17 giugno 2019

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Il reportage

04.01.2019

CORAGGIO
L’ARTE
DI VIVERE

«Per il mio viaggio intorno al mondo ho scelto di lanciarmi nell’ignoto, senza sapere cosa aspettarmi: uniche armi l’onestà e l’umiltà»  «I  piani valgono poco:  soltanto quando ci si ritrova davanti a un problema si può capire come risolverlo»Una donna nepalese con il suo bimbo: paese che vai, usanze che trovi
«Per il mio viaggio intorno al mondo ho scelto di lanciarmi nell’ignoto, senza sapere cosa aspettarmi: uniche armi l’onestà e l’umiltà» «I piani valgono poco: soltanto quando ci si ritrova davanti a un problema si può capire come risolverlo»Una donna nepalese con il suo bimbo: paese che vai, usanze che trovi

Da Bangkok, dove ho trascorso 20 giorni in compagnia di un saggio amico egiziano ebreo, sto volando verso la prima meta del mio viaggio in solitaria: il Brasile. Salvador, per la precisione, nello Stato di Bahia, al centro del paese, dove si trovano alcune delle spiagge più belle del pianeta che al tramonto si riempiono di brasiliani con il ritmo della capoeira nel sangue che ballano sotto le ombre lunghe delle palme da cocco, mentre il sole saluta la giornata tra gli applausi di chi si sta godendo il suo spettacolo di colori. Salvador è anche la città del Pelurinho, il centro cittadino in stile coloniale patrimonio dell’Unesco, ma anche una delle aree con il tasso più alto di criminalità e spaccio di droga del Sud America. La polizia presidia gli accessi principali per garantire un minimo di sicurezza ad abitanti e turisti, ma senza troppo successo. APPENA atterrata, Caio, un amico brasiliano di un’amica, mi preleva all’aeroporto e mi porta direttamente all’o- stello, con la raccomandazione di non uscire per alcuna ragione dopo il calare del sole. Appena scendo dall’auto capisco che le raccomandazioni erano superflue. L’energia di questo posto ha una densità sconvolgente: drammatica, malinconica, imprevedibile… Ed io ho paura di aver fatto un passo più lungo della gamba. Il giorno dopo la sveglia suona presto e, dopo una notte passata a fare i conti con me stessa, decido di uscire a esplorare la città. Parto proprio dal Pelurinho, la zona del mio ostello, e, come un cucciolo che esplora l’esterno della tana per la prima volta, a passi insicuri mi muovo di circa 300 metri, arrivando all’incrocio principale. La pioggia batte insistente sul ciottolato del centro storico, con le case coloniali dalle facciate colorate a far da cornice quasi surreale a moltissima gente che avrei certamente definito senzatetto, abbandonata a terra dalla nottata precedente, trascorsa tra droghe e risse tra gang, o a difendersi per portare a casa la pelle fino al sorgere del sole. I vestiti sporchi e fradici, molte volte senza scarpe, lo sguardo perso nel vuoto o senza sensi direttamente. A sorvegliare sporadicamente il Pelourinho c’è solo qualche unità armata della polizia che, dopo una certa ora della sera, abbandona il presidio e inizia a pattugliare con l’auto senza fermarsi, con i finestrini chiusi e ignorando stop e semafori per scongiurare gli attacchi della rissosa malavita notturna. Ciò che vedo è totalmente diverso da ciò che con ottimismo mi ero immaginata sul Brasile: mi rendo conto che non so minimamente come comportarmi in questa situazione, non so immaginare come possa essere incontrare e avere a che fare davvero, anche solo passando per caso, con quelle persone. Non conosco niente di loro, non so cosa potrebbero pensare vedendomi passare vestita da turista, donna, sola. Decido di tornare in fretta all’ostello e riflettere sulla situazione: al rientro, riconoscimento obbligatorio per entrare. MI CONFRONTO con alcuni ragazzi provenienti un po’ da tutto il mondo e scopro che un mese fa nell’ostello c’è stata una sparatoria in cui sono stati feriti gravemente due ragazzi locali, entrati abusivamente per trovare rifugio (d’ora in poi le recensioni sulla sicurezza della location per la notte diventeranno fondamentali per le mie scelte!). L’ora successiva è costellata di considerazioni paranoiche sui peggiori scenari: cosa faccio se mi seguono? Se mi rapinano? Se mi rapiscono? Se mi immettono nel giro della prostituzione? (giuro: questa era una paura incredibile che avevo anche prima di partire). Tutte considerazioni lecite, tanto più quanto non conosci la situazione, tanto più la paura dell’ignoto è radicata nella tua cultura, tanto più sei erroneamente convinto di sapere più o meno come gira il mondo. Alla fine di questa carrellata funesta ammetto che c’è neppure la remota possibilità che non mi succeda niente e che l’unico modo per far fronte al problema lo troverò quando mi ci troverò davanti. Decido di vestirmi nella maniera peggiore che trovo nello zaino, lascio soldi e telefono in ostello ed esco. Occhi attenti e cuore all’erta, inizio a girare per le strade tra gli sguardi più disparati. Semplicemente mi concentro su ogni passo, cerco di notare ogni movimento intorno a me, con l’adrenalina della paura che mi aiuta a tenere accesi tutti i miei sensori. Cerco di mantenere un po’ di distanza dalle persone ma senza far capire che lo sto facendo apposta; procedo a passo sicuro e, se qualcuno mi chiede qualcosa, rispondo in modo conciso e gentile senza fermarmi. In questo momento, in cui le paure e le voci mandate dal bagaglio di ciò che mi hanno insegnato, si fanno più rumorose che mai, realizzo di essere così sola, piccola e fragile da essere totalmente nelle mani del destino. Allora faccio l’unica vera cosa che posso fare: abbandono qualsiasi comportamento sospettoso o impaurito e inizio a guardare tutte le persone per ciò che sono: uomini, esattamente come me, come ognuno di noi. Accetto di giocare la partita… Non io a difendermi da loro, ma io con loro. Senza giudicare, mi affidato al destino, mi metto in ascolto e cerco di comprendere le vicende degli uomini che ha di fronte. Così alle provocazioni inizio a rispondere con comprensione, comincio a fare domande per capire meglio i comportamenti… CON UMILTÀ imparo da zero a stare in questo mondo. Solo quando non hai più scelta, riesci a mettere a tacere le voci che ti suggeriscono mille cose diverse e inizi ad ascoltare le tue sensazioni, capisci che sei semplicemente di fronte a fatti che devi conoscere e imparare a interpretare per poter prendere delle scelte adeguate. Esattamente come succede nella vita di tutti i giorni, con l’unica differenza che le regole del gioco non sono quelle europee né tantomeno quelle italiane; che i visi che hai attorno hanno espressioni diverse dalle nostre per manifestare le emozioni, hanno modi diversi di arrabbiarsi, gioire, risolvere le questioni e comunicare. Da questo momento adotto il modus operandi del camaleonte: giro senza dare nell’occhio, vestita nel modo peggiore, faccio domande e osservo in silenzio tutto ciò che c’è intorno per imparare a sintonizzarmi. In questo modo girerò paesi impegnativi e faticosi come il Sud America, il Myanmar, il Nepal e l’India, che, notoriamente, non sono i più adatti per una donna sola. Più procedo nel mio viaggio, più questa strategia ripaga e lo sforzo di attenzione richiesto diminuisce. All’inizio dovevo mettere in campo tutte le mie capacità per concentrarmi sul presente e lasciare chiuse in una stanza remota del mio cervello tutte le considerazioni e le paure che avevo imparato nella mia «vecchia» vita. Nei primi mesi ho scelto di essere coraggiosa: ho scelto di non ascoltare le regole imparate crescendo, di non valutare secondo cose che già sapevo. Ho scelto di lanciarmi nell’ignoto, senza sapere cosa aspettarmi, con le sole armi dell’onestà e dell’umiltà. Lo dovevo scegliere, non senza fatica, perché nel pacchetto base di me stessa, tra gli accessori montati di serie, c’erano un set completo di nozioni sulla sopravvivenza e consigli su come vivere e su quali sono le cose giuste da fare che potevo scriverci un’enciclopedia, estrapolate da chissà quali manuali silenti, ordinatamente riposti nei polverosi archivi dei giorni. DA EX DIRETTORE generale di una compagnia, l’idea di perdere completamente il controllo diretto e mettermi a disposizione di ciò che sarebbe successo, accettandolo e vivendolo, mi terrà sveglia non poche notti, e, a volte, arriverò a dubitare di me stessa, a pensare di essere un po’ pazza. Eppure l’evidenza delle cose mi parla chiaramente: bisogna uscire dal conosciuto e gli unici strumenti a disposizione sono la convinzione e il coraggio. Con un po’ di incoscienza, sarebbe tutto più facile, ma l’incoscienza in me non ha mai trovato terreno fertile. Più passano i giorni, più la dimensione del mio coraggio cambia. Al terzo mese si aprirà una specie di grande porta nella mia vita e da quel momento non avrò più paura, non dovrò più forzare le cose, di scegliere una strada alternativa. In Perù inizierò a sentirmi connessa con qualcosa di molto più grande, come se, naturalmente, entrassi a far parte di un livello di esperienza molto pieno e vero al cento per cento, in profondità. Posso descriverlo come qualcosa di ricco, forte e complesso, forse anche un po’ pericoloso, visto con gli occhi soliti, ma mi fa sentire completamente al sicuro, presente al cento per cento. Sarà grazie a questa connessione che potrà fare i salti più grandi: buttarmi in 14 giorni di meditazione e silenzio in un monastero nella foresta in Myanmar, camminare per 11 giorni da sola sulle montagne dell’Himalaya, girare l’India in solitaria e lasciare l’Australia, dove avevo deciso di tonare a lavorare, per continuare il viaggio. In Australia deciderò di non ascoltare la vocina dall’accento bresciano che mi suggerisce insistentemente di «tornare a fare qualcosa». Mi metterà davanti all’oceano, mi domanderò di cosa ho bisogno e con coraggio manderò un’altra volta la vocina nella stanzetta remota del cervello. Quando pensiamo cosa significhi avere coraggio tendiamo a pensare ad azioni che ci portano a compiere cose straordinarie e molto lontane dalla nostra zona di comfort. Dopo questo viaggio credo che serva molto più coraggio per essere sinceri con noi stessi e riconoscere che una situazione non è più in linea con la nostra felicità, nonostante tutto quello che abbiamo imparato nella vita ci racconti il contrario. Ovviamente questo discorso vale (se vale) per noi, gente fortunata, che abbiamo una casa, l’acqua, sicurezza, diritti, voce, la possibilità di scegliere, possiamo leggere, scrivere e dire no quando ci pare. Ma ci sono Paesi in cui non ci sono parole, solo ammirazione, per la dignità e il coraggio di fronte alla vita di persone che non hanno niente ma stanno in piedi con fierezza nella tempesta e ti donano il poco che hanno. Bambini di cinque anni che camminano soli, sette chilometri al giorno, per andare a scuola e quando ti incontrano ti dicono «Namasté »con il sorriso; donne che lavorano nei campi di riso con le ceste attaccate alla testa con dentro i bambini di due mesi; padri di famiglia che, di ritorno da una giornata di 14 ore di lavoro sotto il sole, non mangiano per lasciare più cibo ai figli. Ci sono Paesi al mondo in cui il coraggio è l’unica alternativa alla morte fisica, nel nostro caso l’alternativa a quella spirituale. Tutto ciò senza alcun giudizio, perché non decidiamo noi che a un certo punto avremo coraggio, o che quel coraggio che decidiamo di perseguire, ci arrivi. Siamo fortunati. (2 - continua) •

CHIARA BRUNORI
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