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A settant'anni dalla battaglia

04.01.2013

La fuga dalla Rsi, il rifugio in montagna

Zambelli insieme a Nelson Cenci e Giobatta Danda
Zambelli insieme a Nelson Cenci e Giobatta Danda

I ricordi riempiono le sue giornate in Valsabbia. Primo Zambelli appartiene alla sempre più esigua pattuglia dei reduci della tragica campagna di Russia. Zambelli è nato il 4 giugno 1922; a nemmeno vent'anni, nel gennaio '42 arriva la cartolina del richiamo alle armi: «Sono partito con gli alpini per il distretto di Desenzano, ma poi mi hanno mandato a Bogliaco per l'istruzione militare; a maggio ho raggiunto a Torino il 6° reggimento alpini, 55a compagnia, appena tornato dall'Albania. A luglio sono stato chiamato per la Russia, ma a causa la scabbia sono rimasto una ventina di giorni in ospedale mentre gli altri partivano» Tornato a Torino, poi a Bogliaco e quindi a Tremosine, Zambelli è finito a Cavalese in Val di Fiemme: «Il 14 ottobre '42 di nuovo la chiamata per la Russia, sono partito da Ora con la tradotta, eravamo in 40 per vagone». In Russia Zambelli è giunto il 1° novembre, a poca distanza dal Don: «Dopo un mese, ad inizio dicembre mi hanno mandato in prima linea, e li sono iniziati i combattimenti». Il 17 gennaio '43, giorno di inizio di quella che i comandanti in capo chiamavano ripiegamento, ma era invece una dolorosa ritirata: «Ci siamo trovati subito accerchiati, e per ben 11 volte abbiamo rotto l'accerchiamento fino ad arrivare a Nikolajewka per l'ultimo atto, l'uscita dalla sacca, con noi del Vestone sempre davanti».  Trasferito a Karkov Zambelli, che a Nikolajewka è stato ferito alla guancia (la scheggia di allora è ancora dentro la sua carne) se ne va il giorno prima dell'arrivo dei russi: «Il Signore mi è sempre stato accanto e continua a farlo ancor oggi: a 90 anni mi sento ancora in forma. In ogni caso oggi sono qui, pronto nel caso il Signore voglia chiamarmi a sé». Tornato in Italia presta il servizio di guardia ai prigionieri inglesi in un campo di concentramento del Bergamasco. Poi è distaccato a Briacava, nel milanese, per occuparsi di 10 prigionieri-lavoratori, sempre inglesi. L'8 settembre '43 si rifugia a Odolo e poi via fino a Levrange. Nel '44, per beneficiare di un condono Zambelli torna sotto naja ed è per due mesi alla Caserma Papa. Viene poi trasferito in Piemonte dove, come quasi tutti i suoi compagni, non vuol entrare nei «repubblichini» nemmeno andare in Germania per l'addestramento e quindi scappa: «Dal Piemonte a Magenta viaggio in camion perché ho paura dei controlli se prendo il treno, continuo a piedi fino a Brescia, dove prendo il tram fino ai Tormini. Lì fortuna vuole che trovi un mio compaesano in camion che, a suo rischio e pericolo, mi da un passaggio fino a Vestone». Nei giorni che precedono il 25 aprile è con i partigiani a Nozza dove fermano una grossa colonna tedesca in ritirata e la costringono ad arrendersi. «E qui finisce l'avventura - conclude Zambelli - che più che ricca di gloria è piena di inenarrabile dolore e sofferenza». M.PAS.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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