09 dicembre 2019

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30.12.2018

Interviste

«Il mio lavoro
è avere le idee.
Prima degli altri»

Nato a Brescia il 13 giugno 1975, Nicola Falappi ha nello Studio 40 il suo laboratorio ALBERTO MANCINI
Nato a Brescia il 13 giugno 1975, Nicola Falappi ha nello Studio 40 il suo laboratorio ALBERTO MANCINI

Uno e centomila. Nessuno proprio no. Abituato a fare team, Nicola Falappi nel suo vortice creativo ha collaborato con Luca Tommassini e Francesco Facchinetti, fatto intervistare Vittorio Sgarbi da Madame SiSi, curato per la Galleria Massimo Minini una performance di Antonio Marras, partorito lo store del Parma Calcio. Tante cose, tante e diverse. Amico di Mara Venier, Federica Balestrieri ed Ernst Knam, è bresciano, ha 43 anni e non va in vacanza a Natale «da 22: la gente normale va in montagna, io lavoro da Pitti Uomo. È la mia quarantaquattresima edizione».

Stand, allestimenti, progetti. Dalla boutique alle case, dai matrimoni deluxe ai grandi eventi. Il suo mondo: lo immaginava così, da bambino?

Devo dire grazie a mia sorella maggiore, che purtroppo non c’è più. Lei era del ’61, studiava al Foppa architettura; io da piccolo giocavo con «Abitare», c’era la rivista in casa. La grande mostra su Leonardo da Vinci, a Venezia, l’ho vista quando avevo 4 anni. E a 14 mi hanno mandato a un concerto di Ray Charles. Da solo. Non sapevo chi fosse! Ma è stato un bene, sono grato.

In casa si respirava arte?

Papà operaio, mamma casalinga. Però mia mamma per Ray Charles poteva permettersi di comprare un solo biglietto e decise che quel biglietto era per me. Ero predestinato.

I suoi studi in teoria c’entrano poco, con il suo percorso di vita.

Al Pastori c’era il clima del fare. Avevamo un preside molto attento, ai miei tempi studiava lì anche Alessandro Lanzani con cui sono rimasto in contatto. E per diversi eventi ho chiamato il musicista Paolo Cattaneo: suo papà insegnava al Pastori. Non si stava fermi. Poi mi sono iscritto a giurisprudenza a Parma.

Perché non a Brescia?

Quando ho preso in considerazione le varie opzioni, ho visitato Parma che non conoscevo. Sono entrato nel primo bar e ho trovato giornali appesi con le stecche, signori che leggevano. Lì vicino una libreria antica, un parco pieno di studenti. Il mio posto.

Studiava e lavorava?

Sì. Ho cominciato per L’Olmo Colmo, in corso Magenta, per mantenermi. Mi piaceva la decorazione, l’idea di riutilizzare anche piante secche, morte: ho l’occhio del pittore più che il pollice verde. Qualche anno fa c’era la moda della frutta e mi sono sbizzarrito facendo combinazioni pazzesche. E poi in piazza Mercato, altro lavoro per le Officine Paghera.

Quanti anni aveva?

Sui 20, credo 20 e qualcosa, non ricordo i numeri... Sono un no-date. Sono per vivere. I numeri non mi interessano.

Come ha aperto il suo primo spazio?

Ho trovato 14 metri quadri in vicolo del Carro, dove c’era la boutique di abiti da sposa di Penelope, e aperto Enne. Per il mio gusto estetico andava bene, e di Penelope sono diventato amico, ma 14 metri non mi bastavano e dopo un anno ho inaugurato in contrada del Cavalletto.

Primi riscontri?

La «prima» alla Scala per il sindaco Moratti. E per 7 anni ho lavorato al Festival del Cinema di Venezia. La ricerca dell’oggetto, il tocco anche vintage. Mi sono divertito.

Una composizione che ricorda?

Una canna di bambù da 2 metri con un’ortensia dalla foglia particolare, legata con un cordone fatto a mano. Un cadeaux gigante.

Idee originali e alternative. Un po’ il senso del suo lavoro. Come si definirebbe?

Più che un creativo, mi direi pensatore: devo pensare in anticipo. Sono stato un pioniere: quando con i miei soci ho dato vita ad Areadocks, occupandomi anche del logo, come concept store in Italia esisteva solo Corso Como a Milano. Non c’erano negozi con il bar, il fiore, l’oggetto ricercato, i libri... Adesso sono ovunque.

Il suo modus operandi?

Fondamentalmente, mi appoggio a persone intelligenti. Le ascolto e mettiamo insieme tutto. A questo mondo molti vendono per proprio quello che non fanno. Stilisti, artisti. Ma devi avere un’idea! Alberto Marengoni aveva l’Area, io gli ho fatto una proposta: prima ha detto no, poi sì.

Perché si è staccato da Areadocks?

Dopo 3 anni mi son «chiesto cosa faccio da grande?». Avevo già curato varie situazioni, lavorato per Tele+ al Festival del Cinema, organizzato feste per calciatori famosi come per Luca Roda e Giacomo Maiolini. Ora i dinner show li fanno tutti e io no, perché mi sono già spostato su altro, ma se organizzo matrimoni sono spettacoli: chiamo i ballerini di X Factor, il musicista super... Il parterre dev’essere importante.

La sua vita fa rima con Vip?

In verità no. Nel senso che era bello chiacchierare con Alberto Sordi al Festival di Venezia, ma il fascino del famoso, di per sé, su di me ha presa zero. Idem i Social: li utilizzo adesso, pure male mi dicono. L’altro giorno ero con Mara Venier a Milano e mi dice «Famose un selfie»; io di solito per i miei post ho 12 like, se ne vedo 100 penso che son tutti fuori di testa. Di recente ho visto Felice Limosani e mi ha portato sul tetto di un palazzo a vedere la cupola del Duomo di Firenze. Sembra che la tocchi con un dito. Con Francesco Facchinetti e Oscar Giannino ho collaborato per la società bresciana Saef.

Undici anni fa ha creato Studio 40.

Prima in via Costantino Quaranta, ora in via Privata De Vitalis 26. È il mio laboratorio creativo, ideale per chi ama la combinazione tra il mondo dei fiori e quello dell’interior design. In generale ciò che conta è individuare un percorso per trasmettere emozioni. Per esempio, in questi anni ho collaborato col fotografo Roberto Cavalli, che fa i suoi ritratti speciali dentro Lambaradan. Con Knam abbiamo aperto un ristorante a Torino, l’Otium, poi è stato il turno di Bedussi. Provo tutto, senza paura. Ho curato gli eventi G & B portando Malika Ayane a fare un djset a piedi nudi davanti a 2500 persone, mettendo sullo stesso palco Madame SiSi e Sgarbi... Amo dare idee, creare progetti. Ho lanciato le Lehman Box, chiedendo all’unico chef vegeteriano conosciuto di crearmi 3 variazioni di menù. Ho creato un Sunday Market che funziona bene: dalle cantine Folonari al mercato ortofrutticolo, edizioni da 7mila persone. Non si annoia.

Adesso cosa fa, Pitti a parte?

Ho appena finito di progettare un attico a Reggio Calabria. Aprirò un bed and breakfast a Morgnaga, vicino a Gardone Riviera. Lo farò a mia immagine e somiglianza, come casa mia a Caionvico. La lampada, la megalibreria, le riviste: anche il b & b sarà tutto un riferimento preciso. Il prossimo progetto è l’apertura di un ristorante in un appartamento, per committenti che si trasferiscono apposta da Udine e lavoravano con Joe Bastianich: si chiamerà Veleno, sarà uno spazio sopra la boutique di Penelope. L’idea è riempire una casa di bellezza e aprire le porte a chiunque voglia goderne.

Ha un sogno?

Quindici anni fa comprai un riad a Marrakech, ma allora non potevo fermarmi. Mi piacerebbe tornare là. Marrakech è il mio gusto estetico. Quando morirò, sarà a Marrakech.

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