mediaUrl = "https://www.bresciaoggi.it/gfx/";
24 gennaio 2021

Interviste

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

31.05.2020

Interviste

«Sogno di scattare
la fotografia che
cambia il mondo»

È stato ovunque, ha visto tutto. Allo stesso tempo non si è mai staccato da qui, dove batte il cuore della sua città. Nato e cresciuto nel centro di Brescia, Filippo Venezia punta dritto al senso delle cose, che è poi la sostanza di cui sono fatti i sogni. La vita richiede una visione. Le storie, la sensibilità giusta per raccontarle. E le sue fotografie dicono più delle parole. Venezia è una colonna di Bresciaoggi, lavora con l’Ansa, ha pubblicato sul Guardian e sul New York Times. Venezia a 53 anni è un veterano dello scatto con gli slanci dell’esordiente. «Senza fotografare non so stare», ammette sorridendo.

Sempre stato così?

Non direi: la fotografia l’ho scoperta relativamente tardi. Da bambino non pensavo a cos’avrei fatto da grande. Sono venuto su in piazza Loggia, dove c’è l’orologio.

Classe 1966: cosa ricorda della Strage?

Ero a scuola con una Trebeschi: ricordo che la mattina di quel 28 maggio i bidelli l’hanno portata via. Detto nulla, ma avevamo capito. Si sentiva l’atmosfera. Il mese precedente mi ero trasferito a San Faustino.

Dove andava a scuola?

Prima alle Calini, ma quando mia mamma ha iniziato a lavorare come operaia alla Cidneo sono passato alle Dorotee. Poi alle medie Mompiani, dove ora c’è la biblioteca: dalle suore fino a lì... Un bel salto.

Suo padre che lavoro faceva?

Imprenditore edile. I miei erano separati: vivevo con mia madre e mia sorella.

Come passava i pomeriggi?

Giocavo a pallone. Portiere. Sono arrivato fino alla Voluntas.

Zoff o Albertosi?

Albertosi! Mi piaceva tanto. Più guascone.

Il primo lavoro?

Con papà, da mezzo manovale.

La fotografia quando ha fatto la sua comparsa?

Quando ho fatto un incidente e mi sono rotto le gambe. In via Volturno, con la mia Vespa. Durante la convalescenza sono andato ad abitare con mia papà, che aveva una villa col giardino. E una macchina fotografica.

Quanti anni aveva?

Diciotto. Senza quell’incidente ora sarei all’Iveco.

L’approccio alla macchina?

Ho iniziato a smontarla. Volevo capire, toccare con mano. Ma pensavo quello che penso oggi: la macchina è solo uno strumento.

Lei come fotografa?

La foto io prima la vedo, poi la scatto.

Cos’è la fotografia?

È un documento. Il mio mestiere è documentare.

Per quanto tempo fotografare è stato un hobby?

Pochissimo. Sono andato a seguire un corso da Ken Damy che già sviluppavo a casa. Mi ero fatto la camera oscura a casa.

Il suo maestro?

Tito Alabiso. Cercava collaboratori e ho iniziato subito a lavorare. Dopo un mese ho mollato l’Iveco.

Cosa le ha insegnato?

Tito era impareggiabile a organizzare. Ogni fotografo sapeva cosa fare. Nel 1993, per esempio, allo spareggio-salvezza Brescia-Udinese, io avevo il compito di seguire solo Lucescu dal primo all’ultimo minuto. Mi ha insegnato anche che devi differenziarti. Tutti scattano foto: bisogna cogliere il dettaglio.

Il primo servizio che ricorda?

Mi viene in mente un omicidio: i rapinatori avevano sorpreso una coppietta, sparato a lui e chiuso il cadavere nel baule insieme a lei ancora viva. Era sua cognata.

Il suo genere preferito?

La cronaca. Se fotografo 140 preti in una chiesa dopo la pandemia, ricavo una storia.

Cosa le viene facile?

Lo sport è considerato difficile, ma la mia fortuna è che non sono tanto tifoso: quando una squadra segna tanti colleghi esultano, io scatto. Per i concerti, dipende dall’artista: mi diverto a ritrarre un volto interessante.

La foto del beagle liberato dal canile di Green Hill a Montichiari è diventata il simbolo della lotta contro l’allevamento di animali destinati alla vivisezione.

Le mani, i cani: quella foto l’ho vista un attimo prima di farla.

È riuscito a fotografare Mina in città: un vero scoop.

Mi hanno chiamato, un mio amico le andava dietro da un po’. C’è voluta mezz’ora. Ho avuto fortuna. Le borsine, a braccetto con l’amico che era stato il suo primo amore... Dettagli. La chiave di tutto.

È entrato negli ospedali di Brescia e Cremona con suo figlio Simone, fotografo come lei. Ne è uscito un reportage sulla pandemia finito sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Poi ha raccontato le sue emozioni nel documentario sul lockdown «2 mesi Brescia 2020» di Nicola Lucini e Ale Milini.

E ho fatto piangere mezza Brescia, mi han detto in tanti. Era morto due giorni prima il mio amico cameraman Franco Galelli, quindi ero facile alla commozione, ma quello che ho visto in terapia intensiva, soprattutto a Brescia, mi ha segnato.

La cosa più sconvolgente?

A Cremona, un malato intubato che si incitava da solo: «Dai che ghe la fom»... Non si può spiegare. Io sono stato in guerra, dal Kosovo all’ex Jugoslavia. Sono stato a Lampedusa per gli sbarchi. Ma 70 bare in fila non le avevo mai viste.

Trent’anni di matrimonio con la sua Rosanna, quasi trent’anni di Bresciaoggi alle spalle.

Mia moglie Rosi è bravissima a supportarmi e sopportarmi. A Bresciaoggi ho cominciato insieme a Tito e da 14 collaboro col giornale attraverso l’agenzia che ho fondato, Fotolive. Nel frattempo il mestiere è cambiato.

Nemico dei telefoni cellulari?

Ma no! In certi casi l’immediatezza è tutto. Ho fatto un servizio per Sky con il telefono. Sono solo strumenti, ripeto. Quello che conta è la testa. E rapporti umani sono fondamentali, i contatti nascono così.

Ha l’erede in casa.

Non immaginavo che Simone sarebbe diventato. bravo così in fretta. Gli manca l’esperienza ma ha una bella tecnica, una bella mano. È messo bene anche con l’inglese, una mia pecca. Ma i reportage li faccio lo stesso. Sei volte sul New York Times, una sul Guardian... Sono finito anche sui quotidiani russi. E ho regalato a don Marco Mori una sua foto mentre celebra un funerale, pubblicata da un giornale africano.

Brescia è diversa oggi rispetto a dieci anni fa?

Assolutamente. Ed è stato bello documentare un cambiamento che definirei positivo. L’ho vista crescere, Brescia. Adesso è una città più aperta.

Dove sarà tra dieci anni?

Non in pensione di sicuro. Sarò sul pezzo, avrò qualcosa da fare. I ragazzi invece oggi si propongono meno. Aspettano la chiamata. Invece no, devi muoverti tu!

Nel 2015 la sua mostra personale «Ritratti, Storie, d-Istanti» nella sala dei Santi Filippo e Giacomo, con i testi di Irene Panighetti, è stata un successo. La foto che sogna di scattare?

Quella che cambia le cose. Ho documentavo il degrado della Stazione, con l’atrio trasformato in dormitorio, ed è scattata la chiusura. Con Marta Giansanti ho fatto un reportage nei supermercati, dove i ragazzini andavano a bere, ed è scattato lo stop alla vendita di alcolici di sera. Una fotografia può cambiare il mondo.

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1