23 maggio 2019

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07.10.2018

Interviste

«Moglie bresciana,
teatri bresciani:
era il mio destino»

Giacomo Poretti: 62 anni, di Villa Cortese, «Ambrogino d’Oro», si esibirà a Lumezzane, Manerbio, Erbusco, Breno, Edolo, Brescia
Giacomo Poretti: 62 anni, di Villa Cortese, «Ambrogino d’Oro», si esibirà a Lumezzane, Manerbio, Erbusco, Breno, Edolo, Brescia

Si può essere garbati e graffianti. Comici e impegnati. Milanesi e bresciani. Giacomo Poretti ha vissuto due vite e calcato mille palchi. Dopo aver percorso binari paralleli, ha smesso i panni dell’infermiere scegliendo la valigia dell’attore anziché il lavoro sicuro (una volta c’era, una volta usava); ha vinto la sua scommessa grazie a televisione e cinema affermandosi con il trio più famoso d’Italia; in attesa di tornare sul grande schermo con Aldo e Giovanni, riempie i teatri con il suo monologo «Fare un’anima»: sarà all’Odeon di Lumezzane il 13, al Politeama di Manerbio il 14 e al Teatro Comunale di Erbusco il 28 novembre; al Teatro Delle Ali di Breno il 6 dicembre; al San Giovanni Bosco di Edolo il 7 e al Santa Giulia in città l’8 febbraio. Full immersion bresciana in tour. Del resto non poteva certo trascurare quella che ormai può considerare una terra adottiva. «Ho sposato una bresciana - sorride il marito di Daniela Cristofori, psicologa regista e attrice -. Abbiamo un figlio, Emanuele, e veniamo spesso in città a trovare i suoceri. Brescia è entrata così nella mia vita e non è stata una coincidenza».

Non crede nel caso?

No. E Brescia è città che mi ha sempre incuriosito. Per le sue vicende storiche, l’impegno politico, la tragedia della bomba in piazza Loggia. La mia vita è un po’ nomade, ma a Brescia torno sempre volentieri. Sono stato con la famiglia al percorso con le opere di Paladino nel Teatro Romano. Molto bello, molto interessante. Ma è una città che si presta, a questo genere di iniziative. Soprattutto ultimamente.

Brescia adesso si candida a capitale della cultura: buona idea?

Ottima. È una proposta intelligente per una città ricca in tanti sensi, bella anche sul piano artistico. Sarei ben felice se la candidatura venisse accolta.

L’attende una lunga serie di spettacoli: che accoglienza si aspetta?

M’incuriosisce molto la reazione del pubblico, in particolare dei bresciani. Il mio monologo, non dovrei dirlo io, fa ridere molto. Ma l’intenzione è un’altra.

Quale?

Indagare una parola: nel caso specifico l’anima.

Nel monologo che ha scritto e interpreta si alternano divagazioni e provocazioni «su un organo che i moderni manuali di anatomia non contemplano ma di cui da millenni gli uomini di ogni latitudine hanno parlato».

E sì. Perché per via di un incidente qualcuno mi fa notare che dovrei occuparmi di quella cosa lì. Mi metto allora nei panni di un abitante-tipo della Milano del 2018. Anima... Ma quando mai? Bisogna fare altro! Pensare al lavoro, ai soldi, al divertimento. È fastidiosa, ’sta cosa qui dell’anima.

Nessuno lo ammettebbe esplicitamente, ma tanti vivono proprio così.

Difatti cerco, perdoni il parolone.... drammaturgicamente, di smontare questo pregiudizio che è interiorizzato in ognuno di noi. Anima: questa parola non ti molla facilmente. È come il venditore di rose fuori dal ristorante; in realtà anche dentro... Lo spettatore di un mio spettacolo si aspetta di ridere. Probabilmente, anzi sicuramente, troverà anche dell’altro. Ovviamente con il linguaggio dell’ironia, dell’umorismo. In trent’anni di lavoro ho avuto il privilegio enorme di frequentarlo, questo gergo che è anche uno stile. Ora sento di possederlo, almeno in parte.

L’ironia è l’altra faccia della metafisica. Come si fa a prendersi troppo sul serio, nella propria condizione mortale, di fronte all’infinito?

Più si va in profondità, più si deve sorridere. È così. Con leggerezza, in profondità.

Con il sorriso malinconico di chi scopre il senso della vita. E il suo pubblico? Ha sorriso?

Sì, per fortuna. Mi conforta molto, fin dalle prime letture, l’estate scorsa, di quello che poi è diventato uno spettacolo. Nelle valli bergamasche, per esempio, è andata benissimo. Non so se posso dire che c’è una certa vicinanza, rispetto a qui...

C’è anche una certa rivalità.

Lo so, ma la rivalità è il sale, a me fa simpatia, e poi ci sono luoghi meravigliosi, sia in una provincia che nell’altra. La reazione nella Bergamasca è stata ottima.

Nel Bresciano non vorranno essere da meno.

Spero di replicare il successo, infatti. Anzi: se è andato bene nelle valli bergamasche, a Brescia e dintorni il mio spettacolo dovrà andare meglio!

Com’è iniziata la sua storia da attore? Le leggende dicono che a 8 anni lei fosse già un aspirante Legnanese.

Spieghiamola meglio. Se nasci vicino a Legnano, è quasi matematico che i genitori ti facciano sentire i dischi dei Legnanesi, e lo stile comincia a formarsi lì. Da ragazzo ho pensato per 30 secondi di lavorare lì, poi un giorno sono andato da Felice Musazzi e gli ho detto «Io starei facendo la Scuola di Teatro», e lui mi ha detto «Bene, bravo». Stop. Non aveva intenzione di allevare allievi. A me, in realtà, incuriosiva molto Milano. A Legnano sarebbe stato comunque come giocare in casa. L’attrattiva era la trasferta.

Si è diplomato alla Scuola di Teatro di Busto Arsizio. Era il 1983. Da lì in poi, tante squadre vincenti: da Hansel e Strudel con Marina Massironi al debutto con Giovanni Storti e Aldo Baglio nel ’91. Il trio che poi ha spopolato fra Gialappa’s Band e film di enorme successo nasceva da un gran fermento, che vedeva emergere anche artisti di ambito come Elio e Le Storie Tese. Oggi non è più così?

Purtroppo no. Esisteva un fermento a Milano, allora, che adesso non c’è. Allora sì che eravamo connessi davvero, non virtualmente: c’era il leggendario teatro Ciak dove vedevi i mimi della Bbc, una scena che non esiste più. Io, Aldo e Giovanni abbiamo pescato da lì. Adesso è cambiato tutto.

La svolta della vita è stata incontrare Giovanni e Aldo?

Assolutamente. Mi è cambiato il mondo. Non è solo questione di fama, una sintonia simile. La mente è un organismo vivo, ma per davvero. Come una pianta, deve essere impollinata.

Lei fa volontariato, senza farsi pubblicità.

Meglio fare che dire.

Ha fatto anche politica attiva, con Democrazia Proletaria. Lo rifarebbe?

No. Oggi, nell’epoca del tweet, non avrebbe senso. Dopodiché nel mio spettacolo critico il potere della tecnologia. L’impegno nella vita c’è sempre, è parte di me. Cosa faccio? Io sto zitto. A chi è curioso dico: «Scoprilo. Se vuoi, se ti impegni, ci troviamo sul campo». La vita reale non è in Rete, ma altrove.

Dici Giacomo Poretti e vedi i suoi baffi: se li è mai tolti?

Sì, ma li ho fatti ricrescere subito. Perché parevano tutti sconvolti... Il giudizio degli altri conta!

Pronto per la reunion con Aldo e Giovanni?

Sarà nel 2019. Quest’anno ognuno di noi ha fatto qualcosa di insolito: Aldo un film da solo, Giovanni un libro... e ha corso molto. Io sto facendo teatro. L’anno prossimo tornerà l’ora del trio, con un nuovo film. Ci stiamo già preparando.

E da quanto si prepara ad un nuovo scudetto dell’Inter?

Da una vita. Siamo nati per soffrire. Come chi tifa il Brescia. Ma qui ci sono stati Baggio e Guardiola, grandi campioni di anni d’oro. Abbiate fede, bresciani, siete come noi interisti: si rivede la luce, ogni tanto...

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