05 giugno 2020

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29.03.2020 Tags: Musica

Interviste

«La musica
non salva la vita...
ma di certo aiuta»

Primi tempi da disc jockey: ha iniziato nel 1983
Primi tempi da disc jockey: ha iniziato nel 1983

Il suo isolamento sta per finire. L’incubo ha le ore contate: domani è l’ultimo giorno. Ancora un passo verso la conclusione della quarantena, la ripresa di una parvenza di normalità. La colonna sonora di quest’Apocalypse-now può benissimo essere affar suo: gusto moroderiano, esperienza infinita, Graziano Fanelli saprà certo trovare il ritmo giusto per accompagnare la vita in clausura di ognuno di noi al tempo del Coronavirus. E il suo djset comincia su note coraggiose. Uno spartito d’orgoglio e resurrezione. «So di aver avuto fortuna - dice il deejay di Radio Studio Più, e di tante notti magiche -. Il 26 febbraio sono entrato all’ospedale di Desenzano, il 27 mi hanno diagnosticato una polmonite con Covid-19 e mi hanno trasferito immediatamente in ambulanza all’ospedale Civile di Brescia, reparto infettivo. Sono felice, un mese dopo, di essere qui a raccontare di avercela fatta. Ho rivisto Padenghe. Casa mia. Sono fortunato!».

La sua storia è rimbalzata dai social al Tg1. Dà speranza, e ce n’è tanto bisogno. Adesso come sta?

Ho fame! Direi che è buon segno.

È sempre rimasto collegato col mondo o ci sono stati momenti di buio totale?

Nei giorni più difficili mia moglie Sabrina ha saputo comunque tenermi connesso con la realtà. La ringrazio anche per questo. Questa malattia è un tunnel, disseminato di trappole. Quando pensi di esserne fuori, cadi. È più dura di quanto sembri all’inizio.

Cosa le ha dato la forza?

Ho la fortuna di aver avuto compagni di stanza gagliardi. Soprattutto uno, Armida. Qualche anno più di me, era di casa in ospedale: prima andava a prendere i malati da caricare in ambulanza, è stato contagiato così. Quando non riuscivo nemmeno a camminare mi ha aiutato in tutto. Una notte alle 3 l’hanno portato in terapia intensiva, all’improvviso. L’hanno intubato 10 giorni fa. Spero che stia presto meglio. Un altro paziente che era in camera con noi, un signore di 89 anni, non ce l’ha fatta. Me ne sono accorto e ho avvisato io i medici. Proprio i medici sono il segreto per resistere, per non lasciarsi andare. Ringrazio il dottor Emanuele Focà, che ha una grinta diversa dal resto del mondo. Mi dava la carica, mostrava il pugno fuori dal vetro per incoraggiarmi... Tu lo vedi, quel vetro, e sai che da un momento all’altro potresti andare di là.

Come misurava il decorso della malattia?

Qui sta il problema. Quando cala la febbre spesso iniziano i rischi veri. Il pericolo è che i polmoni si indeboliscano, calando la saturazione; serve ossigeno, per capire la situazione occorrono prelievi arteriosi e per i medici non è facile cercare il punto giusto con 3 paia di guanti. Sono eroi anche per la pazienza che devono avere, a prova di tutto.

Cos’ascoltava per tirarsi su?

Al telefono, cercavamo di ogni. Armida ha sessant’anni, voleva Eagles e classic rock. Io non ne ho sessanta: ascoltavo qualcosa di più avanti, con le cuffiette...

Dormiva?

Le prime notti no. Non dormi perché hai paura di non svegliarti. Quando stai per addormentarti ti prende un colpo, ti spaventi perché ti sembra di sbagliare. Poi ti abitui.

Ricominciare a fare «Morning fever» a Radio Studio Più ha sancito la svolta?

Sì. Una settimana fa ho ripreso in mano la consolle. Come tornare alla vita per me, che faccio il dj dal 1983. Io sono di Acquafredda, anche se sono nato a Castelgoffredo perché lì c’era l’ospedale: c’era una piccola radio dalle mie parti, e negli anni delle medie chiamavo in diretta per far salire e scendere le canzoni in classifica. «Video killed the radio star», «Funky town», «My old piano»... A mio padre piaceva Rick Astley, chèl de l’impermeabile. Adoro i video di allora e con i video supporto le mie serate: sono una componente fondamentale.

Da bambino preferiva Cecchetto o Platini?

Il calcio non mi interessava. Mio cugino un giorno mi disse «Sai che metto i dischi a Livigno»? Quello sì, mi interessava. Già a 7 anni avevo iniziato a studiare batteria con un maestro severissimo che mi aveva imposto il solfeggio. Lo ringrazio perché oggi quando sono in consolle so sempre cosa sto facendo. La mia formazione è stata a casa, in tavernetta: c’era un giradischi, un amico che aveva un bar portava tutti i 45 del jukebox.

Prima del Genux e del Paradiso, del Florida e dell’Art Club, della Zangola e dell’Altromondo, è stato resident al Sayonara. E si torna a Castelgoffredo.

Un ragazzo che aveva un calzificio mi aveva sentito a Radio Studio Sayonara, dove trasmettevo, e mi chiese di insegnargli. Era amico del titolare della discoteca: «Questo ragazzo è in gamba», gli disse. Sono andato umilmente. Ho cominciato con le luci, poi qualche disco.

Anni ’80, Mike Francis e Gazebo.

Sì, ma allora ogni discoteca aveva, appunto, la sua discoteca: dagli anni ’60 in poi c’era ampia scelta, ogni pomeriggio scoprivo e ascoltavo, una fortuna grande nell’era prima di Internet. Ho conosciuto Claudio Tozzo perché mi aveva sentito suonare al Sayonara e ci scambiavamo video. Poi ci sono state le feste sul Garda, poi Claudio ha avuto bisogno di me al Genux ed è partito davvero tutto.

Poteva fare altro?

La musica era nel mio destino: mio nonno Osvaldo suonava, mio fratello Massimo è diventato presidente della banda di Acquafredda, mio nipote Alessio suona la tromba, mia nipote Francesca il flauto traverso. Suonavo in 4 bande prima di partire militare: Acquafredda, Montichiari, Carpenedolo, Castelgoffredo. A Viterbo, al giuramento dell’aeronautica, ho suonato il rullante: ero quello che sapeva leggere la musica. Un bel ricordo.

Il primo disco che ha comprato?

Un remix di «Spring affair» di Donna Summer. Mi ispiravo a Moroder, Cerrone, Nile Rodgers, Gino Soccio.

Le serate migliori?

Tante, dal Sayonara al Genux, dal Florida al Paradiso dove ho trovato titolari veri, non... ariosi. E poi l’Art: Carlo mi ha dato una fiducia grandiosa, gli anni con Madame SiSi sono stati fantastici. Una serata speciale è stata quest’anno la cena ufficiale della Ferrari. Formula Uno.

Il pezzo numero uno che suonerebbe sempre?

«September», degli Earth, Wind & Fire. Li ho visti due volte, in un concerto aprivano a Barry White.

Sarebbe stato meglio il contrario.

Sì. Poi dico George Benson. E amo i Level 42. Anche in ospedale li ascoltavo. «Turn it on», «It’s over»...

Il disco che porterebbe su un’isola deserta?

Un album degli Chic.

Lei ha realizzato con successo anche tanti dischi: di quale va più orgoglioso?

«Space Master», sigla finale del film «Ricky & Barabba» con De Sica & Pozzetto. «It’s gonna be alright». Potente, solido. Fra i lavori per gli altri, i remix per Fargetta.

Analogico o digitale? Giradischi o computer?

Ho vissuto il passaggio. Non ho amato i cd, per un problema di organizzazione: mi ero preso un software per catalogare tutti i titoli perché non sono tipo da scalette, improvviso tanto. Oggi uso Virtual Dj, è forte anche nella parte video.

Oggi non serve più dare la caccia a un disco: tutto è a portata di mano. Decisivo il gusto?

Certo. La qualità. Sapere cosa suoni. A volte ho problemi con i vocalist: chi non ha vissuto i ’70 e gli ’80 non può capire perché se passo «Soul food to go» o «Nightshift» la pista gioisce. Non c’è la cassa che spinge, ma c’è la condivisione.

Che è tutto.

Il senso della musica. Che da sola non salva la vita, ma di sicuro aiuta.

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