07 dicembre 2019

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24.10.2018

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Triboldi: «La
mia squadra
più bella»

Alessandro Triboldi sulla poltrona di direttore generale della Poliambulanza: alle sue spalle una maglia del Brescia Calcio, un amore sofferto
Alessandro Triboldi sulla poltrona di direttore generale della Poliambulanza: alle sue spalle una maglia del Brescia Calcio, un amore sofferto

Lavoro di squadra e organizzazione sono le parole d’ordine di Alessandro Triboldi. Una filosofia di vita, prima ancora che un metodo di lavoro. Una forma mentis rigorosamente applicata in ogni tappa della sua brillante carriera di manager: prima da capo area Ubi («Il famoso impiego in banca che a un certo punto ho “osato“ lasciare...»), poi da direttore generale del Comune di Brescia, da direttore generale di Autostrade Centropadane spa, da amministratore unico di Brescia Infrastrutture e - ciliegina dolceamara sulla torta - da presidente del Brescia Calcio. Dal primo ottobre, Triboldi è il direttore generale della Fondazione Poliambulanza, gigante della sanità bresciana con numeri da capogiro: 160 milioni di euro di fatturato, 2 mila dipendenti, 32 mila ricoveri all’anno, 84 mila accessi al Pronto Soccorso, 400 mila prestazioni ambulatoriali e 2.800 parti (nel senso letterale del termine: in media, 8 nuovi bambini nati ogni giorno nel reparto di Ostetricia di via Bissolati). «PER GUIDARE una macchina tanto complessa - spiega Triboldi - serve innanzitutto la giusta organizzazione, che significa avere ben chiari gli obiettivi da raggiungere, i problemi da affrontare e la suddivisione dei ruoli, la cosiddetta catena di comando». Proprio come avviene (o dovrebbe avvenire...) in una squadra di calcio, anche se i due anni trascorsi al vertice della società biancazzurra non sono l’esperienza professionale che l’ex presidente del Brescia ricorda più volentieri. «Una bellissima avventura finita male», la definisce. Tutta colpa di un passaggio di proprietà che - anzichè riconoscergli il merito «di aver salvato il club e la categoria» in tandem con Marco Bonometti, come meriterebbe - nell’ultimo anno lo ha indotto a disertare lo stadio Rigamonti piuttosto che sentirsi «persona non gradita». Un Daspo virtuale, nonostante «non abbia avviato alcuna azione contro la vecchia proprietà rappresentata dalla famiglia Corioni», come ricorda e rivendica, e nonostante abbia raggiunto gli obiettivi che gli erano stati assegnati al momento dell’insediamento: risanare i conti del club e trovare un acquirente. «Il calcio è un mondo particolare - osserva Triboldi -. Lo spogliatoio è una grande scuola per chi vuole gestire un gruppo di lavoro. Boscaglia, Brocchi, Cagni... Ogni allenatore ha il suo modo di rapportarsi con i giocatori, in genere anticiclico rispetto agli umori legati ai risultati: se vinci devi frenare gli entusiasmi, se perdi risollevare il morale». Quanto ai presidenti, «in genere - osserva Triboldi - sono persone con un’intelligenza superiore alla media. Però, sono anche incredibilmente impulsivi e scaramantici. La popolarità del ruolo, del resto, dà molto adrenalina... Qualcuno paragona il mondo del calcio alla finanza: per me è più vicino al gioco d’azzardo. Difatti, alla lunga è sempre perdente. Al massimo si ha un ritorno d’immagine, mai economico, perché la forza comunicativa del calcio è incredibile. Vede quella foto appesa alla parete? - chiede -. È finita in prima pagina su Le Monde perchè Morosini, dopo aver segnato un gol al Trapani, ha sventolato la bandiera francese: era il 15 novembre 2015, subito dopo la strage del Bataclan». Con l’attuale proprietà, si comprende, non c’è feeling. A Palazzo Loggia, invece, Triboldi era riuscito nell’impresa di farsi apprezzare da due sindaci alla guida di opposti schieramenti: prima da Adriano Paroli, eletto nelle fila del centrodestra; poi da Emilio Del Bono, portabandiera del centrosinistra. «Il primo - ricorda - mi aveva chiamato per gestire la fase di avvìo della metropolitana, un passaggio non facile, considerato il fatto che non c’erano coperture finanziarie, anzi c’erano riserve da accantonare e mancavano tutte le opere di superficie delle stazioni: una sfida che mi affascinò, convincendomi a lasciare il settore privato per provare a introdurre la figura del manager all’interno di un ente pubblico grazie alla legge Bassanini. Il secondo mi aveva confermato nell’incarico di direttore generale, pur conoscendo il mio legame con Paroli, e mi ha poi aperto le porte di Centropadane, dove la sfida era sempre la stessa: non costruire strade, che la Corda Molle era già realtà, ma far quadrare i conti, con 250 espropri da gestire, metà dei quali felicemente risolti, e preparare il passaggio della A21 a un nuovo gestore, sapendo che sarebbe stato privato, ma non chi, dopo che un bando ad hoc aveva escluso in partenza la possibile partecipazione del concessionario uscente». ANCHE IN QUESTO CASO: missione compiuta, con la progressiva uscita di scena della vecchia Spa e il trasferimento della «buonuscita» del nuovo gestore alla nuova Srl costituita in parti uguali dalle Province di Brescia e di Cremona, di fatto una «società di ingegneri» che metterà a frutto il know how maturato nella progettazione e nella direzione lavori di nuove opere e che garantirà dividendi ai soci («Prima tranche: 30 milioni di euro») man mano che le «riserve» accantonate per far fronte a possibili contenziosi saranno liberate. ORA, alla Poliambulanza, per la prima volta Triboldi non avrà problemi finanziari da risolvere: anzi, Statuto alla mano (la Fondazione è un ente no-profit, non nel senso che non può fare utili, ma che li deve reinvestire in infrastrutture, tecnologie e ricerca), ora dovrà gestire al meglio le risorse disponibili. E i progetti sono ambiziosi, indicati dal Piano strategico di missione 2018-2002 «che - spiega Triboldi - delinea l’ospedale del futuro in risposta all’evoluzione delle esigenze del territorio e al ripensamento del Servizio sanitario nazionale, che in un domani non troppo lontano non potrà più essere finanziato nella forma attuale, ma per tutta una serie di patologie dovrà inevitabilmente puntare sulle polizze assicurative private». Una sfida in più per un ospedale diventato «hub» di riferimento del territorio, quindi costretto a dare risposta a ogni esigenza, senza la possibilità di scegliere su quali patologie o specializzazioni concentrare la propria attività (con l’ovvia tentazione di puntare sulle più remunerative, lasciando al pubblico le più costose). «In una provincia ad alta densità di strutture sanitarie come la nostra l’ottica è decisamente quella della complementarietà - precisa Triboldi -: con i nostri 600 posti letto, contro 1.800, noi non siamo e non saremo mai in competizione con l’Ospedale Civile. Nel servizio di Pronto Soccorso, per esempio, a decidere la destinazione di un malato in emergenza è la sua provenienza territoriale, non la patologia di cui è affetto». Di più: nel futuro della Poliambulanza Triboldi vede «un cambio di paradigma»: non più la ricerca di un nome eccellente da strappare ai «rivali», come se si fosse al calciomercato dei medici più rinomati (con tutto il loro seguito di pazienti-clienti), ma la formazione continua di equipe multidisciplinari ad alta specializzazione. Più squadra e meno «stelle», insomma. In ambito cardiovascolare, per esempio, è già partito il progetto della sala ibrida che prevede la collaborazione di tutte le competenze specialistiche coinvolte nelle patologie del cuore: cardiologo, cardiochirurgo, emodinamista e chirurgo vascolare. «Quattro primedonne che accettano di operare insieme, unedo due discipline complementari che finora erano comparti distinti». Triboldi non punta mai a correre da solo, ma sempre a «fare rete». All’interno (con un occhio ai giovani «che hanno bisogno di spazi per crescere, anche in contatto diretto con la comunità scientifica internazionale, mentre i medici di maggior esperienza si dedicano prioritariamente alla cura del paziente») e nel rapporto con le altre strutture sanitarie della provincia, in primis con gli ospedali religiosi, dal San Camillo al Fatebenefratelli, «per una questione di affinità», come sottolinea. Perché la vocazione della Poliambulanza resta quella delle origini: un ospedale che punta non solo a «curare» i pazienti, ma a «prendersene cura». «Oggi Poliambulanza è matura per lanciare questa sfida - rivendica con orgoglio il direttore generale -: il paziente sa di poter venire qui non soltanto perché qui trova il grande nome, lo specialista di fama, ma perchè sa che sarà preso in cura nella maniera più adeguata in relazione a una determinata patologia grazie a un’organizzazione efficiente, ad attrezzature all’a- vanguardia e a personale medico e infermieristico strapreparato. Oggi se un anziano subisce una frattura al femore, non sceglie la Poliambulanza soltanto perchè qui opera un luminare come Flavio Terragnoli, ma perché sa che sarà operato entro 18 ore dall’in- fortunio, che entro altre 6 sarà in piedi, entro 48 potrà iniziare la rieducazione ed entro 6 giorni sarà dimesso». TRIBOLDI non fa altri nomi, ma le eccellenze della Poliambulanza sono note: oltre a Terragnoli, primario di Ortopedia, Alberto Zaniboni per l’Oncologia, Massimo Rozzini per Geriatria e Medicina generale, Alessandro Paterlini (ora consulente) per la Gastroenterologia. Quattro assi riconosciuti. «Ma il nostro vero valore aggiunto sono le Ancelle della Carità - ricorda il dg -: otto suore che rappresentano una presenza rassicurante per i pazienti e per i loro familiari, oltre a svolgere preziosi compiti pratici. Suor Giuseppina, per esempio, ogni giorno “smista il traffico“ al bancone dell’accoglienza e offre mille indicazioni utili, tanto da avere i voti più alti nell’indice di gradimento dell’utenza». Onorando la mission dei fondatori, la Poliambulanza ancor oggi garantisce anche la «medicina sociale», assicurando prestazioni gratuite a chi non può permettersele a pagamento (in genere su segnalazioni mirate dei parroci del territorio) e sostiene con i propri medici e formatori la storica missione di Kiremba, in Burundi, dedicata al neosanto bresciano Paolo VI. Non a caso, ancor oggi ogni giornata in via Bissolati inizia con la recita delle preghiere attraverso l’altoparlante. Perché saremo pure una società secolarizzata, riconosce Triboldi, ma «nel mondo della fragilità il conforto spirituale è ancora apprezzato. Molto apprezzato...». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Marco Bencivenga
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