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A settant'anni dalla battaglia

15.01.2013

Una disperata marcia verso la salvezza

Giuseppe Fontana è nato il 9 maggio 1922
Giuseppe Fontana è nato il 9 maggio 1922

Era nella Tridentina, con quel che restava dell'esercito italiano nel disperato tentativo di sfondare la sacca tesa dai russi a Nikolajewka. Giuseppe Fontana, Bruno per gli amici, classe 1922, nato il 9 maggio alla Nozza di Vestone, inquadrato negli esploratori alpini del battaglione Val Chiese, ha immagini vivide della campagna di Russia. Partito in tradotta da Torino il 27 luglio '42, il battesimo del fuoco porta la data del 1° settembre nella tragica e sanguinosa battaglia di Kotowskj. «Ero sul Don quando iniziò la ritirata, alle 4 del pomeriggio del 17 gennaio '43, vennero formate squadre di 8 uomini da lasciare di retroguardia perché il nemico non sapesse della nostra partenza. Ed io, guidato dal caporal maggiore Luigi Volpini, uomo di grande coraggio, feci parte di una di queste». DOPO ALCUNE scariche di mitraglia ogni tanto per ingannare i russi, la ritirata di Fontana iniziò alle 4 del mattino dopo: «Raggiunto di corsa il grosso del contingente, si iniziò a combattere ogni giorno contro i soldati russi, ed a volte contro i partigiani. Ma si andava avanti, perché fermarsi voleva dire morire o finir prigionieri».  I momenti più brutti di quei frangenti? «Il freddo, che è stato la nostra rovina. La fame c'era, ma si trovava abbastanza, i soldati russi erano dietro di noi, i partigiani che ci tendevano imboscate davanti». Usciti 11 volte dalle sacche in cui i nemici cercavano di rinchiuderli, gli alpini arrivarono a Nikolajewka: «Qui fummo noi del Vestone e Val Chiese a portare l'ultimo attacco, scendendo di corsa verso la ferrovia. Dopo la prima discesa ritornammo sulla collina. Lì il generale Luigi Reverberi prese la giusta decisione: capito che saremmo morti tutti di freddo, partimmo all'attacco al grido di 'Tridentina avanti', lui in prima linea. I russi, spaventati dal nostro grande numero (di armi funzionanti, a quel punto, ne avevamo poche), si ritirarono. Ed occupammo Nikolajewka. Dopo abbiamo fatto a piedi un altro migliaio di chilometri, ma a quel punto c'erano solo posto di blocco tedeschi. Eravamo usciti dalla sacca. Ma quanto sangue era stato versato». Fontana fu poi deportato in Germania dopo l'8 settembre, ed è tornato a casa solo nella primavera del 1946, scoprendo che il papà era morto nel 1943: «Preso dai tedeschi in Trentino, fui poi liberato dagli americani».  Quel giorno, con mamma ed i fratelli fu grande festa. Fontana tornò alla vita di sempre, quella del taglialegna, fino alla metà degli anni '50 per poi entrare a Casto, alla «Fusina rota», a tagliare rotaie con il maglio. La «Fusina rota» di Lucchini divenne poi laminatoio: «Ho lavorato sempre lì, tranne due brevi periodi in Svizzera ed in Piemonte, fino al 1982, quando sono andato in pensione». Sposatosi nel 1950 con Maria Abatti, che se n'è andata da un paio d'anni, Fontana ha avuto 2 figli, Angiolino e Vidermina, ed ha 3 nipoti e 2 pronipoti. Adesso vive nella Casa di Riposo «A. Passerini» di Nozza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Massimo Pasinetti
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