11 dicembre 2019

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25.08.2019

Interviste

«Nuove Settimane Barocche
a Brescia Ecco la mia sfida»

Emanuele Beschi: nato a Brescia il 28 maggio ’56, dal 2009 nel Comitato Nazionale per l’apprendimento della musica CLARA MAMMANA
Emanuele Beschi: nato a Brescia il 28 maggio ’56, dal 2009 nel Comitato Nazionale per l’apprendimento della musica CLARA MAMMANA

Bresciano, ha conquistato Bergamo: sei gli anni da direttore al Conservatorio Donizetti. Violista, sta per rilanciare le Settimane Barocche nella sua città. Suona, insegna, indirizza: la sua arte è un mondo ordinato, strade percorse con costanza, rotta ben chiara nella testa. Va’ dove ti porta la musica. Che, nel caso di Emanuele Beschi, è un affare di famiglia. Una storia che comincia molto prima dei concerti e delle orchestre, degli incarichi d’istituto e ministeriali. «A casa mia c’era sempre, la musica - ricorda -. E noi ragazzi siamo cresciuti così, ascoltando e imparando».

La famosa mela che non cade lontano dall’albero.
È così. Un bene, per me e i miei quattro fratelli.

Uno particolarmente noto: Francesco Beschi, il vescovo di Bergamo.
Anche lui appassionato musicista.

Che musica ascoltano i vescovi?
Francesco ha maturato la passione suonando, visto che ha avuto un’esperienza importante in un quartetto d’archi: il suo repertorio preferito contempla senz’altro Haydn, le opere 18 e 59 di Beethoven. Molto classico. Al tempo stesso, è decisamente aperto: non ha pregiudizi.

Suona ancora?
Qualche volta condivide l’amore per la musica con la famiglia. Poi c’è Paolo, che nel campo della musica antica è un vero luminare. In 10 anni i miei genitori hanno fatto 5 figli e a tutti hanno dato l’opportunità di studiare una materia preziosa. Alla fine ci siamo tutti diplomati.

I suoi genitori erano appassionati?
Appassionatissimi. Già mia madre era musicista. Papà e mamma ci hanno educato all’ascolto della musica. Un processo per induzione, di educazione al fascino.

Serve anche la predisposizione.
Logicamente: il Conservatorio è una scuola di selezione, se non si è portati non si va lontano. Poi occorrono tanto studio, tanta pratica.

Nella sua biografia Paul McCartney descrive una Liverpool in cui tutti suonano, anche solo per diletto. Perché in Italia non è così?
Anche in Germania, tutti cantano e tutti suonano. Qui c’è una mentalità da cambiare.

A chi tocca il compito?
Alla scuola. La famiglia è fondamentale, ma senza le scuole non si va da nessuna parte. Siamo indietro, i progressi sono lentissimi, ma sono ottimista. Si deve incoraggiare alla musica d’insieme, al canto, al coro. Lo studio della musica apre la mente, rende reattivi. A Brescia il terreno fertile c’è, il Conservatorio ha prodotto talenti che hanno dato ottimi risultati nel tempo. Ma bisogna cominciare presto ad avvicinare i ragazzi a qualsiasi strumento. Non solo il pianoforte possibilmente.

Perché lei ha scelto la viola?
È uno strumento particolare, raro, scarsamente studiato. In pochi l’abbiamo scelto. Ma per me è stato quasi automatico: violino, violoncello, viola. Ho fatto così mentre in famiglia c’era anche chi si dedicava al fagotto e chi al pianoforte come Chiara, la sorella più piccola. Quando ho imboccato la mia strada, quasi non esisteva in Conservatorio la classe di viola. È stato un percorso pionieristico, che mi ha permesso di entrare subito nel mondo del lavoro e di compiere tranquillamente le mie scelte di tipo artistico, dandomi l’occasione di provare e scegliere orchestre.

Il primo scatto?
L’orchestra di Parma, a 18 anni. Ho vinto un concorso e sono andato a Bolzano, in una formazione sinfonica. Poi a Milano mi si è aperto un mondo. C’era tanta musica ovunque, anche da camera. Sono andato a insegnare: avevo cominciato nel 1985 a Darfo, alla sezione staccata del Conservatorio di Brescia. Quando ho chiesto il trasferimento Abbado mi ha chiamato a Milano, al Conservatorio Verdi. Un onore.

Era il 1991.
Da docente ho avuto la fortuna di avere allievi notevoli, che mi hanno dato soddisfazione.

Uno fra tutti?
Direi che il più blasonato è Francesco Lattuada, che attualmente suona alla Scala. Strumentista meraviglioso.

La lista dei suoi incarichi, in Italia e non solo, è lunghissima: da sempre lei s’impegna su più fronti.
Mi trovo bene così, alle prese con attività molteplici. Ho lavorato tanto con il Ministero, con il Consiglio Nazionale per l’Alta Formazione Artistica e Musicale. Un incarico che sento molto perché riguarda la formazione dei ragazzi, il loro futuro. I nostri governi da sempre investono poco nella scuola e ancora meno nella musica. Non è stato capito che la musica ha un’importanza clamorosa nella costruzione mentale di un individuo, oltre ad essere uno sbocco professionale. Io sono stato un ragazzo fortunato, davvero.

Qual era il suo desiderio?
Suonare in un’orchestra. Riuscirci mi ha ripagato di tanti sacrifici. Ho fatto per vent’anni e più la prima viola ed è stato bellissimo.

Angelicum di Milano, Orchestre sinfoniche di Brescia e Bergamo, Filarmonici di Verona, Toscanini di Parma...
Come un sogno che si avvera. Anche il fatto di poter spaziare dalla sinfonica alla cameristica.

A cosa si sta dedicando adesso, in particolare?
Alla resurrezione delle Settimane Barocche. Sono nate nel 2003 e hanno avuto successo perché Brescia ha creduto nel progetto di un festival internazionale di musica antica con nomi di prestigio. Quando sono andato a Bergamo, nel 2012, la direzione del Conservatorio mi ha risucchiato tutte le energie. Devo dire grazie al Teatro Grande, al suo sovrintendente: Angelini mi telefonò, dopo che avevo annunciato la chiusura delle Settimane Barocche, dicendomi «Tienile vive». Così quest’anno, al rientro da Bergamo, è arrivato il momento del rilancio. In autunno ci saranno 5 concerti. Nella direzione artistica mi assisterà Christian Serazzi, violista bergamasco.

Insegna a Milano, collabora con il Ministero, rilancia la Settimane Barocche. Trova il tempo di suonare?
Sì. Non ho mai, mai smesso di studiare. Anche poco ogni giorno, ma la costanza premia. Lo dico sempre ai miei allievi.

Non ha mai pensato «Sono stanco, mollo tutto»?
No. Semmai ho avuto indecisioni faticose sul cambio di orchestra: una volta ci si poteva licenziare, così sono passato da Parma a Bolzano e da Bolzano all’Angelicum, chiamato per chiara fama da Guido Turchi. È stato magnifico, una vera gioia.

Solo musica classica e musica antica nei suoi orizzonti?
Non proprio. Quando guido, per esempio, ascolto standard jazzistici americani: la mia piccola passione segreta è suonarli con amici professionisti. Una volta in Conservatorio pop e jazz erano tabù, adesso si studiano. Improvvisare per noi archi è quasi impossibile. Ascoltare tanto aiuta nell’interpretazione, avvicina allo swing.

Quando vuole rilassarsi, cosa fa?
Una volta correvo, anche mezze maratone. Adesso cammino. La pratica conta, anche lì.

Gian Paolo Laffranchi
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