31 ottobre 2020

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19.05.2020

Interviste

Rocco Tanica:
«Le mie estati
bresciane»

Sergio Conforti, in arte Rocco Tanica: musicista, scrittore e conduttore, dal 1982 fra i componenti di Elio e le Storie Tese
Sergio Conforti, in arte Rocco Tanica: musicista, scrittore e conduttore, dal 1982 fra i componenti di Elio e le Storie Tese

Gian Paolo Laffranchi

Sei personaggi in cerca d'autore? Pfui. Sergio Conforti ha fatto tredici: negli anni ha vestito i panni di Confo Tanica, Carambola, Nuovo Boosta, Luigi Calimero, Sergione, Bonifacio, Antonelliano, Maurizio, Aleppe, Sergio Antibiotice, Sergio da Milano, Carlo Ponte e soprattutto, naturalmente, di Rocco Tanica. Talento versatile al limite del paradossale: può definirsi pigro chi di mestiere è musicista, autore, attore, doppiatore, conduttore e scrittore? «È dalla difficoltà di applicarmi che deriva la diversificazione - spiega -. Nel lavoro sono passivo: accetto tutto quello che farei anche gratis, almeno una volta».«Lo sbiancamento dell'anima - Memorie e scritti vari, volume I», il secondo libro pubblicato 11 anni dopo «Scritti scelti male», sposa il lampo di classe alla cura del dettaglio lungo un percorso passato anche da Brescia fin dall'alba di Elio e le Storie Tese, come attesta un brano storico: «Settore giovanile targato Travagliato».

Un titolo impronosticabile: c'era della premeditazione?
Fu il caso. Mio padre Carmelo ha lavorato a Brescia negli anni '80 come Intendente di Finanza e leggeva Bresciaoggi. A Milano tornava a giorni alterni, portando con sé i giornali. Un pomeriggio io ed Elio ci trovavamo a casa mia per scrivere, al pianoforte su cui studiavo musica classica. A volte per cercare idee facevamo «libromanzia», prendendo le prime parole di una pagina a caso come punto di partenza. L'abbiamo fatto anche, diversi anni dopo, con «Abate cruento esaminatore». Allora pescammo nella sezione Sport in cui campeggiava il titolo «Settore giovanile targato Travagliato». L'articolo parlava di una squadra di calcio che stava ottenendo ottimi risultati, quindi il suo nome era un marchio di qualità. Scelto il titolo, componemmo un brano privo di senso. Ma accattivante.

Un po' Statuto.
Un po' rocksteady. Sulla stampa milanese ci dedicavano i primi trafiletti: travisarono, pensando che Travagliato derivasse da travaglio. Settore giovanile targato disagiato. Noi cavalcammo la tigre, come abbiamo fatto varie volte successivamente, abbandonando la versione corretta per adottare quella nuova. Ci è capitato al Festival di Sanremo nel 2013 con «La canzone mononota». Una volta per i giornalisti era diventata «monotona», un'altra «montona».

Sarà stato per la vostra collaborazione con Rocco Siffredi.
Noi comunque precisammo in conferenza stampa che il titolo giusto era «montona», ché parlavamo di arieti e capricorni.

Torniamo per un attimo a Brescia, dove si è diplomato al Conservatorio. All'epoca soffrivo Brescia, recuperata nel tempo attraverso nuovi amici e frequentazioni successive. Era la residenza obbligata quando d'estate raggiungevamo mio padre. L'Intendenza era in via Marsala, con l'accesso da via Santa Caterina. Il cosiddetto appartamento di servizio era all'interno, enorme, disadorno. Otto stanze: ne occupavamo 4. Nel salone io e mio fratello giocavamo a squash. Facevamo fatica a trovarci amici autoctoni, riscontrando un po' di chiusura nei confronti di noi milanesi: ognuno del resto è terrone di qualcun altro al mondo. L'unico sfogo era andare al cinema gratis. A Brescia vidi il mio primo film vietato.

Cos'era?
«La stanza del vescovo», con Ugo Tognazzi e Ornella Muti della quale s'intravedevano fugacemente nel finale i floridi seni. Ero all'ottavo anno di Conservatorio e preparavo gli esami. Non avevamo strumenti in casa, quindi andai dal commendator Vigasio, che aveva il negozio accanto al Teatro Grande, per chiedergli di concedermi l'utilizzo di un pianoforte: volle che gli suonassi qualcosa prima, fu soddisfatto e acconsentì. Ogni giorno andavo e suonavo, senza benefici per lo studio: per vanità proponevo solo musica che già conoscevo. Mi esibivo. Alla fine diedi l'esame a Brescia per evitare i cerberi di Milano, che godevano di fama sinistra per l'enorme selettività. Ero pronto ma non prontissimo: simulai uno svenimento che intenerisse i commissari. Funzionò.
Per la serie: cos'è il genio. In ciò che scrive come nelle sue canzoni c'è sempre un tratto fresco, spensierato, eppure si intuisce sempre lo studio matto e disperatissimo che c'è dietro. Tanto lavoro per suscitare grandi sorrisi come con Vano Fossati, il personaggio che proponeva a Zelig.
Ma in quel caso non andò così: l'idea di quella parodia nacque da un'apparizione tv, nel primo Festival di Sanremo condotto da un Fazio tanto emozionato all'idea di accogliere un ospite speciale, «un privilegio mai avuto prima». «E chi arriva, Padre Pio?», mi domandavo. Si materializzò Ivano Fossati, giacca lunga e namasté. La presentazione pomposa strideva col contesto ed escogitai la presa in giro: cantare con fare compreso testi come «I watussi» o «Finché la barca va» sulla musica sempre uguale di «Una notte in Italia». Invece è vero che c'è tanto lavoro, per esempio, dietro all'ultimo libro. Ho impiegato 4 anni a scriverlo. Sono un maniaco della forma, cerco il ritmo musicale delle parole.

Stessa cosa con la band?
Spesso decidevamo l'argomento e lo svisceravamo in prosa, per chiarirci le idee prima di comporre le canzone. «Supergiovane» e «Servi della gleba» sono nate così.

Un verso di «Parco Sempione», invece, recita «Sedicimila firme / Niente cibo per Rocco Tanica»: riferimento alla sua protesta che voleva impedire l'abbattimento del Bosco di Gioia. In Turchia di recente 3 componenti del Grup Yorum sono morti digiunando per la libertà d'espressione e in Italia a sentire l'esigenza di scriverne è stato Roberto Vecchioni, 76 anni, cantautore vecchia scuola. Non sarebbe giusto che tornasse la stagione dell'impegno anche per le nuove generazioni?
Servono prese di posizione drastiche. Io tenevo molto al Bosco di Gioia, a 100 metri da casa mia. Trovavo osceno che dovesse lasciare il posto agli edifici della Regione Lombardia. Nell'aprile del 2005 io e il mio amico Paolo Macchi smettemmo di mangiare. Rimanevamo in camper, sotto controllo medico. Perdemmo 14 chili a testa, diventando belli snelli. Il ragionato autolesionismo colpì molte persone che firmarono. Sarei andato avanti: smisi per la pena dei miei genitori, anche perché la controparte intanto simulava una disponibilità alla trattativa. In realtà stavano preparando i bulldozer. Arrivarono come ladri nella notte, con le ruspe, e a opporci fisicamente eravamo in 5: gli altri 15.995 firmatari non c'erano. Forse si meritavano il palazzo della Regione. Se lo godessero.

A partire dal citato Vecchioni ha collezionato una serie di collaborazioni eccellenti: Mina e De André, per fare un paio di nomi. I ricordi più intensi?
Penso innanzitutto a Massimo Ranieri. Il maestro Lucio Fabbri mi aveva chiamato perché suonassi il pianoforte in «Perdere l'amore», che avrebbe vinto il Festival di Sanremo dell'88: io, poco più che ventenne, in studio con un gigante della musica. Ricevetti notizia che mia nonna stava molto male e per salutarla avrei dovuto raggiungere Milano: ero nello struggimento, coinvolto nell'impegno di decine di persone non osavo confessare il desiderio di tornare a casa. Massimo aveva capito il mio stato d'animo, origliato qualcosa, e si presentò con un biglietto aereo per Milano: «Va', sono queste le cose importanti dalla vita». Giunsi in tempo, con un biglietto-dedica di Massimo: «A Benvenuta, con tante rose rosse»; apprezzò tanto che si riprese a tempo di record e visse in salute altri 6 anni.

Massimo Ranieri come San Gennaro.
Al mio ritorno a Roma mi accolse dicendo «Hai fatto la cosa giusta, il resto sono cazzate». Un punto di riferimento musicale e umano. Altro incontro che ricordo volentieri è quello con i Ricchi e Poveri, quando vollero riarrangiare in un album le loro prime canzoni. Scoprii l'estrema qualità musicale, una tecnica vocale altissima. E a fine lavoro Angelo Sotgiu e io imbracciavamo le chitarre per rifare brani di Carpenters e Crosby Stills Nash & Young con Angela Brambati e Franco Gatti.

La comicità di Rocco Tanica è raffinata e surreale: la stella polare sono i Monty Python?
Direi i monologhisti britannici. Amo la comicità contrastata e cattiva: negli anni '60 i Monty Python facevano cose che risulterebbero spregiudicate oggi che la comicità è duramente minacciata dall'orrido politicamente corretto. Apprezzo Ricky Gervais, in Italia Maurizio Milani che è lunare e lunatico, capace di un umorismo forte e spietato. Altri idoli dei tempi d'oro Tognazzi, Vianello e Mondaini, Felice Andreasi.

Ha fatto tanto con Claudio Bisio, dai tempi di «Aspettando godo» e di «Rapput», fra canzone e cabaret. Claudio è un altro kamikaze della comicità. Si dà al 100 per 100, a Zelig ha dimostrato di saper essere protagonista ma anche spalla dell'ultimo esordiente. Classe, talento e generosità.

Dai Toto ai Police passando per Frank Zappa e gli Earth Wind & Fire, dal funk all'hard rock senza dimenticare la discomusic, Elio e le Storie Tese, hanno citato e suonato i generi più disparati. A quale periodo è più legato?
Alla sperimentazione degli esordi discografici. Lo spartiacque tra entusiasmo e perdita di interesse è stato la morte di Feiez, nel 1998. Dei 4 Festival di Sanremo ricordo soprattutto il 2015: non presi parte perché mi ero ritirato dalle esibizioni in pubblico per problemi di salute poi risolti, ma avevo composto insieme ad Elio «Vincere l'odio», praticamente il concetto di «Perdere l'amore» al contrario. Partendo dall'assunto che a Sanremo vanno forte i ritornelli, ne avevamo infilati 9 diversi nella stessa canzone. Ci piazzammo a metà classifica, ma non ricordo che una persona mi abbia mai detto «Che bello quel pezzo». Eppure lo ritengo una delle nostre vette. Come «Sogno o son desktop» e «Valzer transgenico».

Adesso cosa farà? Ci ha preso gusto con questa cosa dello scrittore o c'è altro in vista?
Ho in mente un progetto nato come gag agli «Stati generali» di Serena Dandini: Legge e Bacchelli, due musicisti musicologi impegnati a fare luce sugli scheletri nell'armadio della musica sinfonica, restituendo il presunto testo a capolavori di Mozart e Vivaldi. Una raccolta di brani classici, cantati: questo voglio fare.

Domenica 17 maggio 2020

 

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