13 luglio 2020

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23.02.2020

Interviste

«Sogno un progetto
che sappia unire
il pop con la lirica»

Alessia Pintossi: nata a Brescia il 9 settembre 1993, di Gardone Valtrompia, soprano. Si è laureata con il massimo dei voti al «Marenzio»
Alessia Pintossi: nata a Brescia il 9 settembre 1993, di Gardone Valtrompia, soprano. Si è laureata con il massimo dei voti al «Marenzio»

Ha cantato alla Festa dell’Opera e con la Banda dei Carabinieri, opere di Mozart e di Bizet. Testimonial di una campagna del Teatro Grande, astro nascente fra i giovani soprani d’Italia, Alessia Pintossi lucida una lampada che nel Bresciano esaudisce desideri di belcanto da tempo. Dall’indimenticabile Daniela Dessì alla sua allieva Marta Mari, passando per il mezzosoprano Annalisa Stroppa, le voci di pregio da queste parti sono una tradizione. Il suo talento, forgiato giorno dopo giorno con applicazione valtrumplina, le ha consentito di emergere e imporsi in campo nazionale a nemmeno 27 anni. «La soddisfazione - sorride Alessia - è innanzitutto questa: aver fatto ciò che voleva senza perdermi in chiacchiere».

Canta da sempre?

Ho cominciato suonando. Ho studiato pianoforte per 6 anni. Ma ballavo, pure: flamenco, dagli 8 anni in poi.

In principio cosa fu: la musica leggera, la classica, la danza?

Adoravo il pop! Una passione viscerale. Italiana e soul, Elisa come Mia Martini. E cantavo, cantavo. Negli anni delle scuole medie ho provato i primi concorsi. Il primo Memorial Lucrezia a Lumezzane è andato benissimo sino alla finale, rovinata da una laringite: una delusione tremenda. Mi sono rifatta l’anno dopo, vincendo. E l’anno dopo ancora, rivincendo.

Il passo successivo?

Avere una band. In prima superiore ero la cantante di una formazione con due chitarre, basso, pianoforte, batteria e quattro fiati. Avevo anche due coriste, di 25-26 anni. Cantavo funky, Etta James e affini. Arrivarono anche proposte discografiche interessanti, ma io sentivo l’esigenza di uno studio più approfondito del canto. Nel pop con la tecnica arrivi a un certo punto. Conta essere personaggio, i riflettori sono per Achille Lauro e quello è un mondo che non mi interessa.

Com’è arrivata all’opera?

Bazzicavo al Conservatorio e un insegnante mi consigliò di studiare lirica. A me pareva da vecchi. «Ma ti può servire per cantare il pop», mi disse. Ascoltai Mozart e via, andata. Mi ero innamorata. Un colpo di fulmine.

Intanto c’era anche la scuola.

Studiavo grafica e design, oltre al canto lirico al Conservatorio. A Brescia ero stata respinta senza una motivazione scritta, e nella mia commissione mi risulta ci fosse qualcuno che poi è stato allontanato perché dava lezioni private. Una vicenda che mi sono lasciata alle spalle a Milano, idonea al primo tentativo. Voto: 9.

Una bella rivincita.

Sì, anche se la colpa era stata di una singola persona, non del Conservatorio. Le persone contano: finita la maturità sono andata a Milano per il triennio di studi, ma dopo un anno dalla mia classe siamo scappati in 8 perché non ci trovavamo bene. Sono tornata a Brescia e ho avuto la fortuna di incontrare Cristina Pastorello. Siamo ancora legate.

A quel punto aveva deciso cosa fare da grande?

Niente piano B: ho puntato tutto sulla lirica. Volevo una carriera di Serie A o niente. Ho fatto tanti sacrifici: le amiche non capiscono quando dici che non uscirai con loro la sera perché il giorno dopo hai un concerto. Ma oggi vedere il pubblico commuoversi mentre canto mi ripaga di ogni rinuncia.

Una vocazione più che un mestiere?

Se rimango tre giorni senza cantare mi deprimo. Senza fare musica non posso stare.

Ha un modello?

Maria Callas è un mito, ma non ho idoli. Sono grata a Giacinto Prandelli. Prima di morire mi chiamò per consigliarmi su cosa lavorare: «Signorina vada avanti, è un piacere ascoltarla, so che è dura ma ne vale la pena». Mi ha aiutato molto. Gli aveva mandato un video in cui cantavo mia mamma, la mia prima agente.

I suoi genitori tifavano perché diventasse cantante?

Mamma Gloria impiegata, papà Massimo operaio: non avevo spinte a casa. Ma qualcosa nel Dna c’era; mio padre ha iniziato a suonare il sax a 25 anni, a mia madre piace il pianoforte e le sarebbe piaciuto studiare, ma mia nonna la voleva al lavoro in trattoria: c’era da mandare avanti l’attività di famiglia. C’era qualcosa di inespresso, che probabilmente si è tradotto in quello che faccio. Perché i miei mi hanno assecondato in tutto, incoraggiandomi e sostenendomi anche economicamente.

Da chi ha appreso di più?

Fondamentale l’esperienza con Claudio Desderi, strepitoso baritono. Con lui ho fatto «Le nozze di Figaro», quattro anni fa. Ero Susanna. Mi ha insegnato tantissimo. Con lui sono stata Donna Anna in «Don Giovanni», insieme avremmo fatto anche «Così fan tutte» a Cesena se non fosse venuto a mancare.

Adesso lei è a Lucca.

Sì, per le ultime recite di «Carmen». Dopodiché, non prevedo di andare in vacanza tanto presto. Ci sono tanti progetti, forse anche una Musetta nella «Bohème». Bene così, a me stare sul palco piace sempre. È lì che mi sento realizzata.

Le piace anche viaggiare?

Scopro una città dietro l’altra. E tutto diventa più facile quando si lavora con artisti come Luca Micheletti.

Bresciano come lei, regista di «Carmen» a Ravenna prima di portare «Don Giovanni» in Australia.

Anche da lui ho imparato tanto.

Con il pop ha chiuso?

Ho una passionaccia per i cartoni animati della Disney. Conosco tutte le canzoni, da Biancaneve agli Aristogatti. E poi amo il suono vintage, il brusio di fondo di un vinile che mi catapulta in un altro mondo.

Quando non fa musica?

Cinque giorni su 7 vado in palestra e faccio pesistica. Dicono che chi canta non dovrebbe potenziare gli addominali, per evitare contraccolpi in termini di fiato: falso. La palestra mi rilassa, mi ricarica. Come dipingere. E andare per funghi. Mia madre è una cuoca inarrivabile, ma anch’io amo cucinare. Adoro i dolci, li preparo e li mangio. Impazzisco per la cheesecake, soprattutto.

C’è qualcosa che non ha mai fatto e le andrebbe di fare? La prima cosa che le viene in mente.

Il primo pensiero è sempre la musica. Il mio sogno è unire il pop alla lirica in un progetto in Italia. Troppi steccati e luoghi comuni, da una parte e dall’altra. Al Festival di Sanremo ho sentito Vittorio Grigolo, che ha cantato benissimo i Queen. La lirica e la canzone napoletana non sono distanti, e la tradizione di Napoli si avvicina al soul e al funk... Mi piacerebbe fare questo. Un mix di emozione e tecnica. Qualcosa di veramente coinvolgente.

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