05 agosto 2020

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29.06.2020

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«Voglio raccontare storie scomode: l'Italia così com'è»

Ermanno Guida: nato a Brescia il 25 gennaio 1982, produttore cinematografico, è arrivato a Hollywood per una candidatura all'Oscar
Ermanno Guida: nato a Brescia il 25 gennaio 1982, produttore cinematografico, è arrivato a Hollywood per una candidatura all'Oscar

Ha fatto la corsa all'Oscar, indossato lo smoking al David di Donatello, respirato l'aria di Hollywood. Adesso Ermanno Guida, professione «production manager and producer», sta lavorando con Netflix.

È Netflix la nuova frontiera?
Può esserlo. Netflix ha la forza di una piattaforma che comprende 193 paesi. I prodotti sono molto diversificati, la linea editoriale è prendere tutto, fagocitare, inondare il mercato di prodotti. L'obiettivo dichiarato è un «original» al giorno. Durante la pandemia il valore delle azioni di Netflix è raddoppiato. Discorso che vale anche per Amazon. Per loro stare a casa è stato un affare. Quindi sì, la nuova frontiera del mercato è qui. Anche se non si può prescindere dalle prossime mosse.

Quali saranno?
La scelta di una figura legata alla Rai come Eleonora Andreatta per il ruolo di responsabile delle nuove serie italiane apre un fronte inedito. Si tratta di una soluzione che comporta un certo tipo di professionalità, accostabile a un certo tipo di produzioni.

L'ex direttore di Rai Fiction occuperà un ufficio della nuovissima sede romana di Netflix dopo aver trascorso 25 anni nella tivù di Stato.
Da capire se tenderà a replicare ciò che ha fatto fino ad ora o se vorrà fare cose più interessanti, sperimentando. Magari Netflix le chiede altro. O magari vuole diversificare ulteriormente la sua offerta. Sinceramente non mi sarei aspettato niente del genere, ma capisco l'esigenza di non rimanere fermi, di cambiare un po'. Forse Netflix vuole avvicinarsi alla porta d'accesso ai fondi ministeriali. In ogni caso lavorare con Netflix è davvero un altro mondo.

Cosa intende?
Ti chiedono un piano finanziario, hai un budget, ogni mese chiedi in base alle tue possibilità e 3 giorni dopo arriva il bonifico. Netflix ha grandi mezzi e una strategia precisa dal punto di vista della conquista del mercato: è arrivata in Italia, si è trovata davanti una costellazione di realtà che non conosceva, è partita all'insegna del basso profilo appoggiandosi a produzioni non troppo forti e adesso, con l'acquisto di Andreatta, punta ad arrivare al top delle produzioni. Una mossa convergente, questa. Conservativa.

Cosa sta facendo con Netflix?
Io faccio un sogno al giorno. In assoluto, mi piacerebbe girare uno spaghetti western. Intanto, mi piacerebbe che Netflix avesse il coraggio di raccontare storie scomode che rappresentano l'Italia. Io sono pronto. Non si può evitare di essere scomodi se si vuole parlare veramente delle morti di Falcone e Borsellino: per raccontare queste storie bisogna descrivere personaggi di potere semplicemente evidenziandone luci e ombre. Sarebbe bello avere la forza di farlo, e in Italia può farlo solo Netflix che non riceve la classica telefonata dopo un quarto d'ora. E se la riceve, ha avvocati in California che non si fanno spaventare. Sarebbe importante, raccontare l'Italia com'è e com'è stata. È quello che voglio: un salto di qualità, una prova di maturità. Netflix è vincente con i suoi documentari, spesso pazzeschi. Vivisezionano ogni questione e lo spettatore può farsi un'idea.

Production manager: com'è cambiato il lavoro di produttore in questi anni?
Io ho iniziato con una società di produzione, poi mi sono occupato di post-produzione, sono stato direttore della produzione e adesso line producer, direttore organizzatore. In questo caso il problema non è tanto cercare soldi, anche se le produzioni mie non mancano e ora ne sto sviluppando 3. Ma da dipendente devi pensare più a portare avanti un budget.

A lei cosa piace fare?
L'organizzatore. Quando hai 2 milioni di euro da gestire servono autorevolezza, contatti, strategia: una bella sfida. A Roma ce ne sono di fortissimi che si sono formati negli anni ed io voglio prendere spunto. Non disdegno, sia chiaro, ruoli da direttore di produzione: in quel caso sei più responsabile del set che del budget.

Con la Kimerafilm e col sostegno di Valerio Mastandrea cinque anni fa ha fatto arrivare in sala «Non essere cattivo», l'ultimo film di Claudio Caligari. Risultato: siete stati scelti per rappresentare l'Italia nella corsa all'Oscar.
È stato bello volare a Los Angeles, con gli altri componenti della Kimerafilm. Paolo Bogna, Simona Giacci, Laura Tosti e Simone Isola. Tutti focalizzati, insieme a Valerio, su un solo obiettivo. Tutti concentrati sul film in qualsiasi momento. Zero screzi, una compattezza unica, un'atmosfera incredibile. L'ultimo regalo di Caligari prima di morire.

Com'è stata l'avventura americana?
La promozione è filata via in scioltezza ed è stata anche molto veloce: dovevamo trovare due uffici stampa che curassero l'uno la campagna per i Golden Globe e l'altro quella per gli Oscar. Li abbiamo trovati senza difficoltà perché siamo stati consigliati da Paolo Sorrentino tramite i suoi produttori: Francesca Cima e Nicola Giuliano. È andata bene anche a Seattle con Alessandro Borghi, uno degli interpreti. Il pubblico non era composto quasi esclusivamente da addetti ai lavori come a Los Angeles e ci sono stati tanti commenti entusiasti. Una grande soddisfazione.

Da Brescia a Hollywood: la strada è stata lunga?
Se ci ripenso sì, ma è avvenuto tutto pian piano, non ho mai fatto piani a lungo termine. Ho fatto le elementari alla Calini, dove ora c'è la facoltà di Giurisprudenza. Era un palazzo antico, fatiscente. Andavamo a nasconderci negli anfratti. Se i miei figli facessero quello che facevo io allora, avrei il cuore in gola.

Quanti anni hanno?
Orlando e Jasper hanno 7 e 3 anni. Mia moglie, Florence, è inglese. Ci siamo conosciuti al Dams, a Bologna. Prima avevo frequentato il liceo classico Arnaldo, sezione F. Quando ho lasciato Brescia per iscrivermi al Dams avevo ancora le idee confuse. Fino a quando a un corso di Massimo Morelli ho visto «Shining» di Stanley Kubrick. Una svolta: ho capito che il mondo non è solo quello che vedi. Ora so che ogni disciplina avvicina alla verità. Io seguivo Florence, durante la preparazione della tesi: siamo stati in Londra, poi in Puglia, infine a Roma per frequentare la specialistica alla Sapienza. Non l'ho finita: già lavoravo. All'università, durante il corso biennale su «Sapere e tecniche dello spettacolo digitale» al seminario propedeutico al Centro Sperimentale di cinematografia ho conosciuto il quartetto di amici con cui ho dato vita alla casa di produzione Kimerafilm, dopo aver fondato la Redigital. Fondamentale il Centro Sperimentale, anche se poi non sono nemmeno entrato.

C'è stato uno step che le ha fatto pensare «questa è la strada giusta»?
Sì: quando ho prodotto «Et in terra pax», con la collaborazione di Gian Luca Arcopinto. Allora ho capito di poter davvero osare.

E hanno preso corpo le altre produzioni: «La mia classe» di Daniele Gaglianone con Valerio Mastandrea, «Ce l'hai un minuto» di Alessandro Bardani, un corto prima del lungometraggio «Non essere cattivo». Quindi «Il contagio» e «Ride» di Mastandrea. In Italia c'è interesse, oggi, per un cinema di qualità?
Sì. E in particolare a Brescia, che non mi sta nel cuore solo perché è la mia città. Ha ragione a candidarsi a capitale della cultura anche perché c'è grande attenzione per le uscite cinematografiche e i numeri lo dimostrano. Ci sono realtà come la Cinqueesei: ho lavorato con loro, sono bravissimi. C'è l'Albatros Film: ho visto il filmato con Ambra Angiolini su Brescia al tempo della pandemia e mi ha colpito.

Se dovesse scegliere: cinema o televisione?
Cosa è oggi la televisione? Se è Netflix, ben venga: mi sto trovando divinamente, la facilità con cui si procede è disarmante. Però il cinema è sempre il cinema.

Ha girato tanto: dove vive adesso?
Ho scelto l'Umbria e mi trovo benissimo. Penna in Teverina, provincia di Terni. Dopo 11 anni sono scappato dalla metropoli. Viviamo in una casa gigantesca con gli ulivi, facciamo l'olio e nel tempo libero alleno i bambini al minibasket. In un quarto d'ora sono ad Orta, mezz'ora di treno e arrivo a Roma. Dove, quando c'è traffico, per spostarmi ci metterei il triplo del tempo.

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