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A settant'anni dalla battaglia

04.01.2013

«Eravamo disperati, ricordo le grida del generale Reverberi»

Primo Zambelli
Primo Zambelli

La ritirata di Nikolajewka l'ha ben impresa nella memoria. «I nostri soldati si sono riuniti il 17 gennaio '43, con i battaglioni Vestone e Valchiese sempre davanti a spezzare gli accerchiamenti per uscire dalle sacche. Quanti compagni ho visto cadere nella neve. Ed il 26 gennaio, dopo l'ultima carica, ne siamo usciti definitivamente».  PRIMO ZAMBELLI, classe 1922, alpino del Vestone, originario di Levrange di Pertica Bassa, uno degli ultimi sopravvissuti di quella disfatta, ricorda con lucidità quei giorni: «I russi sparavano da ogni parte, sete, fame e freddo ci perseguitavano. Per mangiare si saccheggiavano paesi e magazzini lungo la ritirata. Ma evitando di usare brutalità verso la popolazione. Per questo noi italiani, a differenza dei tedeschi, eravamo benvoluti dalla gente di Russia: spesso, pur anch'essa alla fame, ci sfamava spontaneamente. In una isba - racconta ancora Zambelli - trovammo una mucca ed una capra. La capra la uccidemmo subito per mangiarla. La mucca invece ci scaldò durante la notte, dormendoci attorno. Ma la mattina arrivarono altri soldati che, tra le proteste della padrona che così perdeva tutto, uccisero la bestia e divisero la carne. «Una volta in un'isba ho trovato un russo nascosto, in quella vicina c'era la moglie, terrorizzata che uccidessi il suo uomo. Tranquillizzati, la coppia mi diede acqua e formaggio. Un'altra volta invece ho trovato un po' di carne e del burro, e 2 donne m'hanno inseguito. Le ho cacciate. Sapevo bene che loro avevano tanta fame quanto me. Ma a dominare era l'istinto di sopravvivenza»  Com'era uccidere? «Non lo so, di notte ero in postazione col mitragliatore sul Don: allora, all'attacco dei russi si sparava facendo strage del nemico. Ma il buio ti impediva di vedere la loro morte. Pensandoci adesso, è terribile dover uccidere qualcuno che non conosci ma che è come te solo perché i generali della guerra ti dicono che devi farlo». «UN GIORNO trovammo degli alveari. Mangiammo tanto miele, non preoccupandoci se dentro c'erano le api. Andavano giù anche quelle». Ma il freddo era forse il peggior nemico. «A 40 gradi sotto zero con un equipaggiamento che faceva ridere gli altri, noi piangevamo, si moriva. Tanti sono morti per il gelo togliendo le scarpe per far respirare i piedi, senza più riuscire a rimetterle: si sedevano per il mal di piedi e lì si addormentavano, poi morivano. Per sopravvivere occorreva andare sempre avanti, pur se sfiniti. Gli stratagemmi da usare erano foderarsi i piedi con pezzi di coperta e con paglia, chiusi dal fil di ferro. Anche sulla testa si legavano le coperte. E per chi aveva barba e baffi, il fiato si fermava lì formando delle candele di ghiaccio». Ultimo nemico, i russi: «Li avevamo dietro e davanti, e ci incalzavano sparando. E quando qualcuno era colpito, rimaneva sulla neve che si tingeva di rosso». Armi per rispondere ce n'erano poche: «Io avevo ancora la carabina, ma senza più proiettili». Che cosa ricorda dell'ultimo attacco a Nikolajewka? «Eravamo disarmati, ma in tanti. Allora il generale Riverberi intuì che dovevamo andare avanti tutti assieme. Ho ancora nelle orecchie quando lo sentii gridare 'Alpini, avanti'. In tanti caddero, ma il nostro numero spaventò i russi che scapparono, lasciandoci campo libero. Iniziò lì la salvezza»COPYRIGH

Massimo Pasinetti
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