16 novembre 2019

Speciali

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

A settant'anni dalla battaglia

11.01.2013

A Rossoch torna il «Sorriso» degli alpini

Una colonna di prigionieri
Una colonna di prigionieri

Bastava l'ordine di ripiegamento trasmesso qualche giorno prima e di certo molti soldati italiani avrebbero potuto salvarsi. E così quando a metà dicembre 1942 l'Armata Rossa lancia l'operazione «Piccolo Saturno», la seconda del ciclo offensivo di Stalingrado, una forza d'urto di quasi 1000 carri armati investe le posizioni italiane sul fronte del medio Don. In pochi giorni la valanga corazzata russa annienta le sette divisioni di fanteria dell'Armir, quindi piega a sud-est e serra il secondo anello d'accerchiamento attorno al raggruppamento di Paulus, a Stalingrado. Per la 6a Armata tedesca è la fine; poi toccherà agli alpini finire in una sacca mortale.  Lo storico trentino Giorgio Scotoni, docente all'Università agraria russa di Voronezh, città nel cuore del fronte nel '43, ha potuto consultare gli archivi russi per ricostruire le vicende belliche di quei mesi. «I documenti italiani catturati dai sovietici, e oggi desecretati, evidenziano da metà dicembre 1942 - racconta Scotoni - la sempre più chiara percezione della catastrofe incombente».  Che cosa accade in quei giorni? «L'indomani dell'offensiva sovietica il Corpo alpino resta sull'alto Don con il fianco sud scoperto, sospeso sopra l'enorme breccia creata dal crollo dello schieramento Armir. Mentre Roma fa proprie le tesi del comando hitleriano - che dichiara esaurita ogni capacità offensiva dell'Armata Rossa, i comandanti alpini, dal gen. Nasci a Martinat, sono ben consapevoli della minaccia nemica, come della fragilità delle proprie difese».  La situazione di grande pericolo è allora ben presente agli stati maggiori?  «Dalle disposizioni per asserragliarsi in difesa circolare a Rossoch, dove si trova il comando alpino, agli allarmati dispacci degli osservatori in prima linea si evince nettissima la percezione del pericolo. Tuttavia, data la subalternità di Roma a Berlino, le richieste inoltrate al comando Armir di riposizionamento prima, di ripiegamento poi, sono tutte rigettate».  E i soldati in prima linea?  «Se l'allarme tra i comandi del Corpo cresce di giorno in giorno, le truppe restano di fatto ignare. Le lettere catturate con la posta militare italiana rivelano come gran parte degli alpini siano persuasi di poter svernare sul Don, in relativa quiete. E in effetti la ritirata di gennaio costituirà per i più una tragica sorpresa; se fosse iniziata solo uno o due giorni prima, forse le perdite italiane sarebbero state minori. L'ordine del comando tedesco però fu irremovibile 'difesa rigida in linea. Tenere le posizioni fino all'ultimo uomo'». La lunga, estenuante, marcia verso Nikolajewka, luogo simbolo dell'epica militare: che cosa accadde quel 26 gennaio 1943?  «Dopo un'intera giornata di combattimenti la colonna principale formata dal comando di Corpo, alla guida del generale Nasci, dalla divisione Tridentina, guidata dal generale Reverberi, e dai resti del 24° Corpo corazzato germanico, riuscì a sfondare l'ultimo sbarramento sovietico e porsi in salvo a ovest.  Le altre tre divisioni, gli alpini della Julia, la Cuneense e la fanteria Vicenza, con alla testa i generali Ricagno, Battisti, Pascolini, caddero invece prigioniere dei cosacchi nella località di Valujki. Un duplice epilogo, che in entrambi i casi ci costò un altissimo tributo in vite umane, oltre 43mila uomini, l'ottanta per cento degli effettivi arruolati nel Corpo degli alpini». Ma il numero dei caduti e dei prigionieri continua ad essere oggetto di discussione .  «Ritengo che il numero dei prigionieri italiani sarà chiarito quando verrà accertato l'effettivo numero dei caduti dell'Armir, ossia conclusa la pietosa missione di ricerca e rimpatrio delle salme: solo ad Arbuzovka, la cosidetta «Valle della morte», migliaia di nostri caduti restano ancora da esumare e identificare».  Hanno un fondo di verità le leggende sugli italiani rimasti in Russia?  «Si tratta, a mio parere, di una bugia consolatoria. Finora i documenti che ho visionato negli archivi russi confermano che i pochi alpini rimasti nascosti nei villaggi sul Don, in pochi mesi furono tutti arrestati dai battaglioni cacciatori dello Nkvd, che setacciavano ogni più remota fattoria alla ricerca di nemici, spie, sabotatori». A Rossoch, sede del comando del corpo alpino, è possibilie che vi siano ancora delle sepolture di soldati italiani?  «A Rossoch, durante l'occupazione, gli alpini seppellivano i caduti anche nel parco pubblico, che si trova tra il campanile e la Piazza del mercato, di fronte al comando di Corpo, l'attuale sede dell'asilo. Dieci anni fa nel parco furono esumati resti di soldati, ma non so dirle di che nazionalità». A proposito di Rossoch, nel 2013 ricorre anche l'anniversario dei vent'anni della costruzione dell'asilo:  «L'Associazione nazionale alpini ha in calendario per settembre 2013 di celebrare il 70° della ritirata e il ventennale dell'operazione 'Sorriso', l'asilo donato nel 1993 dai volontari alpini alla città di Rossoch. Quest'iniziativa si è rivelata la più riuscita operazione di diplomazia popolare di un paese europeo in Russia e ha dato un impulso decisivo anche alla cooperazione di ricerca sull'Armir. Tenga presente che l'Ana è oggi la principale istituzione a preservare e coltivarne la memoria, in un Paese dove per anni si è rimossa la storia della guerra».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

William Geroldi
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1