10 luglio 2020

Speciali

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

A settant'anni dalla battaglia

04.01.2013

«In guerra con un esercito impreparato»

Soldati della Divisione «Sforzesca» catturati dai russi nell'estate del '42
Soldati della Divisione «Sforzesca» catturati dai russi nell'estate del '42

Improvvisazione da un lato e sottovalutazione della forza dell'avversario dall'altra. Così, italiani e tedeschi stretti nell'abbraccio mortale dell'Asse sono affondati nella neve russa nell'inverno 1942-'43, decimati in quell'infernale ritirata che al solo esercito regio italiano è costato almeno 70 mila morti, tra caduti in battaglia, dispersi, consumati dagli estenuanti trasferimenti verso i campi di prigionia e nel corso della prigionia stessa. Giorgio Rochat, 76 anni, piemontese, storico e studioso di storia militare, insegnante universitario a Torino e Milano, individua proprio nella sottovalutazione e nell'improvvisazione il naufragio della spedizione militare. Professor Rochat, in quale contesto politico-militare matura la campagna di Russia? «Il nostro intervento in Russia nel '41 è deciso da Mussolini, contro il parere dei militari, per motivi di prestigio: la Germania nazista ha invaso la Russia sovietica, la vittoria è data per sicura e facile, Mussolini vuole partecipare e quindi manda delle truppe, che la Germania non ha chiesto, che all'inizio i tedeschi snobbano e che comunque non sono attrezzate per quella guerra, una guerra motocorazzata tra due grandi eserciti, quello russo e quello tedesco. Lei dice snobbati perché il nostro esercito non era attrezzato. «Nella guerra di Russia la gran parte delle divisioni tedesche e russe sono ancora divisioni tradizionali, a piedi, con i cavalli che trascinano l'artiglieria, anche se in genere meglio armate di quelle italiane. Però il ruolo decisivo è delle truppe motocorazzate che sono ormai quelle che decidono la guerra; le altre divisioni, quelle normali, hanno un ruolo di presidio della lunghissima linea del fronte. Le nostre truppe sono di questo tipo, nessuno dei reparti italiani è veramente motocorazzato, sono divisioni poco mobili, adeguate a difendere un fronte con un ruolo appunto secondario». Si è parlato anche di inadeguatezza del vertici militari alla base della sconfitta, che cosa ne pensa? «Ricordiamo che vertici militari non sono d'accordo con l'intervento in Russia, è Mussolini che decide e i militari mandano le truppe migliori disponibili che però sono al comando dei tedeschi, sono gli alleati che hanno in mano il gioco, il ruolo dei generali italiani è subordinato; è d'altra parte abbastanza comprensibile visto che i tedeschi dispongono della quasi totalità delle risorse; non credo si possano criticare i generali italiani per la gestione delle truppe. L'organizzazione dei fronti è fatta decentemente con quello che c'era; le truppe disposte lungo il Don nell'inverno 1942-'43 vengono schierate, interrate, scavano trincee, i bunker con quello che hanno, dispongono di una artiglieria buona, ma non hanno riserve mobili; in caso di sfondamento robusto, come accadrà, dietro c'è il vuoto, non c'è nulla che possa fermare i russi se riescono a superare la prima linea. Negli accordi ci dovevano essere delle truppe corazzate tedesche nelle retrovie per proteggere le spalle, ma quando i russi passano all'offensiva su Stalingrado tutte le forze motocorrate sono dirottate su quel fronte e dietro all'esercito italiano rimane praticamente il vuoto. La guerra tedesca era stata impostata sul presupposto di una vittoria facile, sottovalutando i russi che non avrebbero mai avuto delle forze motocorazzate più forti, invece non è stato così». Come è stata possibile una disfatta di quella dimensioni? «Non c'è una risposta sola, a monte va sottolineato il fatto che l'apparato produttivo non riusciva a rifornire le nostre truppe di equipaggiamenti adeguati; i soldati italiani nel secondo inverno, quello del '42, sono ancora nella condizione di un anno prima, con gli scarponi chiodati, che nel gelo russo sono un suicidio e divise insufficienti; i tedeschi invece hanno migliorato l'equipaggiamento, noi non abbiamo provveduto nonostante ci fosse stato tutto il tempo per farlo. L'esempio classico è quello dei valenki, la calzatura dei contadini russi, stivali di feltro che venivano anche imbottiti di fieno e di stracci e proteggevano dai rigori del clima. Il generale Messe il primo ad arrivare in Russia manda degli esemplari a Roma dicendo che servono, ma l'Italia non riuscirà a mandare un solo stivale. Noi spediamo in Russia le truppe senza l'anticongelante, per cui i camion che non hanno riparo non possono spegnere il motore altrimenti tutto gela, le armi automatiche hanno bisogno di un filo di grasso per poter funzionare, senza si bloccano, in prima linea i soldati italiani tenevano i fucili e i fucili mitragliatori sull'elmetto pieno di brace posto sotto il meccanismi centrale dell'arma». Che eco ha avuto in Italia la disfatta di Russia? La censura ha provveduto a non farla conoscere, anche se qualcosa si viene a sapere nonostante i bollettini parlino di ritirata, mai di disastri. I soldati che tornano vengono tenuti a lungo in un campo contumaciale perché devono arrivare a casa un po' alla spicciolata per non avvalorare la tesi del disatro. Che significato ha oggi ricordare quelle vicende Il primo che in fondo bisogna sempre ricordare i caduti, senza troppo retorica, come quella dell'italiano buono; la colpa non era dei ragazzi, ma di chi li ha mandati, del fascismo, della guerra fascista, se si pensa che dal 1935 al 1941 abbiamo aggredito Etiopia, Spagna, Albania, Inghilterra, Grecia, Yugoslavia, Unione Sovietica, Usa, la dice lunga sull'Italia; di questi conflitti, l'unico ben preparato è stato quello con gli abissini, poi si è sempre andati avanti con l'improvvisazione. Dall'apertura degli archivi russi negli ultimi anni si attendono nuove, importanti, informazioni su quel periodo? Gli archivi russi sono diventati terra di conquista, gli inglesi e gli americani, i tedeschi hanno fatto ricerche di fondo; siamo sicuri che non ci sono più grandi cose da attendersi, si conferma che i tedeschi hanno sottovalutato la potenza dell'Unione Sovietica e che il conflitto è stato condotto con grande determinazione dai russi, è stata una guerra patriottica. Riguardo agli italiani non credo possa venir fuori molto di nuovo, se non le notizie sulla sorte dei prigionieri. Disponiamo di cifre ragionevolmente credibili sui caduti, 80mila; 50mila i prigionieri di cui solo 10mila sono tornati casa, c'è da capire dove, come, e quando sono scomparsi 40mila uomini. Tra la cattura e il rimpatrio abbiamo indicazioni sommarie anche perché i russi non tenevano conti dei prigionieri, sacrificavano tutto allo sforze bellico. Quando tra il 1942 e il 1943 catturano gli italiani non riescono ad occuparsene, ne lasciano morire a migliaia».(provincia@bresciaoggi.it)  © RIPRODUZIONE RISERVATA

William Geroldi
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1