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24 gennaio 2021

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08.12.2019

Interviste

«Scolpire il mondo
è una scelta di vita:
passione e fede»

La vita è bella - può esserlo - perché può succedere di tutto - nel bene e nel male. La vita è bella perché chi lavora in fonderia può scoprirsi scultore. Perché in una famiglia con 13 figli si può crescere e fare carriera modellando il proprio futuro con calma, pazienza, determinazione. «A me piace lavorare il ferro» sorride Angelino, creatore di angeli e non solo. Lino Sanzeni narratore del sacro e anche del profano, della quotidianità e del mito, che ha compiuto 73 anni e guarda il mondo come se ne avesse 16. Ricorda quando mangiava rape e in casa le bocche da sfamare erano 17, contando «i genitori, la nonna e lo zio che non si era mai sposato e viveva con noi». Mica facile nutrirsi tutti: «Il metodo era dare da mangiare a 5-6, poi gli altri in qualche modo si sarebbero arrangiati». Mica facile partire da lì, dalla profonda Bassa bresciana, per arrivare a una dimensione d’autore recensito e ricercato. Amato dalla critica e dai collezionisti.

Più fabbro o più artista?

Non mi sono mai posto il problema. Mi sono dedicato a quello che mi andava.

Fare e ancora fare: non c’è provare?

Per me no. Fin da bambino ho imparato a fare così. Mio papà lavorava e ancora lavorava. Come contadino, alla scuola agraria. C’era un clima piacevole in casa.

Si respirava allegria?

Sì, con tanta ironia: eravamo una squadra, anche nelle sofferenze e nei problemi di ogni giorno. Sono cresciuto nelle ristrettezze, gli effetti della seconda guerra mondiale si sono trascinati fino agli anni ’60. Abbiamo fatto un trasloco, da Bargnano a Fornaci, poi un altro, sistemandoci a San Polo.

Cosa le interessava, da bambino?

La scultura. Già allora.

E come la praticava?

Ricordo il signor Mariotti, le statue per le chiese che sono state la mia prima passione. Io mi davo da fare come potevo. Prendevo dei bastoni, li intagliavo, li vestivo un po’ e diventavano burattini.

Che fine hanno fatto?

Bruciati tutti: non c’era legna, non avevamo scelta.

Sesto di 13 fratelli, nato a Corzano ed emigrato in città. Come passava le sue giornate?

Facevo il fabbro dieci ore al giorno, ma anche di più perché cercavo sempre di fare gli straordinari. Non avevo tanto tempo libero. Adesso chi lavora ne ha molto di più, per questo sono tutti pittori e scultori.

Lei come se l’è cavata?

Quando facevo i turni all’Alfa Acciai c’era sempre un sacco di gente a casa, poi a San Gallo di Botticino mi sono ritrovato da solo con mia moglie e mi ha preso l’ansia. Mi sono messo a fare lampadari, mi venivano e ho continuato. Non ero più un ragazzino, ma l’entusiasmo era ed è quello.

L’anno della svolta?

Direi che sono stati due. Nel 1974 ho formato una famiglia, sposandomi con Rosa. Abbiamo avuto due bambine, Chiara e Roberta, e siamo andati a stare in collina. Io dovevo pensare alla famiglia, per questo ho abbandonato il mestiere di fabbro per uno stipendio sicuro in fabbrica. Una realtà tosta. In fabbrica si fa gioco di squadra nei turni di notte, si lavora anche di domenica, ma è l’inferno: si fatica tanto davanti all’acciaio liquido rosso fuoco. Caldo e fumo, un girone dantesco. Io ho sempre sentito, anche in quei momenti lì, il bisogno di creare una «cosa buona». E arriviamo così al 1983, al momento in cui ho deciso di fare arte sul serio.

Aveva un modello da seguire?

Sì: Vittorio Piotti. Nel 1983 ho visto una sua mostra nella sede dell’Associazione Artisti Bresciani. Sono rimasto a bocca aperta, impressionato dalla qualità e dalla quantità delle opere. «Devo vivere cent’anni per fare altrettanto», mi son detto. Come spirito io sono più figurativo, anche se è difficile esserlo lavorando il ferro.

Quanto impiega a scolpire un viso?

Una settimana per farne uno grande, due settimane perché somigli un po’ per davvero al soggetto che ho in mente. Una saldatura, una limatura può cambiare completamente la fisionomia.

Ferro, ma anche pietra e legno.

Sì, dagli anni ’90. Piotti, che ritengo il mio maestro, quando è tornato dal Sudamerica ha voluto conoscermi e mi ha fatto un sacco di complimenti: «Hanno iniziato tutti col ferro, ma l’unico che ha fatto un salto in avanti sei tu».

Capo all’Alfa Acciai, nel frattempo.

Il principale non c’era mai: mi sono abituato a prendere l’iniziativa. Ho iniziato a usare i colaticci dell’acciaio. Così ho realizzato «Valentina» e una trentina di ballerine. Sculture una via l’altra. Fare non mi ha mai spaventato.

Adesso ha più tempo?

Non è cambiato molto, negli anni. Sono in pensione dal 1998 ma non mi sono mai riposato troppo. Non sto mai fermo, se non lavoro a qualcosa mi metto a spaccare la legna. E facendo mi vengono le idee. Vado in giro a cercare pezzi di ferro strambi, pietre che nessuno vuole. A Serle, a San Gallo. Quando ho cominciato a fare arte a Botticino Sera mi adoperavo in una cantina di 8 metri quadrati. Dal 2007 il mio studio è un buen ritiro: una vecchia capanna ammodernata dalla vista strepitosa, in località Faglia. Come un atelier davanti alle cave, dove le strade cominciano a salire. D’estate lavoro di più, adesso faccio 3 ore al mattino, 3 ore al pomeriggio. Ma quando ho iniziato qualcosa che mi prende, continuo anche la sera.

Nel 1984 la prima mostra personale, nel 1987 il primo premio vinto. Le prime opere erano galline e maiali, cani e mucche, ma anche uomini ritratti nella fatica quotidiana del lavoro nei campi.

Il mio mondo contadino, sì.

Dopo aver allacciato contatti con la galleria Ucai e l’associazione Martino Dolci, oltre che a Brescia ha esposto a Mantova, Cremona, Verona, Trento e Pistoia. Ha fatto angeli e santelle, opere monumentali legate ai temi sacri ma anche ai valori alpini, scolpendo pure la poesia dialettale di Canossi. Cosa le va di fare più di tutto?

Amo rendere le espressioni dei visi, che si tratti di bambini o di papi. A Nuvolento ho scolpito una statua in onore di Paolo VI.

Cosa sta facendo, adesso?

Questo fine-settimana abbiamo inaugurato una mostra di 14 sculture nel centro di Vestone. Ne ho fatte anche al Centro Mater Divinae Gratiae, in via Sant’Emiliano in città, rappresentando la Natività. Il bambino ai piedi dell’altare, l’angelo che annuncia, suona e canta, il coro dei pastori…

Le piace la musica?

Non sono capace di farla. Ma con i miei fratelli, bastava una chitarra e cantavamo per ore. Battisti, De André: i miei preferiti. Ma la mia passione è scolpire. Le resto fedele.

Arte e mestiere con un futuro, nel Bresciano?

La tradizione c’è, Piotti, Bombardieri, Severino bravissimo nel barocco. Il ferro lo conosciamo bene. Si può fare tanto anche con la creta. Ma i ragazzi sono sempre più schizzinosi, quando si tratta di far andare le mani. Meglio le ragazze. Più decise. Molte di loro, sto notando, mostrano di voler saldare, imparare. Buon segno, incoraggiante.

Ha un sogno?

Un paio. Realizzare «Il quarto stato» con i bastoni, un progetto che mi emoziona. E vorrei comprare una «papamobile» per andare in giro nei paesi, farmi quattro risate con gli amici… Sarebbe bello.

Mica male. Intanto?

Passo il tempo facendo fiori, tulipani, spighe. Fermo di sicuro non sto. Creare è la cosa più bella del mondo.

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