17 luglio 2019

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Il reportage

14.01.2019

MEDITARE
È COME
RINASCERE

Lo Yogi (gonna marrone  e camicia bianca) e l’ombrello delle allieve di Panditarama Shwe Taung Gon Meditation Center di Bago in MyanmarQuaranta donne sedute sulle stuoie nella meditation hall  FOTO BRUNORI
Lo Yogi (gonna marrone e camicia bianca) e l’ombrello delle allieve di Panditarama Shwe Taung Gon Meditation Center di Bago in MyanmarQuaranta donne sedute sulle stuoie nella meditation hall FOTO BRUNORI

Sono appena arrivata a Melbourne dopo quattro settimane tra Sydney, Brisbane e la Sunshine Coast. L’autunno sta arrivando in Australia e l’aria del mare a St Kilda è frizzantina. Sto camminando sulla spiaggia da un’ora e il tramonto rosso e i pinguini, di ritorno dalla giornata di pesca in mare, accompagnano i miei pensieri. Sono arrivata in Australia da quasi un mese ormai, visto «working holiday» di un anno, idee più confuse che mai. Dopo il Sudamerica, con la sua cultura così vera e profonda, mi trovo in un paese in cui ogni centro cittadino è l’esatta fotocopia del centro di Milano. La cosa che più mi colpisce, però, è come in realtà tutto sia una fotocopia del mondo europeo o Nord Americano. I modi di fare delle persone, le aspirazioni, come perseguirle, le usanze, l’energia delle persone, la forma che dovrebbe prendere il futuro, la scala delle priorità. FIN DAL PRIMO momento in cui mi son seduta sulla metro che dall’aeroporto porta al centro città, a Sidney, ho sentito che era venuto a mancare qualcosa che mi aveva accompagnato per i quattro mesi precedenti e che l’Australia non sarebbe stato mai il luogo adatto per trovarlo. Eppure quella era la società in cui ho imparato molto bene a funzionare prima di questo viaggio. Decidi, persegui, conquista. Poi decidi qualcosa di più grande, persegui, conquista. Facile. Ci ho messo un mese per convincermi dell’inconcludenza di questo schema. Poi, finalmente, all’ alba del mese e mezzo di viaggio, ho deciso che se questo non è ciò che voglio, allora è arrivato il momento di andare davvero a fondo di cosa desidero per la mia vita. Corro in ostello, faccio lo zaino e compro il primo volo per il Myanmar. Direzione Yango- on, la capitale: ho deciso che cercherò un centro di meditazione nella foresta e di darmi tutto il tempo di cui avrò bisogno. La decisione scuote gli animi a distanza delle persone attorno a me, che si lasciano andare a un range di reazioni tra l’entusiastico utopico al gravemente preoccupato/sta entrando in una setta. L’aereo fa scalo a Kuala Lumpur per 5 ore, così decido di andare in città. Sono in uno stato d’animo strano, il Myanmar è nei miei pensieri da tempo, finora l’avevo pensato come la tappa finale del mio viaggio, e adesso invece ci sto andando, completamente all’avventura e senza sapere cosa farò dopo. Il visto dura 28 giorni: il 14 giugno dovrò tassativamente uscire dal paese. Kuala Lumpur e le sue luci sembrano un grande parco giochi: visito le Petronas Tower, mi concedo una deliziosa cena di pesce per pochi euro a Bukit Bintang, la zona più animata della città, e poi torno in aeroporto. Dormo per qualche ora in terra assieme ad altri viaggiatori solitari e alle sei l’aereo sta decollando. L’aeroporto di Yangoon è piccolo e appena esco dal reparto Arrivi mi rendo subito conto che è un luogo di socialità come, da noi, potrebbe essere una piazza. Bambini che corrono, gente che chiacchiera, signore che vendono dolcetti e, ovviamente, autisti di taxi. Decido di prendere un bus locale e mi ritrovo seduta tra famiglie, coppie innamorate, mamme con bambini e anziani con occhi così neri e profondi da poterci leggere una vita. Tutti mi guardano, mi sorridono, i bambini mi sbirciano e si nascondono e gli uomini si prodigano per capire dove devo andare. A un certo punto ho perfino in braccio un bambino di qualche mese, bellissimo. CHIEDO informazioni sui centri di meditazione in un mix di tre lingue diverse e mi dicono di recarmi al centro Panditarama del venerabile maestro Sayadawgyi. Ringrazio, scendo dal bus, mi dirigo all’ostello per lasciare lo zaino e sono già per strada, diretta al Panditarama meditation centre. Dopo due mesi di fresco australiano sono tornata a 40 gradi, periodo delle piogge, clima tropicale a tutti gli effetti: alla fine di 4 chilometri a piedi sono distrutta, bagnata fradicia e mi dicono che nel centro cittadino non c’è posto, ma che, se voglio restare almeno 10 giorni, posso andare in quello della foresta. Voglio restare due settimane, quindi accetto di buon grado e mi preparo a un tour on the road di due settimane prima del giorno dell’entrata. Torno a Yangon e visito la Shwedagon Pagoda, punto di riferimento mondiale per la religione buddista e architettura straordinaria con i suoi 110 metri di altezza, centinaia di migliaia di foglie d’oro a tappezzare la stupa, la cui cima termina con un dedalo di 4.531 diamanti. ALL’INDOMANI parto con un bus notturno per Bagan e la sua spianata selvaggia di alberi e fiori, ricca di più di 4 mila templi di mattoni rossi che svettano qua e là nella luce calda dei tramonti e delle albe. Passo 5 giorni a girare e perdermi con il motorino elettrico in questo luogo incontaminato di silenzio e spiritualità, a sedere sugli scalini più alti per ore e farmi invadere da quella pace. Al sesto giorno parto con un bus notturno per il Lago Inle, con le sue risaie verde acceso, i villaggi costruiti interamente sull’acqua in stile palafitta, gli orti galleggianti, le coltivazioni di fiore di loto, i bambini che fanno il bagno e lavano la loro mucca come noi laveremmo il cane, le donne che filano la seta e gli uomini che lavorano i gioielli d’argento. SONO GLI ULTIMI giorni prima della grande avventura della meditazione e io sono sempre più curiosa e decisa ad andare fino in fondo. Il 30 giugno sto viaggiando su un bus verso Bago. Da lì mi faccio accompagnare da un uomo in motocicletta al Panditarama Shwe Taung Gon Meditati- on Center, trenta minuti a sud, e mi faccio lasciare davanti ai cancelli. Entro e una donnina silenziosa e minuscola mi saluta, mi chiede il nome e se ne va. Torna poco dopo con una statola di cartone grande e una busta di plastica. Mi chiede di riporre telefono, soldi e passaporto nella busta e tutto il resto nella scatola. Poi mi consegna uno Yogi (gonna marrone lunga e camicia bianca) e mi dice di cambiarmi. Chiude la scatola contenente tutto ciò che ho e se ne va. Dopo qualche istante arriva un monaco, che diventerà «la mia guida» (silenziosa) e mi consegna un grande ombrello, una piccola pila elettrica e una piccola sveglia rosa. Mi porta in una stanza galleggiante su un laghetto, ci sediamo a gambe incrociate e mi ripete le regole del Centro. Non si può parlare, leggere e scrivere. Non si può incrociare lo sguardo degli altri yogi. Maschi e femmine categoricamente divisi. Sonno quattro ore a notte. Pasti due volte al giorno, alle cinque di mattina e alle dieci di mattina, dopodiché solo acqua o tè caldo non zuccherato. Quattordici ore di meditazione al giorno suddivise tra seduta e camminata. Poi mi dice che potrò parlare con lui giorno sì, giorno no, per due minuti. Mi raccomanda la lentezza:«Devi agire come una persona seriamente malata o quasi morta, come se stessi suddividendo in fotogrammi ogni tua azione». «Siedi e concentrati sull’addome che sale e scende con il respiro. Quando ti accorgi che non sei più concentrata, descrivi in una parola quello che stai facendo, scaccialo e torna a concentrarti sul respiro». Ottimo. In quel momento arriva una monaca buddista, con il tradizionale vestito rosa e arancione, che mi accompagna attraverso boschi e specchi d’acqua al grande villaggio degli yogi (praticanti del ritiro di meditazione) e al villaggio dei monaci, mi mostra le sale di meditazione, il laghetto dei colloqui con i monaci, il ristorante, e infine la mia stanza. Chiude la porta e mi lascia. Appoggio la pila e la sveglia e scendo nell’edificio in legno di meditazione delle donne. Tolgo le havaianas prima di entrare, e poi alzo lo sguardo. Quaranta donne sedute su stuoie, in silenzio, con gli occhi chiusi e i visi sereni, ognuna sotto a una campana in tessuto trasparente, che fa da zanzariera. Mi siedo anche io e comincio a fare come da istruzioni. Mi concentro sull’addome che sale e scende e appena mi accorgo di essere dentro a un pensiero lo classifico (pensiero-pensiero, pianificazione-pianificazione, ricordo-ricordo, emozione-emozione) e lo caccio via. Un geco fa il suo verso… «sento sento», mi fa male il collo… «dolore dolore», mi sto stufando… «stufa stufa», mi pizzica il viso… «fastidio fastidio» e così via. Sono le tre. La prima volta in cui ho pensato di impazzire in quei giorni è stato esattamente 50 minuti dopo. IL GIORNO DOPO, oltre a una seria preoccupazione per la mia salute mentale, provo un profondo senso di frustrazione, che si trasformerà in una sorta di rabbia e ripetute e silenziose offese a me stessa nei giorni successivi. Il terzo giorno mi sveglio con la voglia di scappare, il quarto voglio lanciare il monaco giù dal primo piano quando alle tre di notte suona la campana fuori dalla mia porta finché non mi vede accendere la luce. Il quinto giorno sono senza speranza. Abbassare il ritmo della mia vita frenetica e disintossicarmi dalla miriade di stimoli esterni ed interni che mi bombardano sistematicamente, è come mettermi volontariamente una camicia di forza e fare a pugni con la mia mente ogni secondo, almeno 14 ore al giorno. Mi sto per spezzare, è come una tortura auto-inflitta, maledico ormai sistematicamente il momento in cui mi è venuta l’idea, sono senza forze per combattere e mi abbandono a ciò che succede... Finalmente riesco a meditare per tre ore consecutive e ho l’impressione che siano passati 40 minuti. Il giorno dopo tra alti e bassi riesco a entrare nuovamente nel flusso, ogni giorno la situazione migliora e io mi sento sempre più felice. Ho tolto tutto, ci sono solo io con la mia mente, tutto il giorno, e il ritmo della mia vita è così basso che perfino i pensieri viaggiano lenti. Più passano i giorni, più velocemente mi accorgo che sto pensando e dopo pochi giorni posso distinguere chiaramente un pensiero che nasce, cresce e muore nella mia testa. Ogni cosa è creata dalla nostra mente e quindi può essere vera e falsa allo stesso momento; tu, con il tuo spirito, sei in una condizione di libertà costante. Questa condizione fa arrivare un senso di benessere, presenza e consapevolezza che porta con sé un’ondata di felicità profonda davveri incredibile. Le emozioni e le preoccupazioni che mi incatenavano in passato le riconosco come create dalla mia mente e irreali. Qualsiasi cosa cui penso assume una luce così diversa, e per ognuna vedo la risposta in modo molto semplice, molto vero. I miei sensi si sono risvegliati: se il primo giorno ho notato l’assoluto silenzio perché sentivo solo i grilli in lontananza, gli ultimi giorni gli stessi grilli non mi fanno dormire. Il cibo dopo dieci giorni è molto più saporito, gli odori numerosi e forti, e io sento ogni parte del mio corpo. É come se per 14 giorni ti concentrassi sul centro di controllo di te stessa, che non è nella ragione, ma nella consapevolezza. Giorno dopo giorno diventi consapevole di ogni parte di te, dei tuoi processi di pensiero, della tua energia, dei tuoi desideri, delle emozioni che provi, dei tempi di cui hai bisogno, ed entri in uno stato di completa armonia. DECIDERE, in questo stato, è molto semplice e la decisione crea il bene in generale. Gli ultimi giorni il mio pensiero va al futuro, alla mia vita… E formulo idee talmente distanti dal mio passato che, se me l’avessero detto, non ci avrei creduto. Lì dentro arrivo alla mia legge, a quel libro di istruzioni che non ho deciso di avere nel cuore, ma che conduce come un filo rosso la mia vita. L’ultimo giorno la sveglia è alle tre di mattina, come sempre. Scendo a meditare, come sempre. Alle cinque, lentamente e in fila, al buio e sotto i nostri grandi ombrelli schiacciati dalla pioggia, camminiamo lentamente in fila fino al ristorante, come sempre. Poi, con un po’ di nostalgia in cuore e tante idee e sogni in testa, non torno nella sala di meditazione. Mi dirigo sulla stanzetta sul lago e chiedo al mio maestro il permesso di andare. Lui mi sorride e mi dice di sì. Allora mi inchino, esco in silenzio, e lascio lentamente il villaggio degli yogi. Dopo l’ultima camminata nella foresta tra le casette di legno, mi dirigo all’ingresso del centro, dove ad aspettarmi c’è il mio zaino, con tutta la mia vecchia «vita» dentro. Pronto a partire per la prossima tappa. Lascio cento dollari come donazione, ringrazio ed esco. Appena uscita vedo una fila di formiche, quelle grandi e nere del Myanmar, e mi viene in mente l’unica frase compiuta del mio maestro in tutti questi quattordici giorni: «Cconcentrati su ogni pensiero perché ciò che ti succede è come una fila di formiche, ti sembra che sia incessante, che abbia continuità… In realtà è un insieme di formiche che vanno ognuna per la sua strada… La fila non esiste». (6 - continua) •

CHIARA BRUNORI
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