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A settant'anni dalla battaglia

22.01.2013

Catturato nell'inferno di Stalingrado

Alcuni soldati italiani durante la ritirata dell'inverno 1942-'43
Alcuni soldati italiani durante la ritirata dell'inverno 1942-'43

La campagna di Russia, la battaglia di Nikolajewka, sono ricordi indelebili nella memoria di chi ha vissuto sulla propria pelle quelle tragiche pagine della storia italiana. Tra i fortunati che tornarono è ancora in vita un camuno, l'alpino Mario Richini di Piamborno, frazione di Piancogno, 98 anni quest'anno, combattente in Francia, Albania, e sul fronte orientale da settembre '42 a gennaio '43.  «HO CONOSCIUTO Mario nel 2005 - spiega Maria Grazia Pellegrinelli di Ghedi, affezionata lettrice di Bresciaoggi - quando lessi sulle pagine del quotidiano un articolo dedicato al 90° compleanno di Richini, un uomo che nella sua vita aveva vissuto l'esperienza della campagna di Russia. In quel periodo stavo leggendo 'Centomila gavette di ghiaccio', romanzo autobiografico di Giulio Bedeschi dedicato alla campagna di Russia, e per questo motivo volli conoscere un protagonista del fronte orientale. Lo contattai, lo andai a trovare, e nonostante non ci fossimo mai visti mi aprì il suo cuore». Ora Mario e la moglie Domenica Massa, di una anno più giovane, sono ospiti della figlia Lina che è sposata a Pavia. Ma di quella guerra ricorda ancora tutto, e conserva un doloroso segno, le dita dei piedi congelate e che gli vennero amputate. «Nell'inverno 1942-1943 ero sul fronte orientale a combattere a Stalingrado - ricorda ancora Richini - fui fatto prigioniero, mandato in un campo di prigionia dove per le difficilissime condizioni di malnutrizione arrivai a pesare 35 chilogrammi. Ridotto letteralmente pelle ed ossa, quando le sorti della guerra si fecero per i russi più favorevoli, i nostri carcerieri condivisero con noi prigionieri il cibo, e venni ospedalizzato e così mi ripresi. Dopo qualche mese dalla fine della guerra in Europa, ai primi di ottobre del '45 fui caricato su una tradotta per essere riportato in Italia: il viaggio in treno durò una cinquantina di giorni. Arrivammo in Italia a Pescantina in Veneto nei primi giorni di dicembre, mi diedero dei vestiti puliti e bruciarono quelli che indossavo».  «A casa, l'agognato ritorno a casa, il 5 dicembre: temevo di essere stato dimenticato, ero molto stanco per il viaggio, e così sceso dal treno girai per la stazione per qualche minuto non decidendomi sul da farsi. Poi incontrai un conoscente di Esine che mi riconobbe, e mi sollecitò a seguirlo in valle». La moglie Domenica a sua volta ricorda come appena sposata, il 29 luglio 1939 Mario ricevette la cartolina di arruolamento e partì per il fronte. Di lì a breve nacque la prima figlia, Bartolomea, la Lina, classe 1940. All'inizio del '42 rivide il marito appena prima di partire per la Russia.  E di nuovo la signora Richini rimase sola con un figlio in arrivo, Luigi classe 1942 (morto prematuramente un paio d'anni, ndr), e per i successivi tre anni non ebbe più alcuna notizia del marito disperso in Russia. «Ma proprio la sera che Mario scese dal treno, quella notte sognai di rivedere mio marito - racconta Domenica - ricordo che in sogno lo sgridai perché con lui non c'erano i suoi compagni di guerra, fratelli delle mie amiche, e lo invitava a nascondersi per non ferire i loro sentimenti. Fu mia nipote ad avvisarmi che dal treno era sceso Mario con quelle semplici ma indimenticabili parole 'Zia, lé gnit al zio'». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Paolo Morandini
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