25 maggio 2020

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03.05.2020

Interviste

«Non so quante
vite ho vissuto...
Ma sono rinato
in Spagna»

Den Harrow sul palco. Nato Stefano Zandri a Nova Milanese il 4 giugno 1962, modello, ballerino e cantante, ha pubblicato la sua biografiaDen Harrow uomo copertina nel periodo d’oro della carrieraInsieme a Terence Trent D’Arby, altro idolo delle teenager anni ’80
Den Harrow sul palco. Nato Stefano Zandri a Nova Milanese il 4 giugno 1962, modello, ballerino e cantante, ha pubblicato la sua biografiaDen Harrow uomo copertina nel periodo d’oro della carrieraInsieme a Terence Trent D’Arby, altro idolo delle teenager anni ’80

Ha scelto il sole. Il sud della Spagna. L’Andalusia, dopo tanto peregrinare. Costa del Sol. Maglietta e pantaloncini, palestre in ogni parco, 20 gradi costanti: è il mio posto», dice Stefano Zandri, 57 anni e il fisico scolpito «dagli esercizi, dalla disciplina», un passato fittizio da Manuel Stefano Carry quando le bio di fantasia dello star-system anni ’80 pretendevano un tributo all’americanismo imperante. Perché Den Harrow - da leggere tutto d’un fiato, tutto attaccato - popstar lo è stato davvero: (dio) den-aro dell’italodisco con 3 dischi di platino e 8 d’oro a certificare i 20 milioni venduti fra vinili e musicassette. Dal Festivalbar ai «Bravo Otto» (i Grammy tedeschi) vinti, apice di una carriera che è stata il percorso tortuoso raccontato nella biografia «Nani. Il bimbo da 6 milioni di dollari». Ascese, cadute, risalite. In Italia, negli States e anche qui.

Da Bresso, il suo paese, è arrivato a Brescia, nei ’90. Come mai?

Ho vissuto 14 anni a Brescia, portato dalle frequentazioni e dalla voglia di scoprirla. È diventata la città di mia figlia. Una città bellissima, si respirava benessere, mi piaceva tutto. Poi è peggiorata, discorso che vale un po’ ovunque in Italia. Ma Brescia resta nel mio cuore. Tanti bei ricordi, tanti affetti che conservo. Con i bresciani mi sono sempre trovato bene. Facevo poca vita mondana, direi che si riduceva alle sedute nelle palestre dove ho ancora tanti amici.

Modello, ballerino, cantante, paracadutista, volontario, scrittore, personaggio tv. Den Harrow ha sette vite?

Non le conto più... Un coach mi ha insegnato a ricordare, perché forse volutamente avevo dimenticato un sacco di episodi della mia vita. È stato tutto troppo, e troppo veloce. Prendevo tre aerei al giorno, ho fatto centinaia di apparizioni in giro per l’Europa, gli spostamenti erano così frenetici che spesso non sapevo nemmeno dove andavo a esibirmi. Vorrei poter dire cantare, perché volevo cantare, ma non me lo permettevano e questo mi faceva stare male.

Playback e voce di altri, per anni: Chuck Rolando, Pozzoli, Tom Hooker. Perché? L’italodisco non è esattamente un genere che richieda virtuosismi vocali.

Difatti. Si tratta di canzoncine, irresistibili visto che hanno mosso l’economia per anni e all’estero sono ancora oggetto di culto, ma pur sempre canzoncine. «Milano è piena di sfigati che cantano, ma nessuno di loro è Den Harrow», mi dicevano i manager. Ma io avevo studiato pianoforte e chitarra, da bambino, ed ero in grado di cantare meglio di chi dava voce ai miei successi. Non serviva Pavarotti! Eppure me lo impedivano. Probabilmente volevano fossi solo parte di un progetto, altrimenti sarei stato più indipendente. Ero giovane, non avevo la forza di impormi e questo mi rendeva insicuro più di quanto già fossi. Da bambino sono stato ciccione e dislessico. Bullizzato.

Dalle umiliazioni scolastiche alle platee da 250 mila spettatori in delirio, bello ricco e famoso: un grande salto.

Anche troppo lungo. Avevo ansia di riscatto, a scuola ero dimagrito, mi ero dato al judo, mi stavo prendendo tutte le rivincite. All’inizio pensavo di fare lo stilista: mia madre era sarta di alta moda, mi ha insegnato la bellezza. Ho visto «La febbre del sabato sera»: Tony Manero è stato una autentica folgorazione. Provavo davanti allo specchio i suoi atteggiamenti teatrali, volevo essere come lui.

Così dopo aver incontrato Enrico Ruggeri, Roberto Turatti dei Decibel e Miki Chieregato del Divina, si è ritrovato sotto le insegne della Baby Records di Freddy Naggiar. Re delle riviste, poster in migliaia di camerette, idolo delle teenager di mezza Europa.

Ho avuto più copertine di chiunque in quel periodo fortunato. Quante fan, quanti dischi venduti!

Tante hit: «Don’t break my heart», «Mad desire», «Future brain», «Catch the fox», «Bad boy». A quale è maggiormente legato?

«To meet me», la prima. Ricordo ancora l’emozione della copertina appena stampata. Finalmente non ero più il ragazzino grasso che non riusciva a esprimersi come gli altri.

Tre album prima che finissero gli anni ’80, i fasti dell’italodisco e anche la collaborazione con la Baby Records.

Ho registrato «Lies», fatto uscire qualche singolo in Germania dov’ero molto popolare. Poi è precipitato tutto. Mi ero affidato a un commercialista che credevo un secondo papà, invece c’è stato un crack finanziario, la società era a nome collettivo e di colpo sono rimasto senza soldi, senza niente. Nello stesso periodo è morta mia madre, la mia bussola. A trent’anni mi sono ritirato dalla musica e mi sono trasferito in California con 2 valigie leggere. Dopo 4 anni sono arrivato a Brescia e col nuovo millennio mi sono dedicato alla televisione.

A Match Music in «Radio Harrow» intervistava i colleghi degli anni ’80.

Tony Hadley, Leee John degli Imagination... Era un bel format. Organizzavo spettacoli in Italia, quando è arrivata l’occasione dell’Isola dei Famosi e l’ho colta.

Sull’Isola ha riconquistato la grande notorietà. Era il 2006.

I vip erano vip, c’era grande attenzione mediatica e l’Isola mi ha dato tanto, ma mi ha anche distrutto. Ho pianto in televisione quando mi son crollati i nervi e sono diventato una macchietta, l’ultima cosa al mondo che volevo. Sono tornati i fantasmi dell’infanzia.

Per questo ha lasciato l’Italia?

Non ce la facevo più, ero sconvolto dalle accuse di maltrattamenti che mi erano arrivate dopo la fine di una storia d’amore. Sono anche andato in televisione a difendermi ma la mia emotività mi rende vulnerabile. Per fortuna la giustizia si fa nei tribunali, io confido nella verità e sono un uomo libero. A maggior ragione essere guardato come un violento dalla gente per la strada mi ha fatto cadere in depressione. Mi sono ripreso solo grazie alla mia meravigliosa compagna, Daisy, che mi è rimasta sempre accanto. Insieme abbiamo deciso di trasferirci a Malaga, dove c’è sempre il sole. Con lei, in Spagna, sono rinato.

Prima si era dato al volontariato per la Protezione civile?

Ero entrato nel reparto paracadutisti di Cinisello Balsamo. Siamo andati in Abruzzo, abbiamo dormito nelle tende per 6 mesi con 500 terremotati. Una grande lezione di vita, che mi ha consentito di migliorare come persona. Sarei stato in prima linea anche stavolta, per l’emergenza Coronavirus, ma rientrare in Italia era impossibile proprio per le misure anti-Covid.

Nel suo buen ritiro spagnolo che musica ascolta?

Sono affezionato al mio vecchio funky, al soul. Dai New Order ai Subsonica. Frequentavo Holly Johnson e Midge Ure negli anni d’oro delle feste a Parigi. Mi piace anche l’hip-hop di Eminem, sono un suo fan: grande artista, grande uomo. Rispettato da tutti perché bada al sodo e vola basso.

Oggi la musica commerciale non è più quella di Duran Duran e Tears For Fears, però laddove in Italia c’è Sfera Ebbasta in America c’è Post Malone che un giorno decide di registrare un live da casa per beneficenza e regala un concerto-tributo ai Nirvana da brividi. Come se lo spiega?

Semplice: quando andava di moda l’italodisco io, Sandy Marton, Gazebo e i Righeira eravamo criticati a casa nostra ma imitati in tutto il mondo. Adesso nella geografia del pop contiamo niente e la musica è comunque di maggior livello altrove. Colpa nostra, se ci siamo ridotti così. Se le major si affidano a show come Amici... Dove vogliamo andare? Il pop dev’essere fatto bene, io voglio sotto i riflettori Simon Le Bon e Loredana Berté, talenti veri! Mi manca David Bowie, non mi mancano i cloni che tentano goffamente di imitarlo, e ne abbiamo in abbondanza.

Qualcuno che le piace?

Mahmood. È un grande artista e ha le palle: ha saputo imporsi dopo tanta gavetta in un mondo di squali. Ha fatto di testa sua, ha dimostrato la forza che io non ho avuto.

Da ragazzo aveva un idolo?

Mike Tyson mi ha entusiasmato, mi ha rattristato, mi emoziona sempre. Ma da bambino adoravo Renato Zero. Ero un sorcino vero e mi è dispiaciuto quando, credo fosse l’86, ci siamo incrociati in un festival estivo, gli ho chiesto un autografo e mi sono sentito ignorato. Era un momento particolare: Zero era in una fase di passaggio della sua grande carriera, io invece ero sulla cresta dell’onda con «Charleston». Forse mi ha visto come un concorrente, uno di quei giovani che gli stavano togliendo la ribalta. Invece in quel momento io mi sentivo Nani, il sorcino che ero stato da piccolo.

Oggi chi è: Nani, Stefano o ancora Den Harrow?

Sono un po’ Nani e un po’ Stefano. Den Harrow non esiste da tempo.

Tornerà?

Non lo so. Io so che non posso sopportare altre scosse nella mia vita. Il palco è casa mia. Adesso voglio solo essere una persona serena.

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