16 ottobre 2019

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09.06.2019

Interviste

«La musica salva la vita,
il blues... te la ribalta»

Sergio Benzoni, quasi sessant’anni di vita, quasi sessant’anni di blues. In pista dal 1980, porta avanti tanti progetti con inconfondibile stile
Sergio Benzoni, quasi sessant’anni di vita, quasi sessant’anni di blues. In pista dal 1980, porta avanti tanti progetti con inconfondibile stile

Soltanto un dio. Soltanto il blues. «Ascolto anche altro, ho provato anche altro, ma alla fine io suono quello. Sono, quello». Blues: più di una fede, per chi l’ama davvero. Per chi prova il senso di appartenenza di Sergio Benzoni. Blues Benzo: spirito autodidatta, maestro di generazioni che nelle dannate-dodici-battute hanno cercato una salvezza. Hanno visto la luce. «Sono nato a Brescia il 19 novembre del 1959 - ricorda - e nel ’68 già giocavo con una chitarra. Non ho più smesso».

Di chi fu il merito, o la colpa? Chi deve ringraziare, o maledire?
Una zia non zia, una signora di quelle che a Brescia definiamo costona. Mi regalò per la prima comunione una chitarra acustica, che ho appena risistemato mezzo secolo dopo. Una Eko col bollino di Vigasio dentro.

Le prime suonate?
Con i vicini di casa, anzianissimi. D’estate suonavano in giardino. Andavo con la mia chitarra, riscuotevo consensi: Chèl scèt gà orècia.

Ha studiato?
Sono stato mandato per 2-3 anni dal maestro di musica che abitava dietro casa mia. Mi insegnava la Paloma. Non c’era cresima, comunione, compleanno in cui non dovessi suonare. Mi divertivo, mi piaceva.

Il primo gruppo?
A 14 anni. Abitavo al villaggio Ferrari, in via Cremona. C’erano ragazzi che avevano 15 anni più di me e suonavano nelle balere. Si sciolsero e uno di loro vendette gli strumenti, l’impianto voci a noi che volevamo formare una band. Non si limitò a quello: veniva alle prove, ci insegnava.

Cosa ascoltava allora?
Il problema era trovare la musica fisicamente. Ascoltavo Beatles, Rolling Stones, ma in generale non c’era tanto materiale. Ho preso a conoscere un po’ di gente che già suonava; ci scambiavamo un po’ di pezzi, ascoltavo un po’ di tutto. La folgorazione a 18 anni, quando ho sentito per la prima volta il blues. Da lì il mondo è cambiato.

Il mondo degli altri scopriva il punk. Lei a cosa si dedicava?
A B.B. King. Ho comprato una 335 pensando che si potesse suonare come lui se si usava la sua chitarra. Mi è servito a capire che non è proprio così.

Conta il manico.Conta esprimersi, sul palco: quando ha cominciato?
La Blues Benzo Band è nata nel 1980. Eravamo un quartetto: Dario Più, Alberto Facchinetti, Antonio Beriola. Il primo concerto fu alla «Woodstocchetta», organizzata da Diego Spagnoli. Bellissimo! C’erano tutti i gruppi bresciani. Per settimane siamo andati insieme a montare il palco. L’impianto era di tutti, c’era una volontà comunitaria. Eravamo un tutt’uno col pubblico, e difatti venne un sacco di gente.

La Blues Benzo Band è cresciuta.
Abbiamo aggiunto la sezione fiati e sul palco con noi è passato il mondo. Nicola Bignami, che è stato bassista della Benzo, faceva un po’ i conti: più di 200 musicisti, da Alan Farrington a Charlie e Giorgio Cinelli. Una famiglia allargata. Adesso con me ci sono Stefania Martin e Matteo Cervi alle voci, Fausto Ongarini al basso, Francesco «Zazza» Mondini alla batteria, Giancarlo Zucchi al pianoforte, Fabiano Redolfi al sassofono e il figlio Davide al trombone.

Lei non si sposta mai troppo dal genere di riferimento, ma ha coltivato diversi progetti.
Sì. Impossiblues è il nome del quartetto che è durato una ventina d’anni. Andrea Fusari era il cantante: ora è nei Guru Banana. Così sono nati i Bluesville. Adesso la voce è di Matteo Cervi, con Nicola Ragni al basso e Mondini alla batteria. L’anno scorso abbiamo pubblicato un disco.

Poi, Benzani.
È la fotografia di un’intesa professionale che procura soddisfazioni da 12, 13 anni. Ho conosciuto Enrico Zani in una trattoria a Sulzano. Non ci annoiamo mai. Venerdì 14 con I Soci del Pirlo saremo a Rovato, all’Eco Festa Karate Genocchio, ospiti i ragazzi della Curva Nord. Sabato 15 ci esibiremo allo Stranpalato.

Finiti qui, i progetti?
No! Esistono anche gli Hoochie Coochie: canto e suono con Cervi, facciamo blues con due chitarre, lui acustica io elettrica.

Blues. Non blues?
Ho fatto dei musical. Ho suonato soul. Ma ho un modo di suonare tipicamente blues.

Lo stile si è affinato col tempo?
Sì, ma è qualcosa che mi appartiene. Ho imparato da solo, ho studiato col maestro, ma mi fa piacere quando mi dicono «si sente che sei tu».

Chi ammira?
B. B. King, Eric Clapton. In Italia c’è la Gnola Blues Band che come batterista utilizza un chitarrista pazzesco: Cesare Nolli.

Da ragazzo scimmiottava come tutti i grandi assoli?
No! Ci ho provato quando tutti tiravano giù con le cassette gli assoli nota per nota, ma mi stufavo. Gibellini, che all’inizio aveva suonato blues e poi è passato al jazz, mi piaceva, lo capivo. Ma qui in Italia è tutto difficile.

Il problema è l’Italia?
In rete trovi ragazzini americani che suonano come belve. Qua è dura perfino che ripassi il tour di Clapton. Ci vorrebbe la scuola: in ogni lezione di musica bisognerebbe riservare metà del tempo all’educazione all’ascolto.

Difficile amare il calcio se non l’hai mai visto giocare, difficile voler provare una rovesciata se non l’hai mai vista fare...
...Difficile voler suonare se non senti suonare. Nei negozi di strumenti un ragazzino non lo trovi più. E mi dispiace: quando hai momenti giù una prova, una suonata, un po’ di blues, ti ribalta la giornata.

La musica salva la vita?
Assolutamente. Ognuno deve trovare la sua via, però. A mia figlia Camilla ho regalato una chitarra: l’ha presa in mano 3 volte e stop. Nuota a livello agonistico. Ha 18 anni. Se ottiene così le sue soddisfazioni, sono strafelice.

La differenza fra ieri e oggi?
Oggi i ragazzi hanno una tecnica formidabile. Ieri B. B. King strabuzzava gli occhi se gli chiedevano gli accordi. Accordi? Non ne aveva bisogno.

Non doveva suonare B. B. King: era B. B. King.
Questo è.

Sessant’anni fra poco: evento speciale in arrivo?
Qualcosa m’inventerò, sì. Non so ancora cosa.

Se non suona cosa fa?
Ho due vecchie moto Bmw. Quando posso le uso volentieri. Mi affeziono agli oggetti. Conservo una Fender Telecaster del ’68 color panna, comprata a vent’anni, per 180 mila lire.

Risposta secca: Fender o Gibson?
Fender. Ma in questo periodo suono Gibson...

Gian Paolo Laffranchi
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