20 settembre 2019

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01.09.2019

Interviste

«Ho imparato
che insegnare può
cambiare la vita»

Gianmarco Martelloni: 44 anni compiuti venerdì, cantautore e professore, è il nuovo preside dell’istituto superiore Capirola di Leno
Gianmarco Martelloni: 44 anni compiuti venerdì, cantautore e professore, è il nuovo preside dell’istituto superiore Capirola di Leno

L’intensità. Nello sguardo e negli intenti. Era nelle sue canzoni, è nell’incarico che assume - da domani - come una missione. Gianmarco Martelloni è il nuovo preside del Capirola. Raccoglie il testimone di Ermelina Ravelli, la dirigente scolastica per eccellenza della provincia bresciana, in pensione dopo una vita di sfide vinte che hanno portato l’istituto da 130 a 2.300 studenti, aggiungendo la sede di Ghedi a quella di Leno, senza un giorno di malattia o di assenza. Ma è il suo degno erede chi ha insegnato in città e in provincia, vincendo il Concorso per Dirigenti Scolastici bandito nel 2017. Abituato a non perdere tempo, visto che in parallelo ha condotto una carriera da apprezzato cantautore. Carriera che adesso si ferma: «Impensabile fare altrimenti. Sono concentrato al 100 per 100 sul compito che mi attende a scuola». La musica gli ha dato grandi soddisfazioni: nel 2004 Raf ha inserito un suo brano, «Aria di niente», nell’album «Ouch!»; nel 2008, da solista, ha pubblicato «La superficie del mare» con i singoli «Messalina» (soprattutto) e «Cravatta rossa» in heavy rotation su Radio Deejay; nel 2009 la partecipazione al singolo «Last minute» di Ivano Fossati; nel 2012 la svolta anti-pop di «Fiamme», con l’abrasiva, magnetica «Chiedici scusa».

Cantautore, professore. Da piccolo cosa sognava di fare da grande?

Alle elementari la mia maestra Tresca diceva che avrei fatto lo sciensiato. Era molto brava, mi aveva trasmesso la passione per la matematica. Ma io da bambino non avevo un’idea precisa.

Studente modello?

Sono stato un pochino monello alle medie, nell’età del disorientamento. Ma onestamente non ho mai sperimentato vere difficoltà.

In casa si respirava musica?

Sì. Mio padre faceva il pubblicitario, lavorava per riviste hi-fi e in casa avevamo un superimpianto. Era stato all’isola di Wight, avevamo tanti vinili come «Meddle». Lo aprivi e vedevi loro, i Pink Floyd. E partiva «Echoes». Inquietante, affascinante. Mia sorella maggiore, che vive negli Stati Uniti, un giorno mi disse che era arrivato il momento di comprare un disco. Avevo 13 anni. Mi disse «Parti da Rattle and hum».

U2. Cosa ascoltava allora?

Avevo una predilezione per il metal, trasmessa da mio cugino che mi ha iniziato anche al calcio, al Brescia. Prima partita, subito una disfatta con l’Ospitaletto in Coppa Italia di C. Sconfitta per 2-1. «Questa è la mia squadra», mi son detto. Era l’85. Non volevo stare coi vincenti. Poi sono rimasto tifoso del Brescia, mentre ho un po’ abbandonato il metal. Ma resto affezionato al mio secondo disco, «The number of the beast» degli Iron Maiden. Su quell’impiantone, poi...

Primo strumento?

Subito la chitarra. L’ho scoperta da adolescente, in quel periodo in cui non sai chi sei, vai al liceo e rischi di diventare trasparente per le ragazze. Tristezza, sconforto. Mia mamma mi disse «Va’ a lezione di chitarra». Al liceo ero in classe con Andrea Poddighe e suo fratello Carlo era un chitarrista bravissimo: mi sono spostato sul basso e abbiamo formato una band.

Di strada poi ne avete fatta.

Nel mio percorso musicale, mi è piaciuto imparare da persone capaci in studio di registrazione. Ho amato occuparmi dell’aspetto tecnico, compreso il posizionamento dei microfoni, produrre i miei dischi e quelli dei Plan De Fuga. Una strada che è stato bello percorrere e che ora è chiusa.

Niente più musica, quindi?

Finché ero insegnante, potevo ancora. Adesso basta.

Se riavvolge il nastro, di quali canzoni va più orgoglioso?

Andrei agli estremi: «Messalina», la più conosciuta, e «Chiedici scusa», l’altra via che ho seguito. Sarei ripartito da lì.

Per 6 anni ha tenuto laboratori musicali, al Copernico e al Capirola. Com’è oggi il rapporto fra i ragazzi e la musica?

In una decina d’anni è cambiato tutto. Sono spariti i supporti, e questa è una rivoluzione degna di Edison, della nascita del fonografo. Con la musica ho unito i miei due mondi, cercando di portare le mie competenze a scuola a beneficio degli studenti. Esperienze quasi solo positive, perché i ragazzi di oggi sono più aperti e trasversali. Noi nati negli anni ’70 non ci parlavamo fra istituti diversi, e il primino non poteva rivolgersi più di tanto a quelli di quinta.

Oggi non c’è nonnismo?

No. Non si fanno troppi problemi: ho visto polistrumentisti suonare qualunque cosa. Margherita, per esempio: una metallara di gusto vintage, amante degli Anthrax, contenta di suonare allegramente una canzone della Disney semplicemente perché quella canzone è bella. Ricordo che nel ’94, al Calini, portammo per la festa di fine anno un dj di musica elettronica oltre alle band: apriti cielo! Era impensabile. Oggi è tutto mischiato. I ragazzi soffrono solo della sindrome dello skip: sono cresciuti nella velocità, tutto è accessibile con un clic; non si mettono certo ad ascoltare un album intero senza interruzioni. Ma sono curiosi.

Quando ha scelto di fare l’insegnante?

Non quando mi sono iscritto a Lettere, che fu scelta di puro istinto: il desiderio di studiare ciò che amavo di più. È stata un’insegnante, Luisa Regola, a cambiarmi le prospettive. Io mi ritenevo destinato a Medicina.

Invece.

È la prova che un insegnante può cambiarti la vita.

Come ha fatto?

Mi ha spalancato le porte di un patrimonio enorme. Mi ha conquistato toccando i tasti giusti. Durante l’università ho deciso di specializzarmi in insegnamento secondario. Due anni aggiuntivi mi hanno formato. Ho visto l’opportunità, mi sono buttato ed è stato un grosso cambiamento.

La sua prima classe?

Quando sono tornato al Calini per il tirocinio, nel 2002, affiancando proprio la professoressa Regola. Ricordo l’agitazione. Quando non hai ancora trent’anni marchi le distanze molto più di quando ne hai quaranta e sei molto più rilassato. Cominciare fu stimolante, emozionante.

Calini. E poi?

Leonardo a Brescia, Moretti a Lumezzane. Piamarta, Copernico e Capirola.

L’eredità di Ermelina Ravelli. Che effetto le fa?

Dà le vertigini. L’onore di dirigere un istituto del genere mi suggerisce innanzitutto di collaborare con la professoressa Ravelli. Lavoravo lì, le chiederò consigli. Ho già preso contatto con il mio futuro staff di presidenza, grandi lavoratori, persone formate con una visione d’insieme: merito tanto suo. Lei non è stata una dirigente: è il Capirola. Ha preso una scuola, l’ha accompagnata e fatta crescere.

Immaginava un giorno di prendere il suo posto?

Non avrei mai pensato che potesse toccare a me. Ci sarebbe voluta troppa fantasia. Ma la realtà spesso supera l’immaginazione.

Comincia domani. ha compiuto gli anni venerdì. Un bel regalo di compleanno.

Sicuramente. E non vedo l’ora di iniziare: c’è tanto da fare. La scuola è un baluardo di civiltà e cultura in una società in costante trasformazione.

La scuola italiana deve mettersi al passo dei paesi più evoluti per lo sport e per le lingue straniere.

Per lo sport esiste in Italia un problema di strutture, figlio di una mentalità vecchia. Ogni volta che si propone un’ora di educazione fisica in più, qualcuno agita il fantasma del regime. Ma è passato un secolo, era un’altra Italia. E in certi sobborghi lo sport può salvare, è strumento di redenzione, offre una strada diversa. Quanto alle lingue, sono uno strumento fondamentale. Nel nostro istituto per fortuna c’è grande sensibilità: siamo attivissimi a livello di scambio, di stage linguistici in Europa.

Troverà ancora il tempo per andare allo stadio?

Il Brescia è sempre nel cuore. Sono abbonato da così tanto tempo che non ricordo quando ho iniziato.

Giocatore preferito?

Tullio Gritti.

Allenatore?

Beppe Iachini.

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