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A settant'anni dalla battaglia

04.01.2013

L'anima dell'alpino è rimasta sul fronte

Andrea Garatti ha compiuto 91 anni in ottobre
Andrea Garatti ha compiuto 91 anni in ottobre

È sempre stato schivo Andrea Garatti. Nessuna esigenza di mettersi in mostra, di sentirsi al centro dell'attenzione, di apparire. Meglio essere. E lui è stato ed è un uomo che sa dare senza richiedere, sa valutare, sa indagare ed amare quei lembi di storia di cui è stato protagonista, insieme a tanti altri soldati italiani.  L'HA STUDIATA nei minimi particolari la campagna di Russia, l'ha raccontata, l'ha pure criticata, con quello spirito che aiuta a capire. E molto gli è rimasto nel cuore. Perché non c'è tempo in grado annullare i ricordi, soprattutto quando si innestano nella carne, nella mente, nell'anima. Per lui che ha vissuto in prima persona la ritirata di Nikolajewka, quelli sono avvenimenti indelebili.  Dal luglio 1942 al febbraio 1943, sette mesi di speranze e tribolazioni, attese ed illusioni, trascorsi a contatto con la vita e la morte che da un momento all'altro si scambiano i ruoli. Nato nell'ottobre del 1921, a 91 anni Andrea Garatti ama ancora ravvivare quei ricordi; è l'ultimo reduce della ritirata che vive ad Artogne e si può dire che abbia dedicato alla ricerca storica tutto il suo tempo libero del secondo dopoguerra.  VOLEVA CAPIRE con precisione che cosa fosse successo quell'inverno del '42, come si erano succedute le vicende belliche, quali furono i movimenti dell'Armir, dove operarono i vari battaglioni nella steppa russa, come si svolse la ritirata. Tutto con l'obiettivo di prendere coscienza degli avvenimenti e rendere omaggio alla memoria dei commilitoni, di quei ragazzi del Don che «meritano di essere ricordati ed apprezzati perché anche dal loro valore e dal loro sacrificio sono scaturiti quei beni di cui oggi ogni cittadino può godere». E poi per dire grazie «alle madri degli alpini che non sono tornati», che tanto hanno sperato e sofferto, senza trovare lenimento. Incontrare Garatti oggi è come fare un salto nel passato, un salto in grado di farti rivivere la storia non leggendola su di un libro, ma dal di dentro. Certo la memoria non è ferrea come a vent'anni, ma ben efficace quando si concentra su alcuni fatti che racconta con dovizia di particolari come se stesse vivendoli al momento. Tutto con una chiosa finale: «sarebbe ora di metterci una pietra sopra». Pietra che però non ci metterà mai, perché da caporale degli alpini quanto successo a lui ed ai suoi compagni d'arme fa parte di una intimità che sta sempre a galla.  «Ricordo l'inizio della ritirata - riannoda il passato Garatti - quando ho incontrato un amico di Piancamuno; io ero già in condizioni critiche, mezzo congelato, lui mi fece salire su un'auto carretta, ma gli sballottamenti e lo stare fermo mi creavano più problemi che il camminare, perché a piedi almeno il sangue tentava di circolare. Poi il mezzo è rimasto senza benzina». «Non riesco ancora oggi a rendermi conto di come sia riuscito a salvarmi».  Un attimo di silenzio ed altri avvenimenti si rincorrono. Da quello di una spedizione notturna sul Don gelato al fine di neutralizzare una mitragliatrice russa, al rischio di fucilazione corso da un compaesano che nel percorso di avvicinamento del corpo d'armata alpino al fronte russo aveva perso la testa per una giovane donna russa, era stato ritrovato, degradato e come punizione assegnato al battaglione Edolo. Destinazione l'avamposto sul Don. IL 5° ALPINI, battaglione Edolo, ecco il reparto in cui era inquadrato Andrea Garatti. Dopo essersi ripreso dai danni della guerra, ha dedicato molto del suo tempo libero a ricostruire quanto avvenuto nella sacca di Nikolajewka: cercato superstiti, scritto a reduci, generali e ministeri, passato al setaccio tutto quanto riguardava quelle vicende, è voluto tornare in quella fatidica steppa.  Ne sono scaturite cinque pubblicazioni. Per «far luce sulle zone d'ombra», per «rendere un doveroso omaggio a tante vite tragicamente scomparse e per spingere a riflettere sul nesso di causa effetto tra la repentina scomparsa di quei ragazzi del Don e L'Italia che stava per nascere».  «Noi con un armamento retrogrado, il fucile modello 91 che faceva fatica a funzionare, senza mezzi di trasporto adeguati. A pensarci oggi sono cose che non si riesce a credere». Così sospira l'ultimo reduce di Russia di Artogne. Senza dimenticare una confidenza, il libro non pubblicato, quello che vorrebbe intitolare «La storia di Gloria». La narrazione delle vicende di una ragazza giunta in terra camuna come amante di un ingegnere tedesco della Todt, finita tra i partigiani operanti sulle montagne tra Artogne e Piancamuno e poi andata in sposa ad un ufficiale inglese. Il manoscritto è lì, in fondo ad un cassetto, quel cassetto dei ricordi che stentano a tramontare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Domenico Benzoni
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