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23.06.2019

Interviste

«Dall’inno al Papa
a De André: non c’è
limite nella musica»

Francesco Andreoli: bresciano, nato il 21 dicembre 1961, direttore, compositore e arrangiatore, ha la sua base a Gambara
Francesco Andreoli: bresciano, nato il 21 dicembre 1961, direttore, compositore e arrangiatore, ha la sua base a Gambara

Suona e spazia. Passa dal pianoforte alla direzione corale, da Puccini a De André. Sempre invidiabile, nella capacità di dimostrarsi a proprio agio in ogni veste. Sempre con il sorriso, che è figlio di un semplice mantra: «Amo quello che faccio». Non è scontato, tantomeno banale, dire una cosa del genere dopo decenni di musica, in una famiglia che mastica melodia e respira armonia da tanto tempo, di generazione in generazione. Francesco Andreoli può farlo. E la meta raggiunta il 12 aprile, quando con un «Requiem» di 50 minuti - frutto di un triennio di lavoro - ha reso omaggio in Carmine al padre Cornelio nel giorno in cui avrebbe compiuto cento anni, così non diventa la chiusura di un cerchio: semmai, una tappa lungo un percorso entusiasmante anche perché illimitato.

Classica e pop, jazz e rock. Ok la musica nel sangue, ma dove nasce tanta versalità?

Non è merito mio: tutto nasce a Gambara dalla mia famiglia, fra i miei fratelli.

Nel 1971 i figli di Cornelio Andreoli iscritti alla principale scuola di musica provinciale erano 6: il record è ancora imbattuto. La famiglia Beschi, quella del vescovo, con 5 figli perse il confronto. Vi rendevate conto dell’eccezionalità?

Era naturale ma sì, sapevamo di vivere una situazione particolarmente forte. Posso dire che sono stati i miei fratelli a contaminarmi in tutti i sensi. A 12 anni ne avevo 10 di differenza da Giovanni, 9 da Arturo, 8 dai gemelli Piero e Luigi. Io ero il piccolino di casa. Quando loro frequentavano il conservatorio, in ogni stanza qualcuno studiava classica. La cosa era divertente. La sera andavano in cantina e provavano quello che poi avrebbero suonato nei locali nel weekend: come Jekyll e Hyde avevano la doppia vita, in settimana si dedicavano a Mozart e nel fine-settimana suonavano il rock and roll.

Che effetto le faceva?

Per me non esiste una divisione fra i generi. In questo senso, quell’impronta familiare mi ha segnato profondamente. Mi piace o non mi piace. Non ci sono altre distinzioni. Purista, mai.

Andreoli strumentisti e compositori, direttori di banda, d’orchestra e di coro... E dietro l’angolo ci sono i Queen.

Certo. Ma anche Aretha Franklin. Con i Genesis. Perché no?

Alla fine il contesto dà un linguaggio al talento: chissà cos’avrebbe suonato Mozart se fosse nato nella Genova dei cantautori, fra Paoli e Tenco.

Avrebbe scritto cose meravigliose. Comunque è proprio così: il contesto determina la forma, ma senza talento non c’è sostanza. Dunque, non c’è niente.

Lei quando ha scoperto il suo?

In realtà, più tardi di quanto a casa mia avrebbero pensato. Tutti suonavano? Allora io no! Ho sempre avuto uno spirito ribelle. Dopo i primi anni di conservatorio ho deciso che non era la mia vita. Ho studiato pianoforte con Gerardo Chimini, supplente entusiasta, e con Franco Braga, che cercava fra gli Andreoli un altro Giovanni. Ma io ero diverso. Durante le superiori, frequentavo il liceo scientifico Calini. Ho abbandonato, e per mio padre è stato un dispiacere. Ma non potevo non sentire il richiamo della foresta. A 15 anni sono entrato nel mio primo gruppo rock.

Cosa suonava?

Le tastiere. Avevo il diploma in solfeggio e il parroco di Gambara, oltre a farmi fare l’organista, mi ha affidato il coro della parrocchia. Mi sono ritrovato maestro di coro a 15 anni, circondato da gente più esperta. Ma alla fine conta la musica. Ricordo che armonizzammo «Let it be» a 4 voci. Mi divertivo.

Quanto ha contato nella sua crescita l’incontro con Giancarlo Facchinetti?

Tanto. Tantissimo. Era stato insegnante di Giovanni, ma è stato Arturo a consigliarmi di diventare suo allievo privatamente. Sono stati 3 anni fondamentali. Nel Requiem scritto per mio papà c’è anche una dedica a Facchinetti: senza di lui mai mi sarei azzardato a realizzare una composizione del genere. E mi inorgoglisce sapere che era felice di aver insegnato a 3 fratelli Andreoli, cosa che diverse persone mi hanno riferito. Era straordinario per intelligenza e ironia. Quanto al suo metodo si potrebbe dire: armonia for dummies. Nel senso che era impossibile non apprezzare e capire l’armonia con lui. E grazie a lui ho avviato i miei primi lavori di composizione.

Se si guarda indietro, di cosa va fiero innanzitutto?

Aver collaborato con Arturo nella ricostruzione della banda di Gambara. Era ferma da 50 anni, ci aveva suonato mio nonno.

Musica e famiglia.

Paolo, il figlio di mio fratello Piero suona a Cremona in uno dei migliori quartetti al mondo. Altri nipoti sono diplomati. Quanto alle mie figlie: Sara canta nel Brixia Camera Chorus. Linda suonava il flauto nella banda, Marta va in prima liceo, studia pianoforte e canto. Vorrebbe fare la cantautrice.

Ispirazioni, folgorazioni: le sue?

Prima di tutto i Beatles. Lennon era un genio, ma McCartney è un musicista super. Ha scritto «For no one», «The fool on the hill»: ballate perfette. Poi dico i Genesis, quelli dei primi 4 album. Peter Gabriel è stato come Freddie Mercury per i Queen, un magnifico frontman circondato da meravigliosi musicisti. Ho una predilezione per Tony Banks, molto inglese nell’atteggiamento quasi infastidito, encomiabile per la sua tecnica tastieristica.

In Italia?

Il prog. Dai New Trolls che rubacchiando Bach hanno creato un mondo ai geniali fratelli Nocenzi del Banco di Mutuo Soccorso. Le Orme come la Premiata Forneria Marconi: il doppio album della Pfm con De André l’ho consumato… Mi ha cambiato la vita, e credo a Faber abbiamo cambiato la carriera imprimendogli il cambio di marcia che l’ha portato a dare più importanza all’aspetto musicale, collaborando con artisti quali Pagani, Bubola, Fossati.

E lei ha fondato Bandafaber.

Un progetto in cui credo, col gusto di sperimentare. Dopo De André, Jannacci e Gaber con Manera, Battisti e Dalla con Ferradini, il 6 luglio a Leno ci daremo al prog con «Storie di un minuto», citando il primo album della Pfm. Il nostro Ugo Frialdi stavolta duetterà con un violinista, il che apre le porte ad eventuali collaborazioni future: violinisti come Pagani, Fabbri, Tagliapietra diventano tutti invitabili. Intanto, questa domenica a Villa Badia di Leno ci suono con il Brixia Camera Chorus. Non rischio di annoiarmi.

Andreoli e gli inni: ne ha scritto uno per il Brescia, uno per il Papa bresciano.

Vero! Quello per il Brescia arrivava dopo la promozione in A del 1997 su invito di Vanna Leali, che era amica del presidente Gino Corioni. Fino all’operazione a un piede di 10 anni fa giocavo sempre a calcetto, ero malato di pallone, tifosissimo del Milan. Sarei felice di vedere in rossonero Tonali: per visione di gioco mi ricorda Pirlo, fisicamente è più forte. Può anche superarlo. Quanto all’inno per Paolo VI, l’anno scorso, non lo volevo fare perché ero preoccupato: non c’era il tempo di provare, l’organizzazione in questi casi è problematica, eravamo 4 cori… Ma è andata molto bene, tanto che l’attuale direttore della Cappella Sistina, monsignor Pavan, allora vice, oltre a chiedermi di suonare l’inno col Brixia Camera Chorus volle che rifacessi all’uscita dei cardinali.

Era piaciuto molto.

Pensare che l’organista suonò lo spartito che gli diedi all’ultimo momento senza il tempo di provarlo. Gli spiegai tempo e velocità, le 8 battute di introduzione e fu tutto perfetto. Mi viene da sorridere se ripenso che quando ritirai lo spartito l’organista mi disse «Bello, ma c’è un errore». Invece era voluta, la forzatura in alcuni punti delle armonizzazioni. Non amo la perfezione, la musica dev’essere dinamica, trasmettere il sentimento di chi la suona. Io abolirei basi e playback. Senza imperfezione non c’è emozione.

L’emozione più grande è stata l’inno per il Papa davanti a settantamila persone in piazza San Pietro?

No. Il Requiem per mio padre in Carmine, replicato 2 giorni dopo a Gambara, mi ha emozionato più di ogni altra cosa. A Gambara, libero dalle preoccupazioni tecniche della prima, ho anche pianto, e io non piango mai. Da ragazzo ero lo scapestrato di casa, volevo sdebitarmi. Lo dovevo a mio papà.

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