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A settant'anni dalla battaglia

08.01.2013

Prigionieri in Russia, la mappa del dolore

Soldati feriti trasportati in salvo da una slitta
Soldati feriti trasportati in salvo da una slitta

La sorte dei prigionieri italiani in Russia, catturati dopo la tragica ritirata tra il dicembre '42 e il gennaio 1943, costituisce ancora oggi una delle pagine più controverse e dibattute tra gli storici. Solo agli inizi degli anni '90 l'apertura parziale degli archivi ha permesso di conoscere la loro sorte. Morti nella gran parte, i sopravvissuti alla battaglia erano poi stati protagonisti di un'odissea inimmaginabile, che solo negli anni del Dopoguerra la memorialistica avrebbe descritto nei suoi tratti drammatici.
Decine di migliaia di vittime, prima nelle estenuanti marce di trasferimento verso i campi di prigionia, poi nei lager dove i tassi di mortalità nei primissimi mesi della prigionia decimarono i soldati.
Maria Teresa Giusti, docente di storia della Russia all'Università di Chieti è tra i ricercatori che negli ultimi anni si sono maggiormente distinti per gli studi su questo tema, tanto che il suo libro «I prigionieri italiani in Russia» edito dal Mulino costituisce un punto di riferimento per chi vuole conoscere o approfondire l'argomento.
Tanto più che la docente italiana ha potuto consultare moltissimo materiale inedito proveniente dagli archivi ex sovietici, decisivi per ricostruire la sorte degli italiani dispersi in Russia.
Professoressa Giusti, qual è il bilancio della tragedia di Russia.
«L'Armir che partì alla volta dell'Urss nel luglio 1942, inglobando il Csir come XXXV corpo d'armata, contava 229.000 unità. Per avere un'idea delle perdite dobbiamo basarci sui documenti russi e sulle carte della sezione Albo d'Oro del ministero della Difesa italiano. Questa sezione ha in archivio la documentazione relativa a circa 90.000 militari che non hanno fatto ritorno dal fronte russo. Se consideriamo che circa 5.000 di questi nominativi riguardano caduti e dispersi prima della battaglia definitiva, cioè fino al 10 dicembre del 1942, abbiamo approssimativamente 85.000 nominativi ai quali però bisogna aggiungere i 10.032 reduci - i cui fascicoli non sono più nell'archivio dell'Albo d'Oro - che erano ovviamente mancanti all'appello dopo la ritirata nel marzo 1943. A questo punto gli assenti dell'Armir ammonterebbero a circa 95.000. Ciò vuol dire che l'8^ Armata aveva perduto più di un terzo delle sue forze».
Quando si scopre il destino dei prigionieri?
«I documenti inviati dal governo russo a quello italiano a partire dal 1992 hanno finalmente spiegato la sorte di migliaia di prigionieri italiani. Vi figurano 64.500 nominativi di cui 38.000 si riferiscono a prigionieri morti nei lager, 22.000 a rimpatriati - compresi 12.000 ex internati dei tedeschi; per altri nomi, 2.000, non viene precisata la sorte; infine, vi sono circa 2.500 fra nomi ripetuti - 307 solo per gli ufficiali -, nomi di stranieri, civili e altoatesini. Naturalmente non figurano i morti nelle marce e sui treni, che dovrebbero ammontare a circa 22.000 uomini».
La consultazione degli archivi in che misura ha aiutato a ricostruire gli eventi?
«La consultazione è stata fondamentale e grazie ai documenti russi sappiamo che la percentuale di mortalità tra i prigionieri italiani fu la più alta rispetto a quella delle altre nazionalità, ovvero il 56%. Un altro argomento sconosciuto alla storiografia italiana ed emerso dagli archivi russi è quello relativo alla propaganda comunista di impostazione marxista-leninista organizzata tra i prigioniri di tutte e nazionalità in corsi e scuole antifasciste. L'obiettivo era quello di trasformare quegli uomini in seguaci del comunismo e fedeli alleati dell'Unione Sovietica».
Possiamo attenderci ancora informazioni importanti dalla consultazione degli archivi?
«Quello che mi piacerebbe approfondire è la questione del rimpatrio, visto dalla prospettiva sovietica, e la sorte dei prigionieri trattenuti di cui non sappiamo neanche il nome».
Un'altra leggenda alimentata a lungo dai racconti dei sopravvissuti: si è mai saputo se soldati italiani scampati alla guerra siano rimasti in Russia?
«Per un cittadino straniero, soprattuto se soldato di un esercito aggressore, era difficile rimanere a vivere nell'Urss, in un regime poliziesco e delatorio. Nel mio libro riporto la testimonianza di un cittadino sovietico, ragazzo ai tempi della guerra, che racconta la storia di un italiano che durante la ritirata si era fermato nel suo villaggio. Dopo la guerra, una volta che il soviet cittadino ne aveva denunciato la presenza all'Nkvd, e la Polizia ne aveva chiesto conto, per evitare conseguenze gli abitanti del villaggio avevano pensato bene di eliminarlo».
Un'ultima domanda: quando nasce il mito di Nikolajewka e quali sono le motivazioni, visto che alla fine si tratta di una terribile e tragica sconfitta.
«A Nikolajewka il 26 gennaio 1943, la Tridentina, guidata dal generale Reverberi, reparti della Cuneense e della Julia, come il battaglione L'Aquila, riuscirono a sfondare le linee nemiche e a consentire la ritirata di migliaia di sbandati. Si trattò quindi di una battaglia per la ritirata, per la fuga, ma è diventata il caso paradigmatico della campagna degli italiani in Russia. Perché questo? Perché mise in risalto la capacità di reazione e di sacrificio dei soldati, soprattutto lo spirito di corpo degli alpini, la capacità di rimanere compatti e affrontare un momento durissimo con spirito di solidarietà e lealtà. Questo atteggiamento fa da contrappunto al comportamento passivo del comandante del corpo d'armata alpino, generale Nasci, e del comandante dell'Armir, Gariboldi. Entrambi, pur consapevoli della necessità di una ritirata, non presero alcuna iniziativa per procurare alle truppe i mezzi di trasporto; non organizzarono la distribuzione di viveri e di capi di abbigliamento pesante, ben custoditi nei magazzini; né si preoccuparono di sistemare antenne radio per coordinare le truppe tra di loro. Dunque Nikolajewka è una epopea che cerca di rivalutare l'esercito e che comunque ne evidenzia i pregi - atti di erosimo - e i grandi difetti - la inadeguatezza dei comandi».
Un altro argomento di discussione è il racconto dei reduci che accreditano l'idea dei nostri soldati più 'buoni' rispetto ai tedeschi nei confronti della popolazione civile, quanto c'è di vero in questa affermazione?
«È vero che gli italiani eseguirono rappresaglie contro gli attacchi partigiani, fecero requisizioni e incendiarono villaggi, ma tale comportamento fu (come tra l'altro capitò in Jugoslavia) il risultato dell'incapacità dei comandi di reagire e controllare il territorio sottoposto all'occupazione e il risultato dell'incapacità di contrastare la lotta partigiana. Ho avuto modo di leggere alcuni ordini emanati dal comando alpino alla divisione Cuneense, rinvenuti negli archivi russi. Ebbene in questi documenti si invita il comando della divisione alpina ad organizzare azioni contro la lotta partigiana che si era notevolmente sviluppata, ma nelle direttive non emergono toni e disposizioni draconiane come accadeva nell'esercito tedesco. Del resto in recenti colloqui che ho avuto con i reduci russi della seconda guerra mondiale ho avuto conferma di un comportamento di gran lunga più umano tra i soldati italiani che non era affatto presente fra le truppe tedesche».

William Geroldi
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