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24 gennaio 2021

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15.12.2019

Interviste

«La mia felicità
è questo orgoglio
d’Oro Zecchino»

Una «H» scintillante, ad attenderlo in ufficio. Un palloncino, preparato dai colleghi dell’Agenzia di Tutela della Salute di Brescia: accoglienza speciale che fa rima con Acca. I giochi di parole si sprecano («la felicità sta accà»), mai però quanto i sorrisi. Perché Flavio Careddu può cantare vittoria, dopo che l’ha cantata Rita Longordo trionfando allo Zecchino d’Oro. L’autore è lui, con Irene Menna (e la musica di Alessandro Visintainer). Con il suo assist ha mandato in gol una bambina di 8 anni di Sanremo, la città del Festival della canzone, al «Festival internazionale della canzone del bambino». «Un grande risultato, si parte in tanti e si arriva in pochi - sottolinea Careddu, ripensando al percorso compiuto dalla canzone vincitrice -. Ma dal piccolo si può arrivare al grande. Penso al Piccolo Coro Mariele Ventre dell'Antoniano, creato quasi 60 anni fa all’Istituto Antoniano di Bologna cominciando con pochi elementi. Adesso ne ha più di 60 e gira il mondo, fa tournée anche in Cina. Bisogna credere in quello che si fa».

Il suo motto?

Vivere fa bene al cuore.

Che posto ha lo Zecchino d’Oro, nel suo cuore?

Sono un vero fan, legato a tante canzoni dello Zecchino d’Oro. Ogni anno, a novembre, ne spunta almeno una che si aggiunge alla mia personale playlist e diventa la mia nuova «canzone del cuore».

Dopo «Canzone scanzonata» e «Nero nero», quest’anno ha presentato «Un principe blu», «Non capisci un tubo» che è arrivata al terzo posto e «Acca» che ha vinto. Se l’aspettava?

No, anche se le canzoni mi piacevano, ne ero e ne sono fiero.

Da cosa parte l’idea di «Acca», che ha sbancato la sessantaduesima edizione dello Zecchino?

Ho pensato a una lettera meno «famosa» delle altre, ma che, zitta zitta, ha ugualmente la sua importanza. Senza di lei, per esempio, avrei dovuto scrivere «ugualmente la sua importanza»: non si capirebbe un’acca così...

Assieme a Carmine Spera e Giuseppe De Rosa ha scritto invece «Non capisci un tubo», la terza classificata cantata da Gabriele Tonti, 5 anni, di Sabaudia.

In questo caso si parla di come certi modi di dire possano creare equivoci: le parole sono scivolose come saponette, bisogna stare attenti.

Al secondo posto sono arrivate Giulia Rizzo e Matilde Gazzotti con «I pesci parlano». Ma occupare due gradini del podio su tre è un risultato eccezionale.

Sono davvero contento. Un po’ sorpreso, molto contento.

Da bambino sognava di scrivere canzoni per bambini canterini?

Il mio sogno era diventare veterinario, oppure fare il giornalista.

Come si è accostato al mondo dello Zecchino d’Oro?

Nel 2017 ho spedito il mio primo brano ed è stato preso. Ho conosciuto la magnifica realtà dell’Antoniano. I bambini che cantano sono ultraselezionati nella zona di Bologna e dintorni. Prima con Mariele Ventre poi con Sabrina Simoni il coro ha saputo farsi conoscere e amare. C’è tanto lavoro, anche 2-3 prove nei giorni più caldi. Un bell’impegno, ma che trasmette gioia e alimenta la creatività. I bambini sono orgogliosi di farne parte.

Tanta gioia, altrettanta fatica.

È un impegno, appunto, in fondo simile a fare nuoto o judo. Le selezioni vanno da febbraio a maggio. I piccoli sono felici di cantare, non sentono la rivalità fra loro. Vengono messi sotto torchio negli ultimi giorni per raggiungere la perfezione nell’interpretazione, ma senza stress. Amano il canto, per loro andare sul palco è il momento più bello. Lo vivono con leggerezza. La musica, del resto, fa bene all’anima.

Lei ascolta e ama la musica da sempre?

Mia madre mi assicura che l’ho sempre ascoltata. Ma l’amore per lo Zecchino d’Oro è nato a vent’anni, prendendo in edicola Tv Sorrisi e Canzoni dov’erano pubblicati in anteprima i testi. Mi incuriosiva il fatto che signori di mezza età scrivessero quelle canzoni per bambini. Mi ci sono messo anch’io.

La selezione è stata dura?

Molto. Si parte in 800... Ma è stato fondamentale l’incontro con un autore storico, Carmine Spera. Io scrivo solo i testi, non la musica. Me li ha bocciati sonoramente, la prima volta. Dicendomi però «Sei bravo, mandami qualcosa, si può lavorare». Nel 2018 mi son piazzato quinto. Quest’anno mi sarebbe bastato anche arrivare quarto.

E invece.

Ho vinto anche il premio «Galassia dello Zecchino». Ci tengo particolarmente perché il riconoscimento arriva dai bambini dei cori. Per quel premio abbiamo dovuto fare le corse. Pirma della trasmissione eravamo all’autogrill, siamo stati chiamati: «Affrettatevi, avete vinto la Galassia!». Ci siamo fiondati in auto per arrivare di volata.

Cosa stavate mangiando?

Una tagliata di carne. Neanche finita. Neanche il tempo del caffè! Ma ne è valsa la pena.

L’unica canzone che non è finita sul podio è «Un principe blu».

Porta con sé un messaggio importante: è una canzone un po’ femminista perché valorizza il ruolo della donna, con un linguaggio da bambini. Raccontiamo di una principessa moderna che si sella il cavallo e va al ballo senza principe.

A chi deve dire grazie?

Devo molto a Carmine Spera, naturalmente. Tra i tanti ringraziamenti, ne devo fare uno molto importante alle piccole grandi coriste Giada e Martina, che nello scorso maggio, hanno partecipato con noi autori in Antoniano all'intervista di «Acca» accogliendoci con i loro bellissimi disegni e dialogando con noi in una videointervista. Sono state brave, simpatiche, pazienti (a sopportare i nostri errori) e in più... ci hanno anche portato fortuna!

Quando scrive canzoni per lo Zecchino d’Oro, a chi si ispira?

Il primo nome che viene in mente a chiunque è Gianni Rodari. Ma in realtà il mio idolo, un maestro, era il grande Toti Scialoja, artista novecentesco, pittore e poeta morto relativamente di recente, nel 1998. Ha scritto tanti libri per bambini, di poesiole e filastrocche. Li ho tutti.

Qual è il suo metodo?

Non c’è una regola. Si comincia da un’idea. Si cercano temi originali, cosa non facile dopo oltre sessant’anni di Zecchino d’Oro. Può capitare che l’illuminazione mi arrivi nel dormiveglia, com’è capitato con «Non capisci un tubo». Mi sono alzato, ho telefonato subito al mio amico Spera e tutto è nato così.

Lo Zecchino d’Oro è una vittoria che nasce dalla passione. Ha altri passatempi?

Spesso andavo a tirare con l’arco, fino a qualche anno fa. Adesso il tempo libero è poco.

Bresciano, di origini sarde.

Infatti sento di appartenere a entrambe le terre: sia a Brescia che a Posada. I miei genitori si sono trasferiti a Brescia per lavoro. Mia mamma lavorava in ospedale, mio papà all’Iveco. Raggiunta la pensione, sono tornati in Sardegna. Io sono cresciuto in questa città, ho studiato al liceo classico Arnaldo e mi sarei pure laureato in giurisprudenza qui se ci fosse già stata l’università, senza bisogno di andare a Milano come ho fatto. Sono bresciano, ma anche sardo: le origini sono incancellabili.

Il Brescia Calcio ha un presidente sardo, Massimo Cellino. È tifoso?

Seguo il campionato e le partite del Brescia, certo, e simpatizzo. Ma la mia squadra del cuore è sempre stata la Juventus.

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