18 agosto 2019

Interviste

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

08.01.2019

Interviste

«Tre casi ravvicinati?
Fatalità. Qui i
prematuri li salviamo...»

Il professor Gaetano Chirico, direttore della Neonatologia e  Terapia intensiva neonatale del Civile
Il professor Gaetano Chirico, direttore della Neonatologia e Terapia intensiva neonatale del Civile

Il professor Gaetano Chirico è il direttore dell’unità operativa di Neonatologia e Terapia intensiva neonatale dell’ospedale Civile di Brescia che nelle ultime ore è finito al centro della bufera per la morte di quattro piccoli pazienti nello spazio di pochi giorni: i primi due a causa di un’infezione, il terzo per una crisi respiratoria, il quarto per una gravissima malformazione congenita. Una concentrazione temporale di casi «sospetti» che, dopo l’accorato appello di una madre («Non accuso nessuno, ma voglio sapere perché è morto mio figlio») ha indotto la Procura della Repubblica, il Ministero della Salute e la Regione Lombardia ad aprire ben tre inchieste per capire se si sia trattato di una tragica coincidenza o se all’origine del caso vi siano cause non naturali, imputabili a imperizia/negligenza umana o a limiti del sistema ospedaliero.

Professor Chirico, ci aiuti a capirne di più: quanti pazienti, ovvero quanti neonati prematuri, vengono trattati ogni anno nel reparto del Civile che lei dirige?

«In Neonatologia e in Terapia intensiva neonatale ricoveriamo poco più di 500 bambini all’anno: due terzi perché nati prematuri, gli altri con patologie anche più gravi, dalle malformazioni respiratorie o cardiache ai problemi neurologici».

Qual è la percentuale «ordinaria» di mortalità fra i casi in carico al reparto?

«Su oltre 500 prematuri ogni anno circa 100-110 sulla bilancia non arrivano a 1.500 grammi, un peso molto basso. Di questi bambini nati pretermine, poco meno di 50 non toccano neppure i 1.000 grammi, soglia che in letteratura è considerata estremamente critica. Studi e statistiche ci dicono che sotto i 1.500 grammi di peso la mortalità è pari al 15 per cento: soltanto per questi casi, quindi, dovremmo registrare in media 15 decessi all’anno. In realtà sono un po’ di meno. E questo è il primo dato confortante. Si consideri che in tutta Italia in un anno nascono 5 mila bambini pre-termine e che in media ne muoiono circa 750. Certo, tre decessi concentrati in una settimana fanno notizia, ma nel confronto statistico siamo perfettamente in linea con gli altri anni. E con le altre strutture italiane e straniere. Anzi, siamo messi anche meglio. Lo affermo sulla base del confronto continuo che effettuiamo attraverso un network internazionale cui da tempo abbiamo accesso».

È corretto quindi dire che con pazienti tanto fragili la mortalità va messa in preventivo e, semmai, è un successo - se non addirittura un miracolo - quando un bimbo prematuro si salva?

«Nella nostra struttura riescono a sopravvivere bambini nati a un’età gestazionale molto, molto bassa: 24, 23, perfino 22 settimane, anziché le canoniche quaranta. Non tutti i centri riescono a garantire simili risultati».

Sopravvivere significa solo non morire o anche poter vivere una vita sana?

«In genere significa tornare a casa, crescere e vivere bene. Solo nel 10-20 per cento dei casi i bambini nati prematuri si portano in età adulta le patologie emerse alla nascita».

Un bambino che nasce pre termine per definizione non si è completamente sviluppato all’interno del grembo materno: anche il sistema immunitario risulta immaturo, tanto da lasciare il neonato senza difese immunitarie?

«Sì, se un neonato è prematuro, lo è in tutto. Difese immunitarie comprese. Significa che è esposto ai germi eventualmente presenti nell’ambiente, innocui per un bambino nato a termine o per l’adulto. Anzi, per certi versi addirittura benefici perché probiotici... Un neonato immaturo in un certo senso è paragonabile a un malato oncologico che per potersi sottoporre alla chemioterapia si ritrova con le difese immunitarie abbassate. Ma noi queste cose le sappiamo benissimo e, di conseguenza, cerchiamo di porre in atto tutte le misure necessarie per evitare ogni possibile infezione, prevedendo procedure rigorosissime. Purtroppo, nonostante la massima attenzione la sterilità assoluta non esiste da nessuna parte, neppure in sala operatoria».

Quali sono gli accorgimenti di prevenzione più efficaci?

«Può sembrare banale, ma l’attenzione maggiore è dedicata al lavaggio delle mani di tutte le persone che dall’esterno entrano in reparto. E dico tutte-tutte: noi medici, gli operatori, i genitori dei piccoli ricoverati, i visitatori... A tutti insegniamo come fare».

Quattro decessi nello spazio di pochi giorni all’interno dello stesso reparto sono una causalità o l’indizio di qualche falla nel sistema?

«Un’assoluta casualità. Si tratta di alti e bassi normali. Basti dire che in tutto il mese scorso non c’era stato neppure un decesso».

I carabineri del Nas, su ordine della Procura della Repubblica, hanno sequestrato le cartelle cliniche dei neonati che sono morti nel suo reparto nelle ultime ore: chi le leggerà, cosa vi troverà?

«Innanzitutto si è trattato di una acquisizione di copie, non di un sequestro: gli originali sono rimasti a noi. E per ogni paziente riportano tutti i dati che abbiamo rilevato, gli esami, le visite mediche, i trattamenti effettuati».

Lei si è dato una spiegazione?

«In medicina le certezze assolute non esistono. Ma come ho detto, la catena di decessi è una tragica fatalità, niente di più».

Lo scorso agosto il suo reparto fu chiuso dopo la morte di un neonato a causa della Serratia marcescens? Come sono cambiate da allora le procedure per evitare il diffondersi di batteri e infezioni in ambito ospedaliero?

«In proposito ho letto molte imprecisioni, mi lasci dire che in molti casi si è trattato assolutamente di bufale. La verità è che ad agosto c’era stata questa epidemia, ma rivedendo come è stata affrontata e risolta, con un numero relativamente basso di soggetti coinvolti, in tutto 10 bambini, uno purtroppo deceduto, posso affermare che statisticamente siamo stati i più reattivi a livello nazionale e mondiale. In Lombardia tutti i centri ospedalieri hanno avuto fra 30 e 40 casi nell’arco di 3-4 mesi. Noi in due settimane abbiamo risolto tutto. Purtroppo c’è stato quel decesso, ma se si valuta in modo freddo e distaccato anche un evento negativo come l’epidemia, rispetto ad altre realtà possiamo dire che i nostri risultati sono stati positivi. Una cosa è certa: di più non si poteva fare. Per questo giudico ingiustificato il clamore mediatico che si era creato. Lo stesso vale per questi episodi, frutto soltanto di una tragica concomitanza temporale».

In base alla sua esperienza, esiste una correlazione fra le nascite premature e le maternità «forzate», in particolare le fecondazioni artificiali?

«Premesso che questo aspetto non ha alcuna attinenza con i casi di cui stiamo parlando, sì una correlazione c’è: non di per sè, in particolare a causa della fecondazione assistita, ma per due fattori concomitanti: l’incidenza della gemellarità, spesso associata alla prematurità, e l’età materna in genere più alta, in Italia la più elevata in Europa. Però, siamo da record anche nelle percentuali di sopravvivenza e nell’aspettativa di vita, secondi nel mondo soltanto al Giappone».

Esiste un limite etico alla cura dei bimbi prematuri? Si parla tanto di accanimento terapeutico nei confronti dei malati terminali o di adulti e anziani affetti da gravi patologie, ma l’obiezione vale anche per i neonati?

«Sì, vale anche per i neonati. La materia è estremamente delicata, però il problema esiste. Ciò che noi cerchiamo di fare è parlare in modo chiaro con i genitori e di prendere sempre le decisioni insieme a loro, dopo aver valutato e discusso tutte le possibili alternative. Non facciamo alcuna scelta che non sia stata pienamente concordata con le famiglie».

Si sente quindi di tranquillizzare i futuri genitori che avranno necessità di rivolgersi al suo reparto?

«Assolutamente sì».

Come medici del Civile, quanto state pagando i danni di immagine provocati dal caso Stamina?

«Non saprei dire. Di certo stiamo pagando il momento attuale, tutto questo clamore mediatico, perché a fronte dell’impegno, della fatica, della costanza, a volte della sofferenza che proviamo nel vedere questi neonati, essere attaccati o messi sul banco degli imputati non fa piacere. Per fortuna, a fronte dei dubbi sollevati da qualcuno abbiamo ricevuto tantissime espressioni di solidarietà da parte dei genitori dei bimbi che abbiamo salvato: in questi giorni e in queste ore ci hanno scritto in tantissimi, ci hanno mandato video, mail e messaggi commoventi. E tutto questo ci aiuta molto ad andare avanti».

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Sport

Cultura