26 giugno 2019

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Il reportage

07.01.2019

SOLITUDINE
LA «FORZA»
DI ANDARE

Uno splendido tramonto nel parco nazionale di Jericoacoara nel nord del Brasile: il villaggio sorge nel deserto e si affaccia sull'Oceano
Uno splendido tramonto nel parco nazionale di Jericoacoara nel nord del Brasile: il villaggio sorge nel deserto e si affaccia sull'Oceano

A un mese esatto dalla partenza del mio viaggio in solitaria, mi trovo su una barchetta scassata che sta risalendo il Rio delle Amazzoni in compagnia di una decina di Ribeiros, abitanti delle palafitte che si trovano sulle rive delle migliaia di isolette formate dalla foce del fiume.

IL SOLE irradia la sua luce chiara, l’aria umida abbraccia ogni cosa. Grandi nuvole grigie, cariche di pioggia, passano spinte dal vento, l’acqua marrone ci circonda e la foresta di un verde rigoglioso, a destra e a sinistra, regna selvaggia e incontrollabile. Il suono della foresta sembra essere il silenzio, ogni cosa al di fuori del suo regolare ritmo salta subito all’occhio, come una gazzella che corre nella savana sotto gli occhi attenti dei leoni. In questo quadretto quasi surreale per occhi occidentali come i miei, il rumore del nostro motore striglia gli alberi giganti del kapok e le voci allegre dei ribeiros accompagnano festose il rientro a casa. Stanno tornando dal mercato di Belèm, con le ceste vuote e le tasche un po’ più piene, dopo aver venduto il loro raccolto di un frutto che cresce solo sulle alte ed esili palme della foresta: l’Acaì. Sono seduta sul bordo della barchetta, guardo il sole che riflette sull’acqua, le loro risate spensierate smuovono le mie corde profonde. La situazione mi rallegra ma allo stesso tempo fa risaltare la sensazione di isolamento che si è fatta avanti negli ultimi tempi. In questo momento percepisco i toni allegri, il fascino della foresta e la posizione un po’ fatalista di fronte alla vita delle persone… sorrido anche con loro, ma mi sento su un altro pianeta. Non conosco il portoghese e qui quasi nessuno (per non dire nessuno) conosce l’inglese. Quello che cercavo quando ho deciso di partire per questo viaggio sembrerebbe essere alle porte e, con lui, la prima vera sfida per me. Mi lasciano su un’isoletta sperduta e, dopo aver salutato tutti, mi dirigo verso il mio alloggio: una casetta in legno in mezzo alla foresta a 200 metri dal fiume, con solo un’amaca dentro. «Sistemare le mie cose» corrisponde ad appoggiare lo zaino a terra, dopodichè la fase di benvenuto è già terminata.

ESCO DALLA casetta e mi metto al sole sulla veranda a pensare, davanti al giardinetto selvaggio allagato dall’acqua del fiume, che durante la giornata sale anche di tre metri. Fino a questo momento, viaggiare ha significato spostarmi, vedere, muovermi, imparare, sperimentare ed esplorare, ma ora il tempo sembra fermo e quella sensazione che ho cercato di ricacciare giù nelle scorse settimane sta prendendo il sopravvento. Senza farselo dire due volte, arriva con tutta la sua forza e mi trascina in un pianto che è pieno di domande senza risposta, di pensieri senza direzione e tutta l’incertezza di quei giorni in giro da sola con lo zaino. Sono partita in solitaria per trovarmi sola di fronte alla vita, adesso che la vita mi sta arrivando, mi rendo conto di non avere strumenti al di fuori di me stessa per reggere il confronto. Sono a novemila chilometri da casa, il telefono nella foresta non prende, internet non si sa cosa sia, nessuno parla inglese. Sono sola. Dopo due ore passate a piangere, senza nemmeno intuire una soluzione, mi addormento sulla veranda e mi sveglio solo quando le punture delle zanzare bruciano la mia pelle. Entro in casa e, senza cenare, mi addormento sull’amaca. Il giorno dopo non c’è traccia di tristezza, solo uno spazio senza emozioni e dai contorni chiari: è come se le nuvole nella mia mente si fossero esaurite con le lacrime del giorno prima. Decido di tornare a Belém e prendere il primo volo per Fortaleza, destinazione Jericoacoara. Due giorni dopo sono su una jeep aperta con altre sei persone, in mezzo alle dune bianche, diretta nel paesino di quattro strade per sei in mezzo al deserto, sull’oceano. Jeri è un paradiso in terra: è un po’ come un’oasi brasiliana in mezzo alle dune bianche, il vento gonfia le vele dei kite e le onde spingono le tavole da surf, la gente è sorridente e la vita scorre piano, naturalmente, con un equilibrio chiaro con tutto quello che sta intorno. I primi giorni passano spensierati: in poco tempo conosco praticamente tutti gli abitanti locali, li aiuto quando tornano con il pesce pescato a mezzogiorno, mi faccio delle amicizie tra i viaggiatori, le strade di sabbia mi permettono di camminare a piedi nudi (nemmeno havaianas) per un mese intero. Sto bene, sono serena, eppure un giorno, guardando uno dei tramonti pazzeschi sull’oceano dalla duna principale, mentre la gente come di consueto fa l’applauso al sole per ringraziare dello spettacolo, arriva di nuovo quella sensazione di solitudine. Al decimo tramonto mozzafiato mi chiedo in cuor mio quale sia il senso, quale sia il motivo di vedere delle cose così belle e non poterci fare niente, non poterle condividere, esserci davanti da sola. Questo viaggio a lungo termine mi ha tolto la possibilità di «raccontarmela»: mentre a casa tendevo a coprire queste sensazioni con il lavoro, una corsa, un aperitivo o una chiamata a qualche persona vicina, la solitudine di fronte alla bellezza non mi ha lasciato scampo. É in quel momento che realizzo veramente di essere sola. La solitudine non è una condizione in relazione a qualcosa, la solitudine è una dimensione di noi in quanto uomini, perché, la verità, è che in questa vita siamo soli. La vita è fatta di tante cose belle e ricche di significato che alleggeriscono questa condizione, ma quando, scavando, sono scesa fino all’osso, lì ho trovato la solitudine. Ed è proprio lì che succede la magia: questa presa di coscienza (all’inizio tragica) è stata la vera svolta di me come donna.

LA SOLITUDINE mi ha costretta a smettere di guardare fuori, a stare ferma davanti alla vita, e lì ho trovato un appiglio che non ho mai notato prima, mi sono aggrappata a me stessa, alla mia stella, a ciò che c’è dentro… e il dolore si è trasformato in forza. Quando vedi chi sei, l’amore per te stessa diventa realtà e trasforma la solitudine in un immenso spazio su cui splende il sole, in cui le cose sono chiare e tu puoi muoverti nella direzione che desideri, seguendo l’istinto che affiora. In quel momento sei catapultata nella tua dimensione reale, niente di più e niente di meno: solo ciò che meravigliosamente sei. Con questo «bagaglio» aggiunto allo zaino, dopo due mesi on the road by solo in Brasile, dopo essere stata nel calderone infuocato del Carnevale a Rio, dopo aver esplorato a piedi nudi i paesaggi incontaminati di Angra Dos Reis, sento che il mio tempo è maturo e prendo un volo per il Perù. Atterrata a Lima mi sposto via terra verso Sud passando per Arequipa, la città bianca con il monastero di santa Catalina dai colori amaranto e blu, il Colca Canyon, i condor e El Misti, il vulcano attivo di quasi seimila metri che svetta innevato in ogni periodo dell’anno nel cielo dietro la cattedrale cittadina. Dal dipartimento di Arequipa mi dirigo a nord est passando per il Lago Titikaka, le Isole galleggianti de Los Uros, risalendo la regione fino a Cuzco. Nella capitale, a 3400 metri di altezza, dove tante persone iniziano a soffrire il mal d’altitudine e l’unico rimedio è il tè con le foglie di coca, le temperature scendono vertiginosamente e la mancanza di riscaldamento in qualsiasi edificio costringe i viaggiatori solitari a rifugiarsi nei proprio letti a castello alle sette di sera per potersi scaldare sotto le coperte pesanti. In una di queste sere gelide, dal letto numero quattro in fondo alla camerata conosco Malte, un ragazzo tedesco alloggiato al numero tredici. Scopriamo che l’indomani siamo entrambi diretti ad Agua Caliente per salire poi a Macchu Picchu e decidiamo di fare un po’ di strada insieme. Condividere la strada con un viaggiatore in solitaria non significa fare un viaggio con un amico. Insegna molto sulle relazioni perché ognuno segue la sua strada, in ogni momento, con attenzione al suo percorso e non è il fatto di condividere un’esperienza o essere amici che autorizza uno ad appoggiarsi all’altro. Si è in due, si viaggia insieme ma ognuno è profondamente responsabile di qualsiasi cosa sceglie di fare e l’aiuto arriva solo in casi di chiaro bisogno, se no, ognuno si arrangia. Da quel giorno, dopo la salita magica all’università degli Inca (Si, Macchu Picchu era un’università!), viaggiamo insieme attraverso il Perù, scendiamo fino alla capitale boliviana di La Paz, (dove al gruppo si aggiungono Miguel e Janina, anch’essi viaggiatori solitari) e percorriamo tutta la Bolivia via terra dal Salar de Uyuni attraverso le riserve naturali del sud fino alla frontiera con il Cile. Al di là della frontiera ci attende il deserto di San Pedro de Atacama, con la sua Valle della Luna e le stellate più belle che si possano vedere su questo nostro pianeta. Dopo tre giorni di riposo e altrettante notti passate con il naso all’insù a osservare la volta celeste, arriva la fine dei 21 giorni di cammino insieme e, con essa, il momento di lasciare una situazione ormai divenuta conosciuta, come una comoda «comfort zone», per tornare nuovamente a viaggiare soli.

QUESTO momento resta indelebile nella mia mente, perché è carico di gratitudine per i momenti incredibili vissuti insieme e, allo stesso tempo, è pieno di energia, di vita e non esiste traccia di tristezza. Ognuno ha un cammino da seguire, un motivo profondo, che tanto più troverà la strada vera quanto più sapremo restare soli. Ognuno di noi deve diventare l’uomo che vuole, o la donna che vuole, e quindi, con gli occhi pieni di gioia e di consapevolezza, con gli zaini in spalla e il passo sicuro, ci salutiamo e ci diamo appuntamento al prossimo momento, in questa vita. (3 - continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA

CHIARA BRUNORI
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