte, è molto scritta. Ama leggere?

Sì. Ho studiato teologia e la mia pittura ne risulta influenzata. Mi affascinano le scritture antiche, io le reinterpreto in chiave moderna e ottengo tappeti devozionali che mi fanno pensare alla Torre di Babele. I primi alfabeti erano di una bellezza incredibile. Del resto tutti si sono ispirati all’arte primordiale, anche Picasso.

Cos’è l’arte?

Comunicare con Dio. Con la nostra parte del divino. Sanzeni, Rivadossi: io mi domando come facciano a creare come fanno. Volti, figure che mi lasciano senza fiato. L’arte commuove. Ognuno ha un suo modo di interpretarla e di farla.

Il suo?

Sono a mio agio quando creo arazzi sfrangiati come tappeti sovrapponendo poesie, citazioni filosofiche. Il colore in cui creo più volentieri è il blu, il colore del cielo. Ma non ci sono limiti. Ha ragione chi dice che la vita è una polisinfonia incompiuta: ogni essere umano può partecipare, ma la partitura finale non la conosce nessuno.

Cosa sta facendo adesso?

Preparo opere di arte moderna, alcune legate a Sarenco. Insieme a un altro artista farò una minicollettiva a tema. Ciò che conta è sempre seminare cultura.

La sua casa a Gardone Riviera, vicino a San Michele, non lontano dal Vittoriale, è un museo di quadri e giocattoli antichi.

Sono un collezionalista, sì.

Soldatini di piombo, cowboy e pellerossa, trenini, automobiline e teatrini, elmi, scudi e spade, teatrini, carte da gioco e cavalli a dondolo, missili e camion, bambole e bamboline compresa quella che fu di Eleonora Duse. E poi un orsacchiotto che si infila gli occhiali dopo averli puliti, un’automobilina Ferrari realizzata negli anni Sessanta da un meccanico della scuderia... Ha anche catalogato tutte le armi presenti nel Vittoriale.

Un lavoro che non era mai stato fatto prima. Mi sono divertito. È passione, gusto per il gioco, amore del bello.

Quali artisti predilige?

Lino Sanzeni, Elio Zorzi, Mario Cappa. E Franco Rinaldi.

Nessuno è un ragazzino. È difficile trasmettere l’arte ai più giovani?

No. Si tratta di far cogliere l’attimo. Un’opera bella è scintilla del divino, nasce da una visione interiore. Il Daimon si annida anche nelle persone peggiori, non si può negarlo. Da lì, anzi, si può provare a ripartire.

L’ultima opera bella che ha visto?

Prima di venire qui a «Bresciaoggi» sono stato a Verona per passare un po’ di tempo con mio figlio sacerdote. Nella chiesa vicina alla stazione di Porta Nuova ho scoperto un tempio votivo che è un scrigno prezioso. Un’Annunciazione meravigliosa. La riprova che la grande arte, soprattutto in Italia, è spesso dietro l’angolo. Dobbiamo solo ritrovare l’abitudine di vederla.

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