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A settant'anni dalla battaglia

04.01.2013

Dalla Russia non sono più tornati in 3200

Un gruppo di prigionieri italiani
Un gruppo di prigionieri italiani

È la Grecia il segnale che spegne i facili entusiasmi di un esercito fino a quel momento impegnato in battaglie di scarsa intensità e impegno. Lo choc è forte, l'orgoglio messo a dura prova, anche perchè senza il soccorso dell'esercito tedesco i soldati italiani non se la sarebbero cavata. «È agli inizi del 1941 - spiega Marcello Zane, storico e giornalista bresciano - che iniziano a tornare in città i feriti bresciani appartenenti ai battaglioni alpini ed al 77° fanteria: dolore ma soprattutto sconcerto per la bruciante sconfitta subita».  Che cosa accade quando si diffonde la notizia dell'invasione della Russia? «Quando il 22 giugno 1941 le truppe tedesche invadono la Russia a Brescia ancora centinaia di famiglie non hanno notizie dei dispersi combattenti in Africa settentrionale. Nella clessidra sempre più stretta dei giorni amari, inizia anche a Brescia l'attività della borsa nera e il 13 marzo del 1942 la razione giornaliera di pane viene ridotta ad appena 150 grammi.  Dal 1° novembre 1941 è vietato circolare con auto a benzina, ma solo a carbonella mentre l'estate dell'anno successivo è sospesa la vendita di automobili, anche se si avviano i lavori per lo scavo della galleria Tito Speri sotto il Castello, utilizzata poi come rifugio antiaereo e aperta solo nell'anno 1951. Nelle case si distribuisce il tira-gas per via della ridotta pressione della rete distributiva, mentre lo Iacp nel 1941-1942 avvia la costruzione di case popolari ultimate solo nel dopoguerra». Vestone, Valchiese, Edolo, sono reparti composti da molti bresciani. Si può provare a quantificare la loro presenza sul terreno delle operazioni? «L'Armata Italiana in Russia (Armir) inquadrava anche il Corpo d'armata alpino formato da tre divisioni, fra cui la Tridentina, composta dal 5° e 6° Reggimento Alpini oltre al 2° Reggimento artiglieria alpina (col Gruppo denominato Valcamonica) ed altri reparti di appoggio. Del 5° faceva parte il Battaglione Edolo, già reduce delle campagne di Francia, Albania (dove per le gravi perdite era stato sciolto e ricostituito) e Grecia, comandato dal maggiore Dante Belotti, mentre del 6° reggimento facevano parte il Battaglione Valchiese (che registrerà ben tre decorati con Medaglia d'oro sul fronte russo) con base a Desenzano, guidato dal maggiore Enrico Bracchi e il battaglione Vestone con base in parte nella caserma Chiassi di Vestone, comandato dal tenente colonnello Policarpo Chierici.  Questi battaglioni erano costituiti da circa 1.250 uomini e 35 ufficiali ciascuno, ovvero 3.850 uomini, per oltre due terzi bresciani. Ma migliaia di soldati bresciani erano presenti in decine di altri reparti, compresi i Lancieri di Novara, nell'80° Reggimento di fanteria e soprattutto nella XV brigata della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (Mvsn) e nel battaglione «Leonessa» di camicie nere.  E riguardo ai caduti, che cosa dicono i numeri?  «Sono circa 3.200 i caduti bresciani della campagna russa. Si tenga presente che sono in guerra le classi dal 1917 al 1920 - già sotto le armi - e nel 1942 sono richiamate anche le classi dal 1911 in poi fino a quelle del 1921 e 1922».  Qual è l'eco della disfatta russa? «Brescia è inquieta: già il 3 ottobre 1942 il Prefetto di Brescia telegrafa a Roma che la popolazione si mostra turbolenta. Le settimane che seguono sono ancora più irrequiete. Naturalmente «Il Popolo di Brescia» (che, ironia della sorte, porta il sottotitolo di «A tutti i caduti della terra bresciana» ed è diretto dopo la lunga presenza di Alfredo Giarratana da Yvon De Begnac, sposato ad una bresciana) si guarda bene dal narrare del dramma in corso, esaltando semmai 'il potente aiuto alla nostra Patria dell'esercito tedesco'».  Con il rimpatrio quindi la verità viene allo scoperto senza più filtri? «Solamente con il ritorno dei reduci - che giungono alle loro famiglie solo dopo oltre due settimane di 'contumacia' (evidentemente non solo di carattere sanitario) - alla fine di marzo del 1943 si inizia ad intravedere la portata della disfatta. Ma l'eco è attutito da diversi fattori: la speranza inesausta di migliaia di famiglie che attendono ritardatari (subito salutati da solenni celebrazioni) e dispersi, dall'andamento della guerra (il 10 luglio le truppe alleate sbarcano in Sicilia) e dalla giornata del 25 luglio, con l'esplosione di festa e di scioperi, ma anche con l'avvio del periodo più duro della guerra e, in autunno, con la deportazione di massa nei lager tedeschi di migliaia di soldati bresciani dopo l'8 settembre». I reduci non riescono quindi a trasmettere l'eco della disfatta? «A differenza delle memorie che sin da subito videro la luce nel 1946 per gli anni della prigionia nei lager tedeschi (ad opera soprattutto di ufficiali), la ritirata di Russia dovrà attendere molto di più, compresi i testi ormai noti di Mario Rigoni Stern o Nelson Cenci (entrambi del Vestone). Infine, i diari che recentemente hanno visto la luce, contengono tutti alcuni punti fermi: la segnalazione costante della vicinanza di compaesani con cui dividere la paura e il freddo, gli interrogativi circa le ragioni della campagna russa, la venerazione per i comandanti, la scoperta di una nazione contadina molto lontana da quanto narrato dalla propaganda». Come e quando nasce il mito di Nikolajewka? «La prima adunata dei reduci della Tridentina si tiene a Gavardo, il 26 e 27 ottobre 1946, fra due ali di folla e la presenza dei comandanti della spedizione russa: quello stesso anno, in novembre, Brescia accoglie il ritorno della bandiera del 6° Rgt. alpini. E sono proprio gli alpini - anche se non fu l'unico corpo operante nella steppa - a far nascere il desiderio di un ricordo. Nel 1948, Brescia ospita la prima commemorazione ufficiale della battaglia, con l'assegnazione ai reggimenti della Tridentina della medaglia d'oro al valor militare».  Brescia è subito in prima fila nelle celebrazioni?  «Il 21 gennaio 1951 si tiene a Brescia la consegna in forma solenne della Medaglia d'oro al valor militare al generale Luigi Reverberi, comandante della Tridentina (collocato alla Riserva nel 1945 nella stagione dell'epurazione e quindi riabilitato). Ma è dagli anni Settanta che la ricorrenza prende forma stabile (sull'onda dell'Adunata nazionale del 1970 tenutasi a Brescia) ed in quel decennio si avviano le dediche alla località russa, con l'intitolazione del rifugio al Gaver e, nel 1984, la titolazione della scuola mestieri per ragazzi spastici e miodistrofici di Brescia».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

William Geroldi
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